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Numero 476
del 22/05/2012
Piccoli passi dalla Germania PDF Stampa E-mail
! di Ylenia Citino
citino@ragionpolitica.it
  
mercoledì 07 settembre 2011

corte-cost-tedesca-100.jpgJean Monnet lo sapeva già: «La gente è pronta ad accettare un cambiamento solo quando si trova di fronte alla necessità, e riconosce la necessità solo quando c'è una crisi». Parole dette più di cinquant'anni fa. Vero. Ma oggi quanto detto dalla Merkel ha fatto eco. «Dovesse fallire l'euro, fallirebbe l'Europa intera», riconosce la Cancelliera di fronte ad un Bundestag sempre più perplesso. E ancora: «La Germania potrà continuare a stare bene solo se anche l'Europa sta bene». Noto, però, il durevole arroccamento teutonico nella sua fortezza di prosperità economica, non sorprende che queste frasi si siano abbattute come ossimori sull'assemblea parlamentare, peraltro già parzialmente presa alla sprovvista da una sentenza della Corte tedesca un po' fuori dai binari. C'è aria di cambiamento, dunque.

Da sempre, infatti, il rapporto della Germania con la zoppicante Europa non è stato di sostegno e compartecipazione, ma di freddo distacco. Ogni volta che si è dovuto ristrutturare, correggere, sanare, prestare, Berlino ha offerto la sua spalla con riluttanza, circoscrivendo il suo impegno e fissandone con rigore ferreo i limiti. Perché i cittadini tedeschi non avrebbero mai dovuto pagare per i vicini spendaccioni. Eppure oggi c'è stata una brusca virata. La sfiducia dei mercati, la speculazione spregiudicata e la crescita zero stanno contagiando sempre più Stati.

In questo contesto la Corte Costituzionale tedesca ha assunto un atteggiamento di maggiore apertura, rendendosi conto della gravità della situazione. La Consulta di Karlsruhe, infatti, che doveva giudicare sulla costituzionalità della partecipazione tedesca al primo bail-out della Grecia e alla dotazione di fondi all'Efsf (European Financial Stability Facility), ha emesso una sentenza incoraggiante, escludendo che i due meccanismi siano da interpretare come un canale di trasferimento aperto fra Germania e Europa. Sarebbero, invece, legittimi poiché non violano la sovranità di bilancio tedesca. Unico monito: l'approvazione delle future misure di salvataggio dovrà essere richiesta alla commissione di bilancio in anticipo, piuttosto che a cose fatte. C'è un sottilissimo equilibrio, infatti, fra la necessità di mantenere fermo il coinvolgimento dell'istituzione democratica del paese e l'esigenza di impedire che singoli parlamentari o gruppi euroscettici possano imporre veti su decisioni nodali per l'Europa.

Già questo ha portato un po' di ossigeno ai mercati finanziari: la certezza che l'approvazione di futuri piani europei di salvataggio sia definitivamente sottratta al capriccio di deputati spaiati e alla pesante scure costituzionale ha fatto guadagnare punti all'euro sul dollaro. Viceversa, se avesse avuto prevalenza la sponda euroscettica, si sarebbe compiuto un passo talmente repentino da mettere a rischio la moneta unica. Si affianca a ciò una seconda vicenda di rilievo, ovvero il caldo accoglimento della sentenza stessa da parte della Cancelliera. Che in un discorso decanta quanto la Germania sia indissolubilmente legata all'Europa; quanto lo sia, assieme agli altri stati, per costruire la prosperità economica, perché «l'euro è molto di più di una moneta comune». Ma non dimentica, nella sua arringa, di mettere i puntini sulle «i», nel ricordare che ogni Stato deve essere responsabile, che gli eurobond, proposti da Verdi e Spd, sono una via «assolutamente sbagliata, perché portano ad una Unione del Debito».

Insomma, c'è aria di novità. Forse perché anche la Germania sta cominciando a soffrire la crisi, visto che anche le sue esportazioni negli Stati dell'unione doganale hanno subiìto una flessione. Di fronte a casi come questi, fa bene quel funzionario della Bce che, recandosi a Washington da un guru della finanza, si fa ricevere (lo dice il New York Times) brandendo una copia degli Articoli della Confederazione del 1781. Anche gli Stati Uniti erano partiti da un insieme di Stati indipendenti e sovrani. Ma solo l'unione convinta fu la chiave della loro forza, fino a farli diventare potenza dominante nel mondo. Certo, l'Europa ha una storia più lunga dei territori neocolonizzati d'Oltreoceano. Una storia fatta di aspre battaglie e duri scontri. Ma ha anche un'omogeneità culturale e sociale invidiabile. Allora non si può, di fronte ai problemi, fare dietrofront. Schuman aveva immaginato il percorso dell'Europa per piccoli passi. Questo, dunque, è solo un «petit pas», ma la consapevolezza di agire, uniti, presto e in fretta, deve essere acquisita da tutti senza esitazione.




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