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Numero 476
del 22/05/2012
Usa, una superpotenza indebolita PDF Stampa E-mail
! di Leonardo Tirabassi
tirabassi@ragionpolitica.it
  
sabato 10 settembre 2011

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Il tempo nella storia scorre in modo diverso da quello degli individui. Dieci anni per un bambino sono la vita, per un adulto un flusso indefinito segnato da ritmi biologici, ma comunque sempre il giudizio parte dalla percezione biologica. Celebre, a segnare la differenza di statuto tra fatti storici e personali, è rimasta la frase di Zhou Enlai detta nel 1972, forse però erroneamente tradotta, sul 1792: «la rivoluzione francese? Troppo presto per giudicarla». Comunque sia, gli eredi di Adamo ed Eva non possono sfuggire dal destino del logos e quindi gli anniversari, come i compleanni, richiedono bilanci, giudizi, valutazioni, ripensamenti.

Ed eccoci all’11 settembre 2011, dieci anni tondi sono passati da quando le immagini del crollo delle Twin Towers si sono stampate per sempre negli occhi della memoria portandosi dietro una scia di fatti altrettanto drammatici, nuovi atti della nuova tragedia; lo scorrere delle lancette ci permette forse di guardare le tessere del puzzle da una distanza maggiore, dandoci la possibilità di cogliere elementi e contesti che forse adesso assumono una nuova luce e dimensione. Bisogna dire però che le modalità dell’attentato terroristico dettero all’evento una dimensione simbolica tutta particolare, caricandolo di una forza che ne aumentava a dismisura la minaccia. L’attacco all’Afghanistan dei talebani, la guerra in Iraq, l’opposizione francese all’Onu, il rifiuto turco al passaggio delle truppe americane, la cattura ed esecuzione di Saddam, il caos a Kabul, l’incertezza e ambiguità pakistana. E infine l’eliminazione del simbolo dei nemici: Bin Laden.

Quindi oggi un successo significativo è stato raggiunto: Bin Laden è morto, il miliardario guerriero è finito in fondo all’Oceano, Al Qaida è ridotta ad una serie di cellule forse senza direzione centrale, il disegno del califfato mondiale è rimasto senza braccio esecutivo. Inoltre, ma non è una cosa da poco!, il suolo americano non è stato mai più violato. Così i primi due doveri di ogni nazione, specialmente di una grande nazione con ruoli imperiali – la difesa della vita dei propri cittadini, dell’intangibilità della propria terra e della credibilità della sua forza di deterrenza - sono stati ripresi con forza e autorità. Tutto bene dunque? No.

A dieci anni da quella fatidica data, le due situazioni belliche ancora non sono stabilizzate; mentre l’Iraq risente degli sconquassi del mondo arabo l’Afghanistan in modo particolare è in una situazione a dir poco caotica e alla lunga il vero pericolo si sta rivelando il Pakistan, dove dire che ci siano connivenze tra governo, talebani ed Al Qaida è un eufemismo. Quello che però desta maggiore preoccupazione è la totale assenza americana di una qualsiasi strategia di gestione della crisi di quell’area del mondo chiamata Medio Oriente allargato. «Lotta al terrorismo»«esportazione della democrazia», sono etichette, slogan buoni a coprire ogni politica concreta: il terrorismo è un’arma specifica che ha la particolarità di colpire sistematicamente civili innocenti, non è certo però letale come un bombardamento di una città e richiede tattiche militari e di polizia proprie, ma la sua sconfitta politica, delle organizzazioni e dei contesti da cui proviene, è cosa ben diversa da quella sul campo. «Esportare la democrazia» è possibile solo quando si verificano alcune precondizioni sociali ed istituzionali, dalla presenza di élite consapevoli all’esistenza di un ceto medio che vuole stabilità, ad una minima sicurezza; e poi strategie «boots on the ground» richiedono soldi, tanti soldi. Inoltre le recenti rivolte nel Maghreb e in Siria non sembra portino il marchio della rivoluzione democratica, ma piuttosto quello di rivolte caotiche dove dentro c’è tutto e il contrario di tutto, dai servizi di alcuni paesi occidentali, alle sommosse popolari per il pane, all’insoddisfazione per regimi ripiegati su se stessi.

Quello che è certo che le uniche vere strutture in grado di produrre senso e leadership in quelle terre sembrano l’apparato militare e le organizzazioni estremiste sunnite, in primis la fratellanza mussulmana; anche il caos siriano, dove regna il macellaio Assad, andrebbe forse letto alla luce del tentativo di scalzare il dominio della setta minoritaria alawita, parente stretta dello sciismo. Quello che è chiaro è che anche queste rivolte, non rivoluzioni come giustamente ha notato Sergio Romano sul Corriere della Sera del 2 settembre di questo mese, sono avvenute ai nostri occhi e per gli attenti analisti  «senza preavviso»; oscuro è il motivo per cui il frastagliato mondo occidentale le appoggi e incomprensibile la strategia, un’abbozzo di idea, un progetto qualsiasi per il Mediterraneo. A rafforzare questa spiacevole impressione, vi è la non gestione della pace tra Istraele e i palestinesi, che vede l’afonia dell’amministrazione Obama, silenzio aggravato dai profondi cambiamenti avvenuti e non certo favorevoli ad Israele.

Purtroppo se inseriamo la crisi mediorientale in un contesto internazionale, se allarghiamo lo sguardo al resto degli eventi mondiali, la situazione invece di chiarirsi, si complica; il disastro economico dei paesi della sponda atlantica e dei loro connessi, quelli mediterranei appunto, è sotto gli occhi di tutti. Allora la conclusione non può che essere una sola: in crisi totale è un’ordinata governance mondiale. Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti riuscirono a costruire una cornice di istituzioni internazionali che, sotto il loro comando, ha funzionato egregiamente per quasi quarantacinque anni: Onu, Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale, Gatt, Nato ed altre alleanze militari. Ideologia – la pace universale kantiana, il mercato – politica economica – Keynes e Bretton Woods – ed ecco nuovo impero economico e militare. Così la pace e la globalizzazione portano il marchio americano.

Adesso gli anni si fanno sentire. Certo gli Usa sono ancora la prima potenza economica, la forza dell’esercito americano è sempre impressionante, la supremazia tecnologica indiscutibile, ma il caos sui mercati ha il segno della lotta per la sovranità tra Usa, Cina ed Europa, mentre il gioco di Whashington di spostare il deficit dal settore delle banche a quello pubblico e da questo al resto del mondo o l’altro trucco di far comprare il proprio debito dagli altri paesi che lo hanno pagato con i soldi guadagnati dalle loro esportazioni sono arrivati al capolinea, lasciando però sul campo gli affanni delle borse europee e mettendo quasi alla fame i paesi più disgraziati del pianeta a causa dei prezzi assurdamente alti delle commodities alimentari.

La conclusione è purtroppo che l’11 settembre è stato solo l’epifenomeno che ha portato allo scoperto con forza la crisi scoppiata dopo il crollo del muro di Berlino. Dal vaso di Pandora sono usciti mostri spaventosi e mutanti, forse meno minacciosi del pericolo nucleare, ma in grado recare ferite gravissime, speriamo non letali. In una parola, gli Stati Uniti sono sempre i primi, l’unica vera super potenza mondiale, in grado di esercitare un potere immenso, ma per ora purtroppo hanno dimostrato una scarsa capacità di mettere in campo adeguate forme di soft power, un disegno complessivo ritagliato ad un mondo globalizzato.




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Commenti (1)
1. 29-09-2011 12:45
DEGRADO CHE RINFORZA
E' un'interessante analisi della situazione che non tiene in considerazione le variabili "mutanti" di un epoca all'apparenza frettolosa ma in realtà gravida della conservazione figlia non solamente degli interessi congiunturali bensì della Tradizione. Gli USA stanno gestendo bene la situazione e certamente appaiono ancora più innovativi delle moltitudini di forze che non sanno proteggersi da sè.
Scritto da BIBLOS 6000

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