Non ci sorprende affatto la reazione banale e scontata della nostra opposizione alla visita del premier a Bruxelles. È sempre lo stesso gioco, che si ripete da vent'anni. Da quando, a partire dal '94, Silvio Berlusconi ha tentato di cambiare il volto politico del nostro paese. Tentativo ancora in corso, nonostante la crisi, accompagnato come sempre dal fervente «zelo» dei magistrati. Silvio si presenta a Bruxelles con l'ottimismo di sempre. È tranquillo sulla manovra, ha già un ventaglio di soluzioni per fronteggiare quella volatilità dei mercati che rosicchia di giorno in giorno l'economia reale. Chiede all'Europa un'azione comune per l'aumento dell'età pensionabile, promette rigore e disciplina per un futuro pareggio del bilancio. Ma non basta. Perché sa, e lo dice a chiare lettere, che la sinistra non si arresta di fronte alla crisi aperta, non depone l'ascia di battaglia neanche quando ci si avvicina alla soglia del burrone. Lo ha fatto solo per far passare (astenendosi dal classico ostruzionismo) due manovre che poi ha avversato. Fiancheggiata dai sostenitori della Camusso che sono scesi in piazza per contarsi.
Eppure, l'unico ossigeno che come sempre fa vivere e tenere compatta l'opposizione è (sic!) l'odio viscerale contro il premier, un odio che confluisce nei frequenti tentativi di destabilizzazione del governo, finendo per rovinare l'immagine del paese all'estero. Lo stiamo vedendo con la riesumazione delle vicende di Tarantini e Lavitola (che fanno tanto divertire gli editorialisti del New York Times). Lo vediamo ancora con la pubblicazione di stralci di intercettazioni che mai nessun paese civile si sognerebbe di diffondere. Infine, l'ultimo episodio lo abbiamo visto con il tentativo di sgambetto alla Merkel, becero più che mai, nato da una voce di Facebook, nato da una soffiata, da un pettegolezzo del Transatlantico, da chi parrebbe aver udito semplici chiacchiere pour parler. Ma non ci vuol nulla a costruire casi mediatici quando riguardano Berlusconi.
Proprio mentre l'Italia deve mostrarsi al massimo della sua credibilità, facendo bella mostra di una classe politica unita con l'obiettivo comune di sanare le voragini dei conti pubblici, i cori antiberlusconiani (diventati ormai anti-italiani, perché fanno del male a tutti) non tacciono. E così dobbiamo assistere ai sit in di protesta all'arrivo del Presidente in Belgio. Ai soliti Di Pietro e Belisario che non hanno altri argomenti oltre al «Se ne vada!». Alla arcinota macchina del fango che preferisce dar man forte alla magistratura. Su questo, in particolare, occorre compiere una brevissima digressione. Il capo della Procura di Napoli Lepore e il Pm Woodcock hanno ventilato l'ipotesi di accompagnamento coatto a testimoniare. Perché l'udienza fissata è andata deserta a favore di un viaggio, quello a Bruxelles, fatto dal Presidente per mostrare all'Europa l'impegno del nostro Paese a risanare l'economia e ritenuto, invece, di comodo dalle solite malelingue. Le medesime, però, non lo avrebbero per caso attaccato ugualmente qualora si fosse verificata l'ipotesi opposta, ovvero che egli si fosse presentato in udienza, disertando l'incontro con Van Rompuy? Si sarebbero di certo levate voci di sdegno alla scena di uno statista che avesse tralasciato gli affari istituzionali per le proprie beghe personali.
Qual è l'esito di tutto ciò? Ancora una volta, la risposta è intuitiva. Rovinare l'immagine di Berlusconi non fa altro che rovinare l'immagine del nostro paese all'estero. Lo ha detto lui stesso al Consiglio Europeo: «L'opposizione critica la manovra con un unico desiderio: dare una spallata al governo, senza rendersi conto che in questo modo darebbe una spallata all'Italia». Anche Mario Mauro, presidente degli eurodeputati del Pdl, rileva la permanenza di un «clima di ostilità» suscettibile solo di danneggiare l'Italia e i tentativi di rimetterla in piedi.
Eppure il problema non è solo nostrano. Il contagio si invera. La crisi innesca spirali di regresso anche negli stati che fino a ieri sembravano ignifughi, come la Finlandia. La Francia sta assistendo a una pesante crisi bancaria. Credit Agricole e Bnp Paribas hanno visto scivolare i loro titoli in borsa nel giro di pochissimo. E la Germania forse dovrà imparare a scendere dal suo piedistallo per tendere una mano. Il premier ha già elencato gli ingredienti della ricetta: bisogna portare avanti il progetto degli eurobond, creare una agenda di politica estera univoca, fortificare la governance politica e finanziaria europea. Insomma, credere davvero nell'Unione dell'Europa. Senza moneta unica e senza Ue non si va da nessuna parte.
Che si fermi un attimo, allora, quell'opposizione che oggi rema contro. Altrimenti, e gli italiani lo capiscono, faranno la fine dell'uroboro, il serpente che si mangiava la coda, girando sempre su se stesso senza arrivare da nessuna parte. Un semplice e triste paradosso illogico.
Condividi questo articolo      
|