Ha suscitato molte polemiche la decisione adottata dal Tribunale dei minori di Torino di dichiarare lo stato di abbandono di una bambina di 16 mesi a causa dell’età avanzata dei genitori, rispettivamente di 70 anni il padre e di 58 la madre. Per ciò che si è saputo, la coppia avrebbe fatto ricorso ai metodi di procreazione medicalmente assistita (PMA) all’estero, ricorrendo, molto verosimilmente, alla tipologia eterologa, cioè con il seme di un donatore esterno alla coppia medesima (sapientemente vietata dalla legge 40/2004).
La decisione del tribunale è stata subito oggetto di critiche, venendo accusata di insensibilità, di crudeltà, perfino di cinismo. Mettendo da parte, però, l’aspetto emotivo, occorre comprendere la vicenda con i filtri della razionalità e dell’eticità. Il provvedimento del Tribunale, infatti, facendo prevalere gli interessi del minore, come si è saputo, ha ritenuto necessario evitare che nella sua tarda infanzia o, al massimo, nella sua prima adolescenza la bambina fosse costretta ad impiegare tutte le proprie forze non già per vivere una vita spensierata consona alla sua età, ma una vita di fatica e sofferenza trascorsa ad accudire i genitori molto anziani (ipotizzando un termine di 15 anni, la madre ne avrebbe 73 ed il padre ben 85) e quasi sicuramente non più autosufficienti.
Il primo paradosso consiste nella circostanza per cui con la giustificazione del preminente interesse del minore, il Tribunale ha adottato una decisione proprio contraria a qualunque interesse del minore. Nell’idea del Tribunale di Torino, ahinoi concezione purtroppo estesa e diffusa nella maggior parte delle corti minorili e non, l’interesse del minore non consiste nella possibilità di crescere come tutti, naturaliter, all’interno di una famiglia, ma, sterzando bruscamente verso una direzione che può definirsi utilitaristica, ha ritenuto che l’interesse del minore possa consistere nel non avere una famiglia (venendo sottratto a quella di origine ), o meglio, che non debba essere quella originaria.
Il Tribunale di Torino, insomma, sembra aver utilizzato un’ottica individualistica, cioè contraria proprio alla idea di famiglia che presuppone, invece, l’idea della socialità e della solidarietà; non a caso già il pensiero greco riteneva la famiglia quale l’elemento costitutivo della polis ed il Cristianesimo poi l’ha identificata come vera e propria Chiesa domestica. Insomma il Tribunale di Torino ha contrapposto l’interesse della bambina a quello dei genitori, distruggendo all’un tempo quelli di entrambi e soprattutto gli interessi ed il bene della famiglia che invece dovrebbero essere preminenti in simili eventualità. Tuttavia, il problema non si esaurisce qui, poiché, a ben guardare, il Tribunale di Torino, nonostante ciò che sostengono i due malcapitati genitori, ha emanato un provvedimento riflettente una struttura assiologica che paradossalmente sembra essere condivisa anche dagli stessi due sventurati genitori. Ed ecco il secondo paradosso. Essi, infatti, nonostante l’impossibilità naturale alla procreazione dovuta alla età avanzata, hanno preferito violare le leggi della natura, scavalcare i limiti biologicamente loro imposti, aggirare i divieti legali della legge 40/2004 e procedere all’estero con le tecniche di PMA senza le quali avrebbero avuto preclusa la via della genitorialità.
I genitori, insomma, non hanno tenuto conto del bene della famiglia e delle complicazioni giuridiche ed etiche che avrebbero potuto coinvolgere un figlio nato nelle suddette condizioni; hanno anch’essi optato per una deriva individualistica non tesa al bonum comune (cioè di tutti i soggetti coinvolti, per esempio tutelare anche il donatore del seme che è genitore biologico della bambina), ma preferendo assecondare ad ogni costo il proprio desiderio di diventare genitori. In definitiva: i genitori hanno guardato solo ai propri desideri, il Tribunale si è incaricato, invece, di tutelare solo la posizione del minore; in entrambi i casi, però, si è tralasciata l’idea di bene comune quale elemento costitutivo della famiglia.
La famiglia, quale società naturale, è stata dapprima minata dai genitori e poi fatta esplodere in migliaia di pezzi dal Tribunale di Torino. L’unica vera vittima di tutto questo, ovviamente, è la bambina che a causa del Tribunale potrebbe crescere e vivere separata dai suoi genitori, ma grazie a questi ultimi, qualora vivesse con essi, potrebbe adottare l’aberrante ottica del perseguimento dei propri fini a prescindere dai mezzi utilizzati, restando, inoltre, sempre all’oscuro sulla vera identità dei propri genitori biologici. Insomma, quanto accaduto a Torino è la prova delle derive relativiste del mondo contemporaneo; è la prova che quando si scardina la famiglia, comincia a sgretolarsi anche la società; è la prova che la soggettivizzazione della morale rappresenta il presupposto per il tradursi sempre in azioni immorali. Come diceva il filosofo Vladimir Jankelevitch, nel suo «Corso di filosofia morale»:«nel campo della morale il semplice punto di vista è pericoloso».
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