Nel 1921 il bolscevismo trionfava in Russia, la Nuova Politica Economica muoveva i primi passi, l'Armata Rossa metteva fine all'opposizione zarista sterminando le ultime Guardie Bianche. L'anno successivo l'esistenza dell'Urss veniva proclamata ufficialmente. Sembrava l'inizio di una nuova era ma sappiamo che quell'enorme equivoco liberticida sarebbe durato provvidenzialmente poco più di settant'anni.
Vien quasi da commuoversi se si considera che una delle vittime più illustri del comunismo, il filosofo, teologo, scienziato e sacerdote cristiano d'Oriente Pavel Aleksandrovič Florenskij, proprio in quel 1921 presagiva la fine ingloriosa di quel carnevale scellerato. Un libro, La concezione cristiana del mondo (Pendragon edizioni), raccoglie le lezioni che teneva nell'anno della Nep presso l'Accademia teologica del monastero di San Sergio. Sua intenzione era di offrire agli studenti i presupposti per «la rifondazione di una concezione cristiana ed ecclesiale del mondo». Sapeva, insomma, che l'ateismo di Stato e il materialismo preteso scientifico sarebbero finiti nella pattumiera della storia, mentre l'avventuroso rapporto fra l'umanità e il vangelo di Cristo era ancora vivo e vegeto, pronto a riconquistare il mondo dopo il diluvio illuminista.
Florenskij non coltivava particolari nostalgie legittimiste e zariste; cosa ancora più scandalosa per i suoi nemici sovietici, evocava teocrazie illuminate affermando che la Chiesa è «principio che deve dominare il mondo» e che l'unità della nazione Russa poteva realizzarsi solo «in nome di una realtà suprema», trascendentale e non creata da uomini.
La sua religione non era però sbilanciata a favore dello spiritualismo, non cercava la fuga dal mondo. Se non poteva riconoscersi nel Cattolicesimo, troppo mondano ai suoi occhi d'orientale, non aveva dubbi sul fatto che «mondare il cristianesimo del suo guscio storico, come accade nel protestantesimo, conduce al suo annientamento». L'errore, l'eresia principale era la stessa, a Roma come a Mosca: considerare il cristianesimo una dottrina incentrata sull'immortalità dell'anima e non sulla resurrezione dei corpi, sulla materia santificata e non annientata.
Ben consapevole della centralità della funzione liturgica nella vita della Chiesa, combatteva ogni riduzione della religione di Cristo a pura morale; più che di Lenin e Trotsky si preoccupava dell'avanzare di una mentalità protestante che celebra l'eucaristia come ricordo e non come ripetizione del «sacrifico autentico».
Nelle sue lezioni il socialismo scientifico sembra un avversario già votato alla sconfitta; le epoche culturali le considerava dominate da un'alternanza di coscienza diurna e notturna («Nella storia ci sono i giorni e le notti»). Il giorno è dominio della superficialità, del principio volitivo maschile, della razionalità vigile; la notte è votata al principio mistico, alla sensibilità del femminile. Il grande periodo notturno era stato il Medioevo, epoca cristiana quanto mai, dato che «nel profondo la concezione cristiana del mondo è medioevale». D'accordo con l'altro grande filosofo russo Nikolaj Berdjaev, Florenskj sentiva di trovarsi alle porte di «un nuovo Medioevo», cristiano per forza di cose. Il mondo moderno, nato con il Rinascimento, fondato sulla separazione dell'uomo della natura, sulla cristallizzazione nelle formule razionali, sul dualismo cartesiano fra spirito e materia, sull'oblio della forma metafisica di platonica memoria, era giunto al suo crepuscolo. Nemmeno sembravano inquietarlo le persecuzioni a danno dei sacerdoti e la trasformazione dei templi cristiani in musei dell'ateismo: la Chiesa rimaneva una forma metafisica, viva anche senza la partecipazione degli uomini, vera al di là di ogni possibile apostasia.
Ovvio che con quelle idee i bolscevichi non potessero permettersi di lasciarlo parlare troppo in libertà. Arrestato e condannato per «attività sovversive» alla reclusione nelle isole Solovki, visse fino alla fucilazione del 1937. Lui entrava nella vita eterna, gli assassini già sguazzavano nel fango dei veri crimini contro l'umanità.
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