Il Gip contraddice per la seconda volta la procura di Napoli, respingendo l'istanza presentata dai Pm partenopei contro il trasferimento del fascicolo nella Capitale, stabilendo che la competenza sull'affaire Tarantini passi al foro di Roma (giustamente essendosi lì svolti i fatti presuntivamente delittuosi); intanto, la Procura di Milano chiede alla Corte Costituzionale di dichiarare inammissibile, sorprendentemente dopo averlo dichiarato ammissibile, il ricorso presentato dalla Camera e dal Senato per sollevare il conflitto di attribuzione sul caso Ruby per decidere se Berlusconi debba essere giudicato dal Tribunale dei ministri o da quello ordinario; contemporaneamente all'udienza del processo Mills i testimoni (ben nove, a quanto pare) della difesa di Berlusconi non sono stati ammessi dalla Corte.
Il quadro è ovviamente parziale, ma sufficiente per comprendere che gli scontri sul fronte si fanno più violenti; una parte della magistratura tenta di sferrare l'ultima ondata, l'assalto finale per chiudere coattivamente e giudiziariamente l'era del berlusconismo, ricalcando le procedure di archiviazione storico-politica della cosiddetta Prima Repubblica.
Lasciando tuttavia le più seducenti valutazioni politiche, occorre guardare all'aspetto giuridico, forse più freddo e meno accattivante, ma sicuramente più razionale dell'emotività e dell'isteria ideologica di cui sembra vittima l'opposizione con il suo circuito mediatico-giudiziario.
Ciò che sorprende è la contraddizione generale: sarebbero i giudici di Milano disposti ad ammettere i testi della difesa di Berlusconi precedentemente dichiarati inammissibili, così come chiedono alla Corte Costituzionale di dichiarare inammissibile un ricorso precedentemente ritenuto ammissibile? In secondo luogo, e qui s'odono le dolenti note, sebbene legittima (poiché formalmente integra), è giusta la decisione di non ammettere dei testi sol perché le loro dichiarazioni avrebbero dovuto essere raccolte tramite rogatoria internazionale (trovandosi all'estero) causando un allungamento del processo?
Le ragioni del diritto di difesa e del principio del contraddittorio sancite dagli art. 24 e 111 della Costituzione non sono direttamente violate da una simile decisione? Si provi ad astrarre il problema, immaginando che non si tratti dell'odiato Berlusconi per cui ogni mezzo è sacrosanto se volto a determinarne la fine; si pensi, invece, ad un quivis de populo che dovesse subire una medesima lesione dei propri diritti: non avrebbe nemmeno la possibilità di denunciare una tale ingiustizia, non essendo il circuito mediatico interessato alle sue vicende giudiziarie.
I fondamenti costitutivi del giusto processo non possono mai essere sacrificati sull'altare delle tempistiche processuali; altrimenti, verrebbe da chiedersi, perché perdere tempo in genere con i processi? Si ritiene qualcuno colpevole di qualcosa, lo si condanni immediatamente, senza processo, magari con un provvedimento di natura amministrativa (così come accadeva per alcuni reati in Unione Sovietica e non solo nella cruda era staliniana).
Insomma, è il processo per la giustizia, non la giustizia per il processo; così come è il processo per l'imputato, non l'imputato per il processo; nel senso che il processo si celebra per consentire all'accusa di smentire la presunzione d'innocenza che maternamente avvolge e protegge l'imputato, ma anche per consentire all'imputato, presunto innocente, di smentire gli atti di accusa.
Invertire questa logica significa sovvertire i principi, l'eticità e la giuridicità costitutiva del processo come inteso in uno Stato di diritto; il ribaltamento di certi principi non fa che produrre una distorsione del nostro sistema giudiziario, che dovrebbe essere garantista.
La riforma annunciata (già approvata al Senato alla fine dello scorso luglio ed adesso al vaglio della Camera) dell'art. 190 del codice di procedura penale (disciplinante il diritto alla prova), si inserisce proprio nell'ottica di rendere più giusto il processo, o meglio di limitare le possibili ingiustizie di cui il processo può essere veicolo, riequilibrando le facoltà ed i poteri delle parti; nello specifico, consentendo alla difesa di interrogare tutti i soggetti necessari all'espletamento delle proprie funzioni.
Ciò che purtroppo non viene colto da tutti è che la questione non riguarda soltanto l'imputato Berlusconi, o meglio, solo relativamente. Il problema è sistematico ed endemico. Oggi è Berlusconi a fare da parafulmine, ma nessuno può garantire che ogni giorno in qualunque aula giudiziaria non possano consumarsi le medesime ingiustizie a causa di quella parte della magistratura che confonde il ruolo del giudice con quello del giustiziere, il processo con il patibolo, il diritto con la legge, la giustizia con l'ideologia.
Una magistratura di tal fatta instaurarebbe «il dispotismo dei tribunali», come amava ripetere un illuminista del calibro di Condorcet, che così lo ha brillantemente definito, il quale è il più odioso di tutti i dispotismi «perché essi [ i tribunali n.d.a.] per sostenerlo ed esercitarlo impiegano l'arma più rispettabile: la legge».
Prestino tutti la massima attenzione, dunque, perché il dispotismo non ha amici: oggi il bersaglio è Berlusconi, ma domani potrebbe essere qualcun altro, magari chi un tempo si credeva al sicuro: la storia lo insegna fin troppo bene.
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