Giovedì, con il pronunciamento contrario all'arresto di Marco Milanese, la Camera dei deputati si è riappropriata, giustamente, delle sue prerogative, della sua indipendenza, della sua libertà. In una parola, della propria dignità. Una dignità che non può e non deve in alcun modo essere assoggettata all'arbitrio di un altro potere dello Stato, una libertà che non può e non deve essere svenduta per timore o, peggio, per opportunismo politico. Perché un approccio autolesionista quale quello che è stato talvolta dimostrato dal nostro Parlamento, dall'abrogazione dell'immunità parlamentare nel 1993 al più recente caso Papa, genera un solo ed unico risultato: il commissariamento del nostro potere legislativo e la subordinazione mansueta all'eterodirezione da parte di soggetti che tutto sono, fuorché rappresentanti regolarmente eletti dai cittadini.
Certo, una ben specifica temperie politica e (a)culturale, dominata dal «grillismo» e dall' «italovalorismo» mira a svendere un'immagine ben diversa: la difesa aprioristica delle prerogative di casta (termine oggi del quale forse si abusa un tantino...), la contrapposizione ingiustificata tra politica, che sbaglia sempre, e magistratura, che non sbaglia mai (e poi mai!), l'idea, distorta ai limiti dell'abominio, che il «potente» non paga mai e il «cittadino comune» sempre. Un'immagine che non ha attinenza alcuna con la realtà, ma che mira populisticamente a generare odio puro per fini meramente personali. Perché, come tra gli altri ha sottolineato l'onorevole Cicchitto, se Milanese fosse stato un comune cittadino la magistratura si sarebbe ben guardata dal richiederne la carcerazione preventiva (strumento straordinario, è bene ricordarlo) non sussistendo alcun presupposto giuridicamente sostanziato per un tale provvedimento.
A questo punto lo scrimine è dato dal ruolo che un soggetto riveste: se sei parlamentare, e per di più esponente di quella parte politica che sulla base di un rapporto dialettico e non antagonistico da sempre persegue l'idea in base alla quale sono necessarie una riforma della giustizia, la separazione delle carriere, un legge seria che disciplini le intercettazioni - possibilmente non sterilizzata dalle capziose argomentazioni dell'onorevole Bongiorno (Fli) - e se ritieni che non solo sia una buona idea, ma un'idea a cui dare concretezza e sviluppo nel più breve tempo possibile, allora, in quanto parlamentare della parte «sbagliata», puoi essere assoggettato ad ogni vessazione giudiziaria, per quanto immotivata essa possa essere. In questa squallidissima vicenda, come in altre del medesimo tenore, giustizia e legalità non centrano nulla. Meno che meno centra la tanto decantata «libertà di coscienza», la quale non può essere chiamata in causa al fine di ribaltare, contro ogni senso comune, l'essenza stessa delle cose, l'oggettività intrinseca della realtà, la quale ha la testa dura. Anzi, durissima. Tanto da non poter esser plasmata a piacimento dai diktat di partito.
Quello che deve essere invece analizzato con spietata severità è il metodo, l'approccio politico con cui l'opposizione nel suo insieme ha cercato di stabilire, indipendentemente dalla realtà fattuale e giuridica, un nesso causale tra l'eventuale arresto di Milanese e l'incrinatura della stabilità di questo governo: affari di partito, non di giustizia. A questo proposito non possiamo non citare l'onorevole Ignazio Marino, il quale a «Omnibus» due giorni fa ha dimostrato di aver perso non solo l'elementare senso critico e autocritico, ma pure ogni possibile e residuale senso del ridicolo, nel momento in cui ha rivolto alla Lega l'invito ad agire con coerenza, con specifico riferimento al vergognoso caso Papa. Coerenza che per Marino imponeva al Carroccio di optare per l'arresto, mascherandolo con l'ipocrita richiamo alla «libertà di coscienza». Uno straordinario esempio di doppia morale e di bipensiero: perché francamente risulta difficile rinvenire la più blanda e stinta «coerenza» all'interno di un partito che riesce al medesimo tempo ad essere giustizialista con Papa e garantista con Tedesco. In conclusione, noi siamo l'Italia. Non l'Urss. E i processi staliniani li vorremmo consegnare alla pattumiera della storia.
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