La notizia ha fatto il giro del mondo. Il 25 settembre il re dell'Arabia Saudita, Abdullah bin Abdulaziz al-Saud, ha annunciato che le donne potranno candidarsi alle elezioni, potranno far parte del Consiglio della Shura, l'organo consultivo i cui 150 membri sono nominati dal sovrano, e «avranno persino il diritto di votare». Nei mesi scorsi la partecipazione delle donne alla vita politica era stata approvata dalla Shura e deliberata dagli ulema: la decisione di re Abdullah ne ha quindi recepito la volontà mettendo fine a una lunga battaglia. Però il decreto regio diventerà effettivo soltanto a partire dal 2015. Le donne saudite restano dunque escluse dalle prossime, imminenti consultazioni. Il 29 settembre, infatti, il paese andrà alle urne per eleggere metà dei componenti di 285 consigli comunali, l'altra metà dei quali è nominata dal governo.
Si tratta comunque di un fondamentale passo avanti verso l'emancipazione femminile, che inoltre consolida i diritti politici già acquisiti dalle donne in altri stati arabo islamici della regione - Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti... - dal momento che l'Arabia Saudita è il maggiore centro di devozione islamica, custode dei luoghi sacri e patria del Profeta.
Questo è tanto più importante in quanto, come purtroppo insegna la storia anche recente, i progressi delle donne islamiche in termini di diritti non si possono mai considerare definitivi e irreversibili. Basta pensare all'Afghanistan dei talebani e, oggi, alle crescenti restrizioni imposte dal regime degli ayatollah in Iran dove le donne, prima della rivoluzione khomeinista avviata nel 1979, potevano studiare, lavorare, decidere entro certi limiti della loro vita, circolare liberamente e dove adesso sono costrette a indossare il velo e in pubblico non possono intrattenersi con uomini estranei.
Resta da vedere se e come si potrà concretizzare la partecipazione politica femminile in un paese come l'Arabia Saudita, in cui donne e uomini hanno contatti limitatissimi, in cui non possono frequentare insieme luoghi pubblici, in cui le donne non possono mostrarsi in pubblico se non velate, non possono guidare l'automobile, viaggiare e spostarsi liberamente: e in cui pene severe puniscono ogni minima trasgressione. Sotto le leggi vigenti, una candidata dovrebbe svolgere la propria campagna elettorale senza quasi incontrarsi con gli elettori, forse senza neanche poter mostrare il viso, costretta a presentare il proprio programma avvolta nel niqab, il mantello nero che lascia scoperti soltanto gli occhi.
Sarà il successo delle prossime rivendicazioni, dunque, a rendere davvero effettivo il diritto delle donne saudite al voto attivo e passivo. Una sfida decisiva è appunto la liberazione dal niqab: una conquista a cui lo scorso maggio ha dato un buon contributo una principessa di casa reale, Adila, la più giovane delle figlie di re Abdullah, decidendo di abbandonare il niqab e di indossare soltanto l'hijab, il copricapo che nasconde solamente i capelli e, volendo, neanche del tutto.
Ma non bisogna dimenticare che in realtà in Arabia Saudita la partecipazione politica, anche per gli uomini, non solo per le donne, è un diritto tutto da affermare. Le elezioni municipali sono le uniche consultazioni popolari ammesse dal regime di monarchia assoluta saudita che neppure la primavera araba è riuscita a scalfire. Re Abdallah ha infatti rifiutato qualsiasi apertura in senso democratico e ha assicurato la tenuta del regime ordinando la repressione delle «giornate della collera» e varando in risposta una manovra economica da 15 miliardi di dollari. Lo scorso marzo con 18 decreti reali il governo ha concesso il pagamento di due mensilità una tantum ai dipendenti pubblici, civili e militari, e di due mensilità supplementari agli studenti vincitori di borse di studio; ha portato i salari minimi a 3.000 rial, ha stanziato fondi per la costruzione di 500 mila abitazioni, deciso facilitazioni per la concessione di mutui, maggiori fondi alla sanità, incentivi e 60 mila nuovi posti di lavoro nell'esercito e nelle forze di sicurezza. Ma la richiesta transizione verso una democrazia costituzionale è stata ignorata.
È anzi in corso di discussione una legge che intende criminalizzare qualsiasi forma di dissenso politico e che amplia il potere del ministro degli interni. Secondo Amnesty International, se approvata, la nuova legge aprirà la strada a violazioni dei diritti umani di massa.
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