«Indipendentemente dall'esito del voto di oggi l'odierna situazione denuncia con estrema chiarezza che la giustizia in Italia non funziona. Perché se un uomo politico è colpevole, non è possibile che questo sia lasciato per dieci anni a piede libero. E allo stesso tempo, qualora quello stesso uomo sia innocente non è possibile tenerlo sulla graticola per dieci anni». Così, riassumendo, si è espresso all'inizio del dibattito parlamentare di mercoledì il ministro Saverio Romano.
Poche e chiare parole che risulta difficile non condividere, poiché ispirate a quell'elementare senso comune che oggi risulta troppo spesso latitante, in politica come nel vissuto quotidiano di tanti cittadini strumentalizzati ad hoc. Un senso comune che sta subendo oggi una destrutturazione senza precedenti: dolosa, indegna, pericolosa.
Così infatti si è pronunciato Antonio di Pietro: «Da un momento all'altro ci scappa la violenza e i mandanti di questa violenza che sta per nascere siete voi». No. Non ci stiamo e respingiamo le accuse al mittente: dalla rivoluzione francese passando per quella iraniana fino ad arrivare all'assassinio del commissario Calabresi i mandanti della violenza sono sempre i medesimi, ovvero coloro che «a tutela del bene comune» e agendo sempre e comunque «in virtù di più alti principi» si sentono autorizzati a compiere ogni efferatezza, ogni abominio, ogni empietà.
Coloro i quali vellicano per questioni di mera opportunità politica i sentimenti più bassi e ferini del popolo italiano se ne assumano ogni responsabilità: perché la misura è davvero colma. Se tolleriamo senza batter ciglio o, peggio, plaudiamo il fatto che la figlia di un magistrato possa lanciare un razzo addosso al segretario della Cisl Bonanni o che uno squilibrato fratturi il viso del presidente del Consiglio con una statuetta significa che abbiamo abdicato la nostra umanità al regno delle bestie.
Per quanto riguarda il caso specifico di Romano, una volta di più il Parlamento ha agito riaffermando la sua indipendenza e dignità: una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione mafiosa (e non genericamente «reato di mafia» come tanti quotidiani a digiuno di diritto hanno titolato...) in merito alla quale la stessa procura aveva richiesto l'archiviazione poche settimane fa e che è stata ad ammuffire per dieci anni non doveva avere alcun luogo a procedere. Punto.
Non solo: sarebbe pure ora di accantonare l'istituto, figlio di una forzatura costituzionale, della cosiddetta «sfiducia individuale» ad un ministro in carica. Comodo viatico per la strategia del logoramento tanto cara all'opposizione che nacque come istituto ad personam per liquidare quello scomodissimo ministro della Giustizia che si chiamava Filippo Mancuso, durante il primo governo Prodi. Furono gli allora Ds, coadiuvati dall'estrema sinistra e dal cattolicume adulto ex Dc, a inventarsi la sfiducia individuale come risposta in extremis all'atto di lesa maestà compiuto da Mancuso: inviare gli ispettori ministeriali alla procura di Milano a fronte di supposte violazioni nella prassi giudiziaria.
Per chi lo ricorda, Mancuso fu un ministro assai mite, tutt'altro che antagonista nei confronti del potere giudiziario, che però agì in risposta alla propria coscienza di Uomo, prima ancora che di esponente politico. Fu massacrato: si arrivò addirittura a postularne l'insania. Tutto perché aveva cercato di esercitare una legittima prerogativa secondo coscienza. Da allora, come sempre accade, il precedente si è consolidato: quando l'occasione lo richiede e in assenza totale della capacità di sfiduciare in toto l'esecutivo, perché non sottoscrivere una bella mozioncina di sfiducia individuale? Purtroppo per loro, pare che il giocattolo si sia rotto: nemmeno sulla sfiducia a singolo ministro l'opposizione riesce a trovare un punto di sintesi comune, sfilacciandosi e perdendo un pezzetto di più ogni volta, come ha sottolineato l'onorevole Cicchitto.
Pochi giorni fa la Camera ha votato contro l'arresto di Marco Milanese con un margine di sette voti. Mercoledì la mozione di sfiducia a Romano è stata bocciata con ventuno voti di scarto, grazie anche alla pattuglia dei Radicali che ha reso pan per focaccia al Pd che in Senato ha bocciato la loro proposta di amnistia. In virtù della «libertà di coscienza» cui tanto i P-Dem mai mancano di fare riferimento, Dario Franceschini è esploso, Rosy Bindi ha parlato di «atto inqualificabile» e il partito sta valutando l'espulsione dei sette bastiancontrari: scusate, ma quale «libertà» e quale «coscienza», di grazia?
Se ne deducono due conclusioni: la prima è che una volta di più la giustizia non assume alcuna rilevanza rispetto alla prospettiva di dare una spallata al governo. E il caso Tedesco fa scuola al riguardo. La seconda è che mentre contro ogni aspettativa necrofora il Governo tiene e tiene bene, l'opposizione, oggi vittima di quella stessa «questione morale» che dai tempi di Arturo Parisi ne è stata cifra distintiva, perde colpi, si sfalda e fallisce puntualmente il bersaglio: segno che probabilmente la sua attuale segreteria è giunta alla fine del suo ciclo naturale e che un'esigenza, ad oggi tenue ma presente, di profondo rinnovamento si comincia a manifestare, tarlando lo scranno di Pierluigi Bersani.
In ultimo, un meritatissimo plauso a quello che possiamo definire senza tema di smentite il campione della giornata: Ferdinando Adornato, il quale ha fatto una professione di bipensiero da premio Nobel. Egli infatti, durante il discorso col quale ha motivato la sfiducia dell'Udc, è riuscito a dire: «Noi non abbiamo mai smesso di essere garantisti! E per questo votiamo la sfiducia». Semplicemente meraviglioso.
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