Fissato, con la manovra finanziaria, l'obiettivo dell'azzeramento del deficit entro la fine del 2013 attraverso meccanismi che consentono il contenimento della dinamica della spesa pubblica, il Governo ha deciso di avviare una svolta epocale, rivolta, finalmente, anche ad un abbattimento consistente dello stock del debito, un fardello che grava sul futuro del nostro Paese soffocando le sue energie produttive e le sue enormi potenzialità di ripresa.
Ed infatti, a pesare con oneri non più sostenibili, sono i costi a cui dobbiamo far fronte per mantenere la vertiginosa montagna del debito che l'Italia ha accumulato in anni e anni di malagestione e di miopia politica, costi che, come sappiamo, incidono pesantemente anche sulla percezione che i mercati, indipendentemente dalla solidità attuale della nostra finanza pubblica, hanno del nostro sistema Paese. Infatti, sebbene l'Italia possa vantare, in questo momento, una situazione più virtuosa di altri sia per quanto riguarda il deficit (possiamo contare sul migliore avanzo primario in Europa), sia per la solidità delle banche, i debiti privati e il tasso di disoccupazione - che si attesta due punti sotto rispetto a quello dell'area euro -, il Belpaese, proprio a causa dell'ingente stock del suo debito, è stato uno dei bersagli preferiti della speculazione finanziaria.
In questo quadro il Governo ha deciso di avviare una svolta strutturale, che, per potersi sviluppare, ha bisogno anche di una sorta di rivoluzione culturale, di una scossa in grado di rompere con i vecchi schemi di un'Italia imbalsamata, immobilizzata dalle resistenze di tutte quelle forze della conservazione che non smettono mai di lottare per difendere il proprio status quo. Si tratta di quelle forze che, sino ad ora, si sono sempre contrapposte a qualsiasi idea di privatizzazione, quei poteri forti che magari temono che una maggiore concorrenza possa intaccare le proprie rendite di posizione. Questi stessi poteri forti, d'ora innanzi, dovranno abituarsi all'idea che l'Unione Sovietica è finita ormai da un pezzo, e che la patrimoniale non può essere la soluzione ai problemi dell'Italia.
Il Governo dunque, con grande coraggio e caparbietà, per uscire dalle sabbie mobili di una crisi epocale intende non solo traguardare l'obiettivo, di breve periodo, del pareggio del deficit, ma si propone anche di avviare, sul lungo periodo, una massiccia operazione taglia debito, portandolo, se sarà possibile, dal 120% al 90%. Come? Vendendo.
La parola d'ordine, d'ora innanzi, sarà «vendere». Vendere il patrimonio pubblico improduttivo e che costituisce una sorta di «manomorta», ossia capitale pubblico morto che, come insegna giustamente l'economista peruviano Hernando de Soto, se non trasformato in «capitale vivo» costituisce una delle cause fondamentali del sottosviluppo.
In Italia, secondo quanto è emerso in occasione del seminario sul patrimonio pubblico organizzato giovedì presso il Ministero del Tesoro, si stima che vi sia un'enorme quantità di capitale pubblico, che per la precisione ammonta a circa 1.800 miliardi di euro, di cui 700 sono immediatamente fruttiferi. Più nel dettaglio, è stato rilevato come, dei 700 miliardi immediatamente valorizzabili, sarebbero quattro le aree sulle quali il Governo può agire: crediti, concessioni, immobili e partecipazioni. In particolare, gli asset del settore immobiliare varrebbero ben 500 miliardi di euro e di questi, come ha sottolineato il capo economista della Cassa Depositi e Prestiti, Edoardo Reviglio, relatore del seminario, «si può vendere dal 5 al 10 per cento, quindi dai 40 ai 50 miliardi da qui ai prossimi anni». In pratica dalla cessione di immobili pubblici, secondo quanto è emerso, si potranno ricavare circa 25-30 miliardi, mentre dalla vendita dei diritti di emissione di Co2 si dovrebbero poter ricavare altri 10 miliardi.
Secondo la relazione curata dal dirigente generale del Tesoro Stefano Scalera, inoltre, la valorizzazione del patrimonio pubblico può portare ad una riduzione strutturale del deficit pari a circa 9,8 miliardi l'anno e cessioni per 35-40 miliardi. Secondo Scalera l'operazione che si vuole mettere in atto può avere due differenti impatti sul rapporto debito/pil: da una parte, infatti, «nel breve periodo i maggiori effetti si ottengono con le dismissioni», dall'altra, «per massimizzare la riduzione del debito nel lungo periodo, meglio l'aumento della redditività del patrimonio». Quest'ultima, attualmente, è stimata attorno allo 0,9%, l'obiettivo che ci si prefigge è quello di raggiungere, invece, il 5,7% di rendimento.
Nell'ambito di questo piano il Tesoro ha in mente di creare, entro gennaio, una Sgr, una società pubblica di gestione dei risparmi, a cui sarà affidato il compito di raccogliere risorse per gli investimenti nelle concessioni di beni e infrastrutture, nelle locazioni passive e nella valorizzazione degli enti locali.
In sostanza, in occasione del seminario sul patrimonio pubblico, l'Esecutivo ha voluto dare un segnale forte al Paese e ai mercati: come ha tenuto a rimarcare il ministro Tremonti, il Governo intende dare «avvio ad una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese». In pratica il capitale pubblico morto verrà pian piano rimpiazzato da capitale vivo privato, sicuramente più efficiente, produttivo e redditizio. Si tratta di una svolta liberale, volta a ridurre gli spazi di uno Stato troppo ingombrante e ad ampliare quelli riservati alla libera intrapresa: un volano per la nostra economia.
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