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Numero 476
del 22/05/2012
Al via la riduzione del debito PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
aurora@ragionpolitica.it
  
venerdì 30 settembre 2011

442-30.jpgFissato, con la manovra finanziaria, l'obiettivo dell'azzeramento del deficit entro la fine del 2013 attraverso meccanismi che consentono il contenimento della dinamica della spesa pubblica, il Governo ha deciso di avviare una svolta epocale, rivolta, finalmente, anche ad un abbattimento consistente dello stock del debito, un fardello che grava sul futuro del nostro Paese soffocando le sue energie produttive e le sue enormi potenzialità di ripresa.

Ed infatti, a pesare con oneri non più sostenibili, sono i costi a cui dobbiamo far fronte per mantenere la vertiginosa montagna del debito che l'Italia ha accumulato in anni e anni di malagestione e di miopia politica, costi che, come sappiamo, incidono pesantemente anche sulla percezione che i mercati, indipendentemente dalla solidità attuale della nostra finanza pubblica, hanno del nostro sistema Paese. Infatti, sebbene l'Italia possa vantare, in questo momento, una situazione più virtuosa di altri sia per quanto riguarda il deficit (possiamo contare sul migliore avanzo primario in Europa),  sia per la solidità delle banche, i debiti privati e il tasso di disoccupazione - che si attesta due punti sotto rispetto a quello dell'area euro -, il Belpaese, proprio a causa dell'ingente stock del suo debito, è stato uno dei bersagli preferiti della speculazione finanziaria.

In questo quadro il Governo ha deciso di avviare una svolta strutturale, che, per potersi sviluppare, ha bisogno anche di una sorta di rivoluzione culturale, di una scossa in grado di rompere con i vecchi schemi di un'Italia imbalsamata, immobilizzata dalle resistenze di tutte quelle forze della conservazione che non smettono mai di lottare per difendere il proprio status quo. Si tratta di quelle forze che, sino ad ora, si sono sempre contrapposte a qualsiasi idea di privatizzazione, quei poteri forti che magari temono che una maggiore concorrenza possa intaccare le proprie rendite di posizione. Questi stessi poteri forti, d'ora innanzi, dovranno abituarsi all'idea che l'Unione Sovietica è finita ormai da un pezzo, e che la patrimoniale non può essere la soluzione ai problemi dell'Italia.

Il Governo dunque, con grande coraggio e caparbietà, per uscire dalle sabbie mobili di una crisi epocale intende non solo traguardare l'obiettivo, di breve periodo, del pareggio del deficit, ma si propone anche di avviare, sul lungo periodo, una massiccia operazione taglia debito, portandolo, se sarà possibile, dal 120% al 90%. Come? Vendendo.

La parola d'ordine, d'ora innanzi, sarà «vendere». Vendere il patrimonio pubblico improduttivo e che costituisce una sorta di «manomorta», ossia capitale pubblico morto che, come insegna giustamente l'economista peruviano Hernando de Soto, se non trasformato in «capitale vivo» costituisce una delle cause fondamentali del sottosviluppo.

In Italia, secondo quanto è emerso in occasione del seminario sul patrimonio pubblico organizzato giovedì presso il Ministero del Tesoro, si stima che vi sia un'enorme quantità di capitale pubblico, che per la precisione ammonta a circa 1.800 miliardi di euro, di cui 700 sono immediatamente fruttiferi. Più nel dettaglio, è stato rilevato come, dei 700 miliardi immediatamente valorizzabili, sarebbero quattro le aree sulle quali il Governo può agire: crediti, concessioni, immobili e partecipazioni. In particolare, gli asset del settore immobiliare varrebbero ben 500 miliardi di euro e di questi, come ha sottolineato il capo economista della Cassa Depositi e Prestiti, Edoardo Reviglio, relatore del seminario, «si può vendere dal 5 al 10 per cento, quindi dai 40 ai 50 miliardi da qui ai prossimi anni». In pratica dalla cessione di immobili pubblici, secondo quanto è emerso, si potranno ricavare circa 25-30 miliardi, mentre dalla vendita dei diritti di emissione di Co2 si dovrebbero poter ricavare altri 10 miliardi.

Secondo la relazione curata dal dirigente generale del Tesoro Stefano Scalera, inoltre, la valorizzazione del patrimonio pubblico può portare ad una riduzione strutturale del deficit pari a circa 9,8 miliardi l'anno e cessioni per 35-40 miliardi. Secondo Scalera l'operazione che si vuole mettere in atto può avere due differenti impatti sul rapporto debito/pil: da una parte, infatti, «nel breve periodo i maggiori effetti si ottengono con le dismissioni», dall'altra, «per massimizzare la riduzione del debito nel lungo periodo, meglio l'aumento della redditività del patrimonio». Quest'ultima, attualmente, è stimata attorno allo 0,9%, l'obiettivo che ci si prefigge è quello di raggiungere, invece, il 5,7% di rendimento.

Nell'ambito di questo piano il Tesoro ha in mente di creare, entro gennaio, una Sgr, una società pubblica di gestione dei risparmi, a cui sarà affidato il compito di raccogliere risorse per gli investimenti nelle concessioni di beni e infrastrutture,  nelle locazioni passive e nella valorizzazione degli enti locali.

In sostanza, in occasione del seminario sul patrimonio pubblico, l'Esecutivo ha voluto dare un segnale forte al Paese e ai mercati: come ha tenuto a rimarcare il ministro Tremonti, il Governo intende dare «avvio ad una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese». In pratica il capitale pubblico morto verrà pian piano rimpiazzato da capitale vivo privato, sicuramente più efficiente, produttivo e redditizio. Si tratta di una svolta liberale, volta a ridurre gli spazi di uno Stato troppo ingombrante e ad ampliare quelli riservati alla libera intrapresa:  un volano per la nostra economia.




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Commenti (2)
1. 30-09-2011 20:04
A mali estremi, estremi rimedi
Ci rendiamo conto che parlare di “patrimoniale” nella cultura economica liberale dà enorme scandalo, tuttavia in un periodo di “eccezionale” crisi bisogna rispondere con altrettanto “eccezionali” misure e di breve durata.  
Ebbene, poiché pare sia accertato che il patrimonio privato assommi a circa 8.000 MLD di Euro, lo Stato italiano eccezionalmente e per una durata di 5 – 10 anni potrebbe applicare un’aliquota del 10% (la famosa “decima” di Biblica memoria) su questo patrimonio e ne ricaverebbe la bella somma di 800 MLD di Euro all’anno, contro i 250-300 MLD di Euro circa che lo Stato incassa con l’IRPEF dai soliti noti (dipendenti e pensionati con “ritenuta alla fonte” e con “sostituto d’imposta”). Agli 800 MLD andrebbero poi aggiunti circa 100 – 120 MLD (considerando un volume di 1.000 MLD all’anno, una stima per difetto, e con un aliquota media del 12%) derivanti dai consumi, si arriverebbe così alla “modesta” cifra di 900 MLD di Euro. Nel 2011 le spese dello Stato italiano sono state circa 700 MLD di Euro contro un’entrata di circa 450 MLD di Euro (un deficit di 250 MLD di Euro da convertire in “Titoli di Stato”, i famosi “BOT e BTP”). Quindi, fermo restando una “Spesa” del 2011 di 700 MLD, si avrebbe una differenza positiva (cioè un “avanzo primario” e che avanzo primario!) sulle nuove entrate di circa 200 MLD. In nove anni e mezzo si azzererebbe l’enorme Debito Pubblico (1.900 MLD di Euro), oppure si potrebbe ridurlo del 50% in cinque anni, senza emettere “Titoli” e senza pagare interessi sul Debito, e la “legge di Dio” sarebbe giustamente soddisfatta. Resta inteso che per gli immobili dovrà essere considerato il “valore” derivante dalla rendita catastale rivalutata e non il “Valore di Mercato”. E’ vero che:”Una patrimoniale, …., ha sempre una logica depressiva e recessiva in quanto viene tassato il bene e non il red¬dito che ne deriva. In pratica, si va a inci¬dere anche su quella ricchezza che non produce reddito, con il rischio di impo¬verire il contribuente. Ecco perché tutti i sistemi tributari si basano sui redditi e non sui patrimoni (cfr. Pierluigi Bonora su Giornale.it del 26/09/2011: “Il partito delle tasse…..”), però in certi periodi della storia di un Paese “a mali estremi, occorre adottare estremi rimedi”, sia pure per un breve periodo e l’Italia sarebbe salva e al riparo da ogni selvaggia speculazione che manderebbe all’aria l’Euro e l’Unione Europea.  
Una seconda proposta (tra l’altro già presa in esame nell’articolo) riguarda la VENDITA di beni immobili dello Stato inutilizzati o con oneri manutentivi elevati (come aveva suggerito lo stesso Giornale “Libero.it” qualche settimana fa) e la privatizzazione o liberalizzazione delle Aziende Pubbliche in perdita o in sofferenza. Da questa operazione si potrebbero ricavare subito, e per 2 – 3 anni, circa 800 – 900 MLD di Euro che potrebbero servire ad abbattere il Debito Pubblico del 45 – 50%. Va da se, che lo Stato non dovrebbe mai privatizzare o liberalizzare Aziende Strategiche necessarie per la sua stessa sopravvivenza politica e territoriale. 
Grazie dell’attenzione e buon lavoro.
Scritto da Antonio
2. 02-10-2011 17:18
Bene la valorizzazione del patrimonio pu
Ma l'unica e vera soluzione duratura è la riduzione della spesa pubblica, che oggi si mangia il 52% del PIL e che non è sostenibile. Se non si riduce, l'Italia fallisce. 
Bisogna che la Costituzione fissi un tetto alla spesa pubblica (40% del PIL).
Scritto da Giovannino

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