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Numero 476
del 22/05/2012
Il caso Battisti PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
venerdì 30 settembre 2011

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A volta la parola fine sarebbe più dignitosa di qualunque proseguo. Come il sequel di un film, che delude i suoi spettatori e fan, lasciando quel gusto agrodolce (più agro che dolce) in bocca. Così le ultime novità sul caso Battisti non possono che deludere (ancor più se possibile) l’opinione pubblica italiana, ma soprattutto le famiglie delle vittime del terrorista del Cpa.

Le agenzie mondiali, infatti, hanno pubblicato la notizia della volontà di Brasilia di evitare che il contenzioso su Cesare Battisti finisca sui banchi della Corte dell’Aja. È stato lo stesso portavoce del Ministero degli Esteri brasiliano a confermare le voci che già da giorni si rincorrevano per i palazzi del potere di Brasile ed Italia. Oggi il Brasile di Dilma Rousseff vuole la «soluzione attraverso i canali politici»; non si invocano più il diritto e la giustizia, calpestati palesemente dalle autorità (politiche e giudiziarie) brasiliane mesi fa. Oggi deve essere (per il Brasile) la politica a farla da padrone, a prevalere, e con essa la ragion di Stato che essa porta con sé.

Un annuncio che giunge a margine della recente sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, svoltasi la scorsa settimana, occasione che ha permesso al ministro Frattini ed al suo omologo, Antonio Patriota, di incontrarsi e discutere (forse) anche del caso che ha allontanato le due capitali per lungo tempo. Brasilia teme che Roma porti a compimento le sue intenzioni, di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Aja, impugnando la decisione della Corte suprema brasiliana di negare l’estradizione all’ex terrorista dei Pac. I due ministri degli esteri, dunque, hanno attivato – così si evince dalle loro dichiarazioni – un canale bilaterale per risolvere politicamente la questione. Un canale politico e giuridico che pare includere una commissione di riconciliazione: primo incontro – la cui data è ancora ignota – a Roma. Una riconciliazione, in primis politica, che fonda le proprie ragioni nella real politik: Roma e Brasilia sono legate a doppio filo da stretti legami economici e finanziari, che rendono (di fatto) vicine le economie di entrambi. L’uno ha bisogno dell’altro. Ed ecco così che, in piena crisi economica internazionale, la politica (quella con la p maiuscola) si riappropria del suo posto, del suo spazio che per lungo tempo le ideologie e gli ideologismi le avevano tolto.

Mai Cesare Battisti si è pentito degli atti compiuti, mai un ripensamento sul proprio passato, mai un po’ di cenere con cui cospargersi un capo unto del sangue delle sue vittime. Proprio nelle dichiarazioni di inizio settembre, Cesare Battisti ribadiva il suo rammarico per il proprio passato, ma non certo un pentimento. Riconosceva una sua responsabilità politica per gli attentati, ma rinnegava con forza alcuna responsabilità militare per le stragi. Un’autocritica che però non supera una barriera fondamentale: la coscienza che le proprie azioni, sebbene di un «ragazzino», erano assolutamente inserite all’interno di quelle del movimento terrorista dei Proletari armati per il comunismo, gruppo che portava ontologicamente con sé due elementi, la militanza armata e lo spirito totalitario. Parole che più che placare gli animi – o suscitare pietismo nei confronti dell’ex terrorista impenitente – hanno invece riacceso il mai sopito sentimento di sdegno e rabbia dei familiari delle vittime del Battisti.

Il braccio di ferro che il Brasile si sta giocando non è con l’Italia, con la quale può annoverare un’amicizia politica lunga più di sessantanni, ma con l’intera comunità internazionale. Brasilia deve dimostrare di essere capace di imporre le proprie scelta, la propria volontà. Di poter giocare la partita con i grandi della Terra, senza essere di meno. Alla pari. Così un uomo, Battisti, diventa una pedina perfetta, lo scacchiere in cui dimostrare di esserci e di contare. L’ultimo episodio di questa triste saga è dunque all’insegna dell’amaro, della delusione presagita: la decisione della Corte Suprema brasiliana ma soprattutto le dichiarazioni dell’élite politica e opinione pubblica carioca all’indomani della sentenza che negava l’estradizione del Battisti e gli riconosceva la libertà sono elementi che il popolo ed il Governo italiano non hanno dimenticato. Alla luce, dunque, di questo recente passato, ci si può ancora fidare delle promesse di Brasilia?




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