Con un motu proprio che nulla ha di coraggioso od originale quanto più di vacuo ed opportunistico Confindustria, attraverso il suo presidente Emma Marcegaglia, ha lanciato il proprio «manifesto per salvare l'Italia». Già in virtù dell'accostamento di parole scelto sentiamo puzza di fregatura lontano un miglio, con quel «manifesto politico» congiunto alla retorica da Palasharp del «salvare l'Italia». Partiamo proprio male, insomma. In primo luogo perché si fatica a comprendere come, in un mondo ove i principali responsabili della crisi, ovvero gli Usa, grazie alle scelte di politica economica tutt'altro che ponderate e lungimiranti dell'amministrazione Obama, declassano il loro debito pubblico, ove la credibilità delle cosiddette «agenzie di rating» è stata pesantemente messa in discussione fino ad indagarle per procurato danno economico, ove per questioni di opportunità politica si forzano paragoni inconsulti tra il nostro paese, la Grecia e la Spagna (badando sempre di omettere al riguardo le gravissime responsabilità, commissive ed omissive, dell'ex «uomo dell'anno» Zapatero...) e si critica, spesso in modo pretestuoso, il nostro seppur imperfetto sistema Italia ma, fino a prova contraria, l'unico che abbia retto in maniera dignitosa alla crisi internazionale.
Un sistema-Italia difeso dal Governo che ha evitato licenziamenti di massa, la demolizione della spesa sociale, ed ha preservato la forza lavoro senza autoriduzioni stipendiali, come ha fatto a più riprese la Germania, evitando di quintuplicare le tasse in ambito universitario come ha fatto l'Inghilterra. In secondo luogo è necessario prestare la massima attenzione nel momento in cui Confindustria, trincerata dietro al proprio intangibile conservatorismo e vittima di una ridondanza locutiva, comincia a parlare lo stesso linguaggio della Cgil, altra realtà che grazie alla non esattamente brillante direzione Camusso, si ritrova le piazze vuote e un bel buchetto di bilancio. Attenzione: la versione che le due rappresentanze pretendono di vendere si fonda su una mistificazione genetica al limite del ridicolo e lesiva dell'elementare senso critico, in base alla quale di fronte alla «evidente» situazione di emergenza gli avversari di sempre «per senso del dovere verso la nazione» trovano «responsabilmente» un punto di contatto e accantonano le storiche divergenze. Se fossimo in un racconto allegorico di Esopo potremmo pure crederci. La realtà ci dice tutt'altro. Si tratta di operare un semplice lavoro di traduzione simultanea del Marcegaglia-pensiero e del Camusso-pensiero.
Quando la presidente degli industriali (meglio: di parte di essi...) parla di «riforme necessarie» intende in realtà «finanziamenti a pioggia», ovvero, enucleando e semplificando, che il Governo ricominci, come negli «anni d'oro», ad aprire i cordoni della borsa per consentire ai capitalisti senza capitali di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Allo stesso modo quando la Camusso parla di «riforme necessarie» implica che è indispensabile fare cadere il Governo che ha avuto il grande merito di rompere il patto di unità sindacale, ridimensionando pesantemente il ruolo della Cgil e mettendone in evidenza la specifica cifra conservatrice e preservatrice (dei propri privilegi) rispetto agli ex compagni di lotta, ormai indipendenti e liberi finalmente dai diktat tipici dell'era Cofferati (di Epifani, poveretto, non si ricorda nessuno...). Ma esaminiamo con attenzione questo mirabolante piano di rinnovamento: riduzione della spesa pubblica, vendita dei beni pubblici, «seria» politica di privatizzazioni e «liberalizzazioni», con particolare riferimento a energia e «trasporti» (attenzione!), «riforma fiscale». Infine infrastrutture. Mancano «verde-speranza», «giallo-canarino » e «rosso-fuoco» e la lista dei luoghi comuni può dirsi ampiamente completa. Se è vero che Occam ci spiega col suo rasoio che la risposta più semplice è spesso la migliore, è altresì vero che detta semplicità deve poi essere sostanziata da elementi oggettivamente sostanziati e credibili, ovvero elementi che tengano in primo luogo conto della realtà.
Quindi se c'è un Governo che ha ridimensionato, e pesantemente, la spesa pubblica, dai tagli ai ministeri alla riforma Brunetta nella Pa, questo è il nostro governo. Sulla vendita dei beni pubblici il «manifesto» dedica quattro righe nelle quali si indica solo che le dismissioni dovranno essere «massicce» e «svolte unicamente con le procedure dell'evidenza pubblica»: un modo come un altro per dire che a lor signori interessa far crollare il prezzo di mercato dei suddetti beni, poiché esattamente questo provocherebbe una dismissione massiccia e simultanea, e, allo stesso tempo, con il richiamo accorato all'«evidenza pubblica», mettersi automaticamente in prima linea per fare la parte del leone nelle acquisizioni sottocosto di patrimonio pubblico. L'unica strada praticabile al riguardo è quella che ha ben spiegato Carlo Pelanda sul Foglio qualche settimana fa e che, in poche parole, prevede la costituzione di un'apposita società per azioni cui vengano conferiti i beni pubblici da alienare, la quale si occupi della stima e della vendita frazionata di detti beni, al fine di mantenere il più alto possibile il loro valore di mercato. Non solo: tale società dovrebbe puntare all'azionariato diffuso, e non solo, quindi, sugli investitori «istituzionali». Questo perché in prima istanza lo Stato guadagnerebbe sulla vendita delle azioni, vieppiù appetibili qualora garantiscano un ritorno consistente sul medio termine, ovvero sia garantito il mantenimento di un altissimo valore di mercato dei beni da alienare (l'esatto contrario di quanto propone il «manifesto»...). Questo approccio si tradurrebbe in un corposo benefit per le casse dello Stato oltre che per i cittadini investitori, laddove il «manifesto» pretende la svendita sottocosto dei nostri asset pubblici a favore della corporazione dei capitani d'industria, ovvero quello che in gergo si chiama «cherry picking».
La «riforma fiscale», poi, cui fa riferimento il «volantino» di Confindustria mira ad un unico obiettivo: l'introduzione della tassa patrimoniale, attenzione attenzione, solo per le persone fisiche, con conseguente obbligo a carico delle medesime di fornire il proprio stato patrimoniale al fisco. Suona perfettamente logico: la maggior parte dei capitani di industria, come semplice persona fisica, non possiede nulla di nulla. Case, macchine, velieri, e atolli nei Mari del Sud sono tutti di proprietà di società di capitali: che incidenza potrebbe mai avere per loro l'introduzione della patrimoniale sulle persone fisiche? Ma è sulle «liberalizzazioni» nel settore trasporti che si cela la vera mela avvelenata: un chiaro riferimento a Ntv Nuovo Trasporto Viaggiatori, la società che fa capo agli amici di sempre, Della Valle e Montezemolo, che dovrebbe fare concorrenza a Trenitalia. Problema di non piccola entità: il loro treno costruito dalla francese Alstom, a quanto pare, presenta un difetto strutturale tale per cui l'aderenza verticale in curva, ovvero il fattore che misura l'aderenza delle ruote alla sede ferroviaria sotto sollecitazione centrifuga, pare sia risultato inferiore ai parametri minimi di sicurezza. Ergo, al fine di evitare che i macchinisti di Ntv dovessero acquisire il brevetto di volo il suddetto treno dovrebbe essere revisionato e refittato alla bisogna. Un brutto colpo, certamente, visto il capitale investito e l'aumento del medesimo operato. Capitale azionario che, è utile ricordarlo, è partecipato tra gli altri da Intesa San Paolo, Alberto Bombassei (che voci ufficiose e non confermate vorrebbero come eventualmente disponibile ad un impegno politico di prima forza...), Giuseppe Sciarrone, Isabella Seragnoli. Gente che conta, in Italia e all'estero, e che, giustamente, vorrebbero rientrare nel proprio investimento. Possibilmente, però, non a scapito della sicurezza dei viaggiatori... (fonte: Corriere.it ).
In ultimo, è utile ricordare che Confindustria si presenta sempre più come una realtà tutt'altro che omogenea, con particolare riferimento alla realtà della piccola e media impresa che spesso e volentieri non si riconosce nel vuoto pneumatico caratteristico dell'attuale direttivo. In definitiva, lor signori sostengono di voler «salvare l'Italia»: più pragmaticamente sarebbe auspicabile che qualcuno ci salvi da Confindustria e Cgil. Oggi due facce della stessa medaglia le quali, dietro all'accorato richiamo al «pubblico interesse» celano in realtà particolarismo e bieco conservatorismo...
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