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Numero 476
del 22/05/2012
Somalia, il terrorismo islamico provoca una strage a Mogadiscio PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
martedì 04 ottobre 2011

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Un attentato kamikaze ha sconvolto Mogadiscio, la capitale della Somalia, nella mattinata del 4 ottobre. Un camion carico di esplosivo è riuscito a superare i controlli di sicurezza ed è penetrato nella zona dei ministeri dove è saltato in aria provocando, secondo un primo bilancio destinato a crescere, 65 morti e decine di feriti. Tra le vittime si contano numerosi studenti in attesa di sostenere un esame per ottenere una borsa di studio all’estero.

L’attentato, messo a segno in un’area ritenuta tra le più sicure della capitale essendo presidiata dalle truppe governative e da quelle della missione di peacekeeping Amisom dell’Unione Africana, è stato subito rivendicato dal movimento integralista antigovernativo al Shabaab, legato al terrorismo islamico internazionale: «uno dei nostri mujaheddin si è sacrificato per uccidere dei responsabili del governo federale di transizione, dei soldati dell’Unione Africana e degli informatori» ha dichiarato un portavoce. La guerra che da 20 anni devasta la Somalia non conosce dunque tregua, neanche mentre una gravissima carestia rischia di decimare la popolazione somala per soccorrere la quale si è mobilitato il mondo intero. Al contrario, nei giorni scorsi le milizie al Shabaab, che controllano gran parte delle regioni centrali e meridionali del paese, hanno intensificato le attività militari per conquistare due cittadine, Dhusamereb e Dhobley, situate nel sud, a pochi chilometri dal confine con il Kenya, nei territori che la scorsa estate si sono autoproclamati autonomi con il nome di Azania.

Altri scontri sono in corso nel centro del paese, nella regione di Galgudud, dove agli al Shabaab si contrappongono le milizie Ahlu Sunna Waljama, un gruppo sufi moderato che in passato militava tra le fila antigovernative, ma che dal 2008 si oppone ad al Shabaab e alla sua pretesa di imporre in tutta la Somalia un’interpretazione fondamentalista della legge coranica. Di recente le truppe al Shabaab hanno anche oltrepassato la frontiera con il Kenya. Fatto ancora più grave, hanno da poco e per la prima volta osato compiere, o piuttosto commissionare ai pirati che infestano le acque somale, dei sequestri di persona in territorio kenyano. Il primo si è verificato tre settimane or sono in uno dei migliori resort della costa lambita dall’Oceano Indiano, a pochi chilometri dal confine tra i due Stati. Una coppia di turisti inglesi è stata aggredita durante la notte in un cottage dell’albergo. Il marito è stato ucciso e la moglie è stata portata in Somalia. Stessa sorte è toccata nella notte tra il 29 e il 30 settembre a una turista francese che da anni trascorre una parte dell’anno nella propria casa sull’isola di Manda, nell’arcipelago di Lamu. Prelevata nella sua abitazione, anche lei è stata trasferita nel sud della Somalia e a quanto pare si trova ora nelle mani degli al Shabaab. In entrambi casi si presume che l’obiettivo dei rapitori sia ottenere un riscatto e questo se non altro dovrebbe garantire che le due donne siano ancora in vita.

Le autorità kenyane esprimono preoccupazione per le ripercussioni che quanto accaduto può avere sulla stagione turistica che sta per iniziare, anche se sembra remota l’eventualità che episodi analoghi possano verificarsi più a sud, a Mambrui e Malindi, dove si concentra gran parte del turismo internazionale e dove, tra l’altro, vive una folta comunità italiana che gestisce decine di alberghi e di altre imprese turistiche. Altro, più grave motivo di preoccupazione per Nairobi, e per tutta la comunità internazionale, è il flusso incessante di profughi somali che cercano scampo alla guerra e alla fame nei campi allestiti nel nord est del Kenya, a Dadaab, pensati per ospitare circa 90.000 persone, ma che ora ne accolgono oltre 450.000: un numero che aumenta di 1.000-1.200 unità ogni giorno. Invano l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sta lanciando appelli affinché si tuteli la vita dei civili.

Il Governo somalo è privo di influenza se non su alcuni territori e sulla capitale e anche qui grazie soltanto alla presenza della Amisom. Peraltro in questi anni più che della sorte dei civili, i politici somali hanno continuato a preoccuparsi dei rapporti di forza all’interno delle istituzioni: l’ultima crisi politica è stata risolta a giugno. Quanto agli al Shabaab, negano addirittura che sia in corso una carestia e non accettano di aprire dei corridoi umanitari che consentano di assistere la popolazione.




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