Che cosa sia accaduto in quella notte del primo novembre 2007 ormai lo può sapere solo il buon Dio, oltre, ovviamente, all'esecutore (o agli esecutori) materiale dell'omicidio. Quello che senz'altro si può affermare senza tema di smentite è che la mediatizzazione estrema e parossistica del processo rende assolutamente non individuabile un punto di sintesi concreto e credibile tra verità giudiziaria e verità effettiva o, che dir si voglia, empirica. Un punto di sintesi che già in condizioni normali non è facile raggiungere compiutamente, ma che certamente non viene agevolato dalla mostrificazione mediatica dell'accusato né dalla presunzione di infallibilità, tutta da dimostrare e, anzi, forse indimostrabile, della magistratura inquirente. Così come la costruzione di teoremi sulla quale basare l'obbligatoria azione penale non può essere considerato criterio efficace e giuridicamente proficuo per rendere, se non concidenti, almeno assimilabili le due «verità».
Auspicare che Amanda Knox e, di conseguenza, Raffaele Sollecito, non siano assolti per timore che la studentessa americana se ne scappi ex abrupto negli Stati Uniti (magari con il «famoso» jet privato che mai è esistito se non nella fantasia dei colpevolisti sine sale...) configura un'attitudine giudiziaria non solo ingiustificabile sull'eminente piano del diritto, ma anche stranamente prona a quella giurisprudenza teleologica, ovvero volta a considerare e vagliare le conseguenze sociali ed economiche di una sentenza, che sistematicamente viene sconfessata nella prassi quotidiana. Soprattutto se le eventuali considerazioni teleologiche debbono riguardare un personaggio di primo piano, politico o vip che sia.
Come giustamente sostiene Giuliano Ferrara, tutto quello che deve riguardare il processo penale si concentra nella valutazione degli elementi probatori, i quali, nel caso specifico, sono stati sistematicamente demoliti; non, attenzione, dai periti di parte, bensì dai periti imparziali nominati dalla Corte d'Assise d'Appello. Ergo: nessuna prova, nessuna condanna. Viene spontaneo chiedersi come sia stato possibile non solo iniziare un processo, ma soprattutto incarcerare per quattro anni due sospettati, sulla base di elementi probatori che definire fragili sarebbe poco.
Il Segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano ha al riguardo sottolineato come, a fronte della sentenza assolutoria in formula piena, è come minimo necessario chiedersi chi, se, e quando, dovrà risarcire i due giovani ex imputati per i quattro anni di carcere ingiustamente patiti. Non solo: la vox populi, che tanto manda in sollucchero i giornali di mezzo mondo, sostiene che la famiglia Knox abbia sostenuto spese legali per un milione di dollari. Facciamo pure che sia un'esagerazione. Diciamo pure che le spese legali siano ammontate a un terzo, ovvero a circa 300.000 dollari. Quanti sarebbero in grado di sostenere una spesa di questo genere? Una spesa comunque enorme e, quindi, non a portata di tutte le tasche, affrontata non per conseguire una cospicua eredità o un altrettanto cospicuo risarcimento aquiliano in sede civile, ma solo per arrivare a dimostrare l'innocenza di un imputato. E se la famiglia Knox non fosse stata più che benestante e non avesse avuto la possibilità, di conseguenza, di potersi avvalere dei servigi di avvocati non esattemente alla portata del cittadino medio?
Quanto detto fin qui non vuole in alcun modo postulare la necessità di individuare un limite oggettivo alla necessaria azione della magistratura, bensì fornire uno spunto di riflessione sulla maggiore o minore bontà di un determinato approccio giudiziario. Approccio che, in re ipsa, in primo luogo dovrebbe fugare ogni pur vago ed involontario fumus di pregiudizialità. Questo per due distinti ma sinergici ordini di ragione: in primo luogo l'istruzione di un processo comporta costi. Costi economici e costi in termini di ore/lavoro: il dedicarmi indefessamente alla difesa di una linea (teorema?) giudiziario implica che io sottragga tempo ad altre, forse più importanti (se non dal punto di vista mediatico da quello del diritto...) azioni penali.
In secondo luogo la superficialità nella disamina degli elementi probatori, la quale viene palesemente evidenziata dalla suddetta sentenza di assoluzione, comporta il proliferare di un diffuso sentimento di incertezza del diritto. Incertezza che non può esclusivamente ascriversi alla necessità di individuare comunque un colpevole: è comprensibile al riguardo il dolore indignato dei familiari di Meredith Kercher. Stiamo parlando di persone a cui è stata uccisa una figlia, una sorella, una congiunta. Persone alle quali è stata de facto garantita nel corso di quattro lunghissimi anni l'individuazione di un colpevole. Ma alla domanda legittima della famiglia Kercher «Allora chi è stato?» non si può rispondere condannando il primo che passa, ipocritamente cercando di ricostituire l'ordine violato.
Il dado è stato comunque tratto: il popolar sentire si divide tra innocentisti e colpevolisti, tra chi nel proprio cuore aveva già scritto quattro anni fa una sentenza e quanti, nonostante gli oltre 300 «addetti stampa» accreditati all'udienza, hanno cercato di districarsi in una matassa giudiziaria circonvoluta e complessa, nell'ambito della quale l'antipatia e la mostrificazione conculcate cui accennavamo sopra hanno comunque giocato un ruolo non piccolo. Ad oggi non possiamo che accogliere, senza riserve, la decisione della Corte d'Assise d'Appello, che ha rivendicato, sulla base di riscontri oggettivi e non opinabili, il dovere di decidere secondo diritto e secondo coscienza, rivendicando altresì il proprio ruolo di indipendenza e non subiezione nei confronti della magistratura inquirente, la quale comunque ricorrerà in Cassazione...
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