L'Italia è ben lungi dal cadere in default. Sembrerebbe un'affermazione paradossale, in un momento in cui il nostro paese viene da un downgrade di tre notches da parte di Moody's. Tuttavia, per interpretare al meglio la decisione di declassare il merito del nostro credito al livello A2 (che nella scala che parte da una tripla A si trova al sesto posto), bisogna arrivare a comprendere che spesso queste prese di posizione derivano sì da valutazioni economico-finanziarie, ma anche e soprattutto da considerazioni prettamente politiche (ricordiamo, ad esempio, quanto fosse stato positivo il giudizio dato alla Lehman Brothers prima del colossale fallimento, ndr.). Dunque, se politiche sono le raffiche di sfiducia nei confronti della nostra economia, politiche potrebbero essere le soluzioni adottabili, posto che con le due manovre e con il prossimo decreto sviluppo ci siamo già messi sul binario giusto per il risanamento del debito. Ma attenzione, perché per contrastare la tempesta di sfiducia non ci si può ripiegare su se stessi e guardare solo nel nostro giardino. Occorre agire sul terreno europeo convinti e coesi, per dare un segnale forte ai mercati internazionali.
Non si spiegherebbe in altro modo, ad esempio, come sia solo una delle tre principali agenzie di rating, Fitch, l'unica a vivere di capitale francese, a mantenere fermo il giudizio sull'Italia su Aa-. Se guardiamo le valutazioni delle due sorelle statunitensi, si tratta di due metri di giudizio anni luce distanti. L'agenzia europea ritiene che la qualità degli investimenti in titoli italiani sia alta, poiché ottima è rimasta l'affidabilità sul pagamento del capitale e degli interessi. Per Moody's e S&P, invece, la capacità di rimborso del debito italiano sarebbe soltanto «buona» a causa delle basse prospettive di crescita. Di conseguenza, il loro outlook diventa negativo, con possibilità di ulteriori declassamenti futuri.
La distonia diventa ancora maggiore quando si considera un raffronto con gli altri paesi dell'eurozona. Bene sicuramente il mantenimento di una forte distanza coi Piigs. Se per Moody's il giudizio sull'Italia è A2, quello sull'Irlanda è Ba1 (sei gradini sotto di noi), sul Portogallo è Ba2 e sulla Grecia è un preoccupante Ca, ben 15 gradini più giù. Ciò non toglie il fatto che un paese come la Spagna, che ha delle fondamentali non certo migliori delle nostre, sia rimasto ancorato ad un saldo Aa2 (al terzo livello della scala di merito).
Moody's sembra non voler tener conto delle voci positive che si levano dall'Unione europea sull'Italia, cosa che invece ha influenzato in meglio i giudizi di Fitch. Proprio ultimamente, infatti, Antonio Borges, direttore dell'Europa per il Fondo Monetario Internazionale, ha rilasciato una dichiarazione quanto mai ottimistica sulla nostra economia. «In Italia i conti pubblici non sono mai stati buoni come in questo momento, e questo è un dato importante», ha affermato Borges. Certo, non si può omettere il dato importante della crescita zero, ma occorre ricordare che siamo tra i pochi paesi a poter vantare un avanzo primario in attivo, «meglio persino di quello della Germania». Se si riuscisse ad ovviare al ristagno dell'economia, implementando le misure in discussione in seno al Governo in maniera efficace e facendo sì che le stesse non deprimano consumi e investimenti, si potrebbe facilmente abbattere il muro che ci distanzia dagli altri paesi.
Cosa ci assicura, allora, che siamo lontani dal rischio default? Guardiamo il caso greco. L'imponente operazione di risanamento sta andando così male che permangono incertezze sull'elargizione di un'ulteriore tranche di capitale di salvataggio. Eppure nessuno, come ha assicurato il presidente dell'Eurogruppo Juncker, si auspicherebbe un default ellenico. Questo perché un'eventuale bancarotta avrebbe effetti esponenzialmente molto più devastanti di altri clamorosi fallimenti, vuoi quello argentino, vuoi quello della statunitense Lehman Brothers. Qui a cadere, con un grottesco effetto domino, sarebbe l'Europa intera, i cui pilastri economici (che ai tempi della Ceca erano di cemento armato) sono già diventati friabili come grissini. L'effetto domino, del resto, risulterebbe ulteriormente potenziato dall'attivarsi dei meccanismi perversi dei credit default swaps. Questi derivati, come è ormai noto, giocano a scommettere sulla solvibilità di uno Stato. Meno lo Stato è solvibile, più è alto il rischio di bancarotta, più rende il cds. Dunque, i titolari di cds hanno tutto l'interesse a che lo Stato fallisca. Ciò innescherebbe pericolose reazioni a catena che dal mercato borsistico si trasferirebbero, come spesso è avvenuto in passato, su quello reale. Se nessuno, speculatori a parte, vuole la bancarotta della Grecia, figuriamoci se possa essere in odore anche solo la mera eventualità di un fallimento italiano.
Da questa analisi, allora, è facile intuire come le vite dell'Europa siano appese ai fili di due capricciosi burattini: le agenzie di rating e il magmatico andamento dei cds. A poco possono servire le rassicurazioni e i buoni intenti del nostro presidente del Consiglio o del ministro dell'Economia. Finché non si darà una seria regolamentata ai mercati finanziari globali, le economie dei Paesi dipenderanno sempre e soltanto dal capriccio delle oscillazioni di borsa.
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