Il «modello sociale svedese» è stato molto discusso in Europa. Alcuni continuano ancora a lodarlo, ma i suoi problemi sono evidenti specialmente a causa di una bassa crescita economica, di un elevato livello di debiti, dell'invecchiamento della popolazione abbinato a sistemi pensionistici «pay-as-you-go» ed di una diffusa disoccupazione persistente. Tuttavia in Svezia alcuni di questi problemi che affligono l'Europa sono già stati risolti.
Il vecchio modello socialdemocratico è stato scartato e sostituito con un sistema di libero mercato. Questa constatazione può suscitare grande sorpresa per molti, specialmente per come il modello svedese é stato esaltato come equo e competitivo per decenni dai media. In realtà Göran Persson – ex leader del partito socialdemocratico -, dalla sua elezione nel 1996 fino alla sua sconfitta elettorale nel 2006, trasformò radicalmente ciò che era stato percepito all'estero come il modello svedese. Quello che si crede sia il modello sociale della Svezia non corrisponde al vero, ma è solo una proiezione delle nostre inclinazioni ideologiche ed ipotesi presupposte.
La politica riformatrice è continuata, dal 2006 in poi, ad un ritmo sempre più accelerato da parte del governo di centro-destra del primo ministro Fredrik Reinfeldt. Inizialmente il modello svedese comportava la piena occupazione e bassa inflazione degli anni '50. Questo fu ottenuto attaverso industrie competitive, imposizione fiscale relativamente bassa (inferiore al livello degli Stati Uniti di quel periodo) e mercati relativemente liberi.
Il modello svedese venne in realtà abbandonato negli anni '70 del primo ministro Olof Palme proprio quando conquistò fama ed ammirazione a livello internazionale. In seguito vennero introdotti i tassi fiscali più alti del mondo uniti ad un interventismo delle politiche sociali e sul mercato del lavoro. Fu uno sfortunato tentativo di introdurre una politica ispirata dal modello jugoslavo di socialismo sindacale che chiuse questo decennio. L'espansione del pubblico, quindi, fu un effetto, e non la causa, del precedente successo economico. Il risultato di questa espansione determinò la tragica crisi dei primi anni '90, quando la Banca di Svezia cercò invano di collegare la sopravvalutata corona al AEC (accordi europei di cambio) per poi proteggerla con tassi di intresse del 500 per cento. Il resto del decennio comportò la macellazione di molte delle vacche sacre del modello svedese proprio da parte del partito socialdemocratico, ma il processo venne eseguito in silenzio. Non fu come il consapevole ed esplicito cambiamento di politica effettuato dal New Labour di Tony Blair, ma piuttosto una svolta pratica senza retorica da parte del governo socialista svedese: il divario tra parola e azione era ampio.
Neanche il presente governo di centro-destra sfida apertamente le retorica sul modello svedese, anche se lo ha cambiato, e di molto. Se la Svezia di oggi viene paragonata al resto dell'Unione europea è perché si è aperta al libero mercato. Nel 2011 la la nazione svedese è al 22eismo posto dell' Indice di libertà economica del Heritage, l'Italia, invece, ha un 87esimo posto. Per lungo tempo la Svezia è stata favorevole al libero scambio, il che è comprensibile dato che il 60 per cento del Pil deriva da esso. Questo ha facilitato i cambi strutturali dell'industria svedese anche nei confronti della competizione cinese. Nel 1996 la Svezia liberalizzò il proprio mercato dell'energia elettrica, permettendo una concorrenza privata nella distribuzione. Oggi la metà delle centrali nucleari sono di proprietà privata.
Telecomunicazioni, servizi postali e trasporti pubblici sono stati ampiamente deregolamentati, aprendo nuovi mercati. I monopoli di Stato difesi dal potere dei sindacati sono stati aboliti o almeno aperti alla concorrenza. L'introduzione di un sistema di voucher ha creato un mercato dell'istruzione in cui i genitori hanno un ampio spettro di scelta su dove mandare i figli a scuola. L'assistenza sanitaria è stata in gran parte aperta ad alternative private. In effetti uno dei più grandi ospedali di emergenza di Stoccolma, il «Sankt Göran», è una società privata quotata in borsa. La Svezia ha un tasso abbastanza basso di imposta sulle imprese, ossia del 28%. La procedura per la registrazione di una ditta è relativamente semplice e richiede un tempo che varia da una settimana ad un mese. Il Paese scandinavo pone poche barriere agli investimenti esteri. La maggior parte delle banche commerciali è di proprietà privata. Agli istituti bancari viene permesso di offrire una vasta gamma di servizi, e quelli stranieri hanno acesso al settore. Inoltre pochi giorni lavorativi vengono persi a causa di scioperi.
È facile chiudere fabbriche ed impianti e spostare gli investimenti. Non esiste un salario minimo legale. A differenza di altri paesi europei, i comercianti non sono vincolati da orari di apertura regolamentati. Le tasse di successione e di donazione sono state abolite da anni. Il sistema pensionistico è stato riformato sulla base di un programma finanziato in base all'andamento dell'economia. Nel sistema interamente finanziato tutti gli svedesi scelgono gli investimenti per le proprie pensioni. Se l'economia non cresce, le pensioni saranno basse e ci sono meccanismi che impedisco al sistema di fallire.
Questi cambiamenti, che sono visti come radicali anche da un punto di vista «anglosassone», hanno giovato alla Svezia. Un debito pubblico del 80 per cento del Pil negli anni '90 è sceso a meno del 40 per cento grazie alla crescita dell'economia. L'inflazione si è abbassata ad una media dell'1,3 per cento lo scorso anno. Certo, è un compito non facile diventare un modello di liberalizzione nell' Europa di oggi. Ma ciò dimostra che coloro che pensano al modello svedese di un tempo, ora non possono più vederlo applicato in Svezia. I resti del vecchio modello socialista – alta tassazione dei redditi ed alta Iva, il mercato del lavoro regolamentato ed il sistema di ridistribuzione sociale non sufficientemente riformato - sono, in effetti, gli aspetti più problematici per l'economia svedese e non la sua audace avanguarda. Se la Svezia, quindi, ha potuto cambiare di fronte alla crisi, è possibile farlo anche altrove.
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