C'è chi li ha battezzati gli «indignados» d'America. Per alcuni ricordano invece i giovani della cosiddetta «primavera araba». Altri, infine, intravedono in loro la versione liberal e anti-capitalista del movimento libertario dei Tea Party. L'urlo di protesta delle migliaia di persone scese in piazza per manifestare contro il potere economico e l'influenza delle corporation sul governo sotto lo slogan di «Occupy Wall Street» si sta in brevissimo tempo facendo sentire in tutta America, moltiplicandosi a dismisura e diventando ormai un fenomeno di livello nazionale, che ha catturato l'attenzione dei media di tutto il mondo. E, tra tante supposizioni, teorie e paragoni più o meno calzanti, la certezza è che nessuno, finora, è riuscito ad etichettare, né a definire con grande precisione la natura del neonato movimento spontaneo che, nonostante i tentativi di strumentalizzazione elettorale e di schieramento, rifugge ogni canone politico, rivelandosi una tigre assai difficile da cavalcare.«Non ho idea di quanto durerà ancora, penso che ciò abbia in parte a che vedere con le condizioni del tempo». Il Sindaco di New York Michael Bloomberg, che finora si è dimostrato piuttosto ospitale nei confronti dei manifestanti (riaffermando la libertà a manifestare, a patto che si rispettino le leggi, ergo giustificando gli arresti dei giorni scorsi), sembra voler scommettere sull'arrivo dei primi freddi. Dopo quasi un mese di «occupazione» di Zuccotti Park, a pochi passi dal distretto finanziario di Manhattan e da Ground Zero, i tanti che hanno risposto all'appello del gruppo di attivisti canadesi «Adbusters» potrebbero risentire dell'ormai imminente inverno, e condizioni meteorologiche avverse quali gelo, pioggia e neve, potrebbero rivelarsi fatali per «Occupy Wall Street».
A prescindere dalle sorti del movimento nella sfida contro il meteo, tuttavia, l'iniziativa newyorkese ha guadagnato, dalla sua origine (17 settembre) ad oggi, una sempre maggiore visibilità mediatica e, di conseguenza, politica. Le notizie relative alle centinaia di arresti effettuati dalla polizia di New York a inizio ottobre, nei giorni in cui i manifestanti hanno tentato di marciare - senza autorizzazioni - attraverso il ponte di Brooklyn, sono servite da casse di risonanza per la protesta, e l'eco di chi marcia contro l'ineguaglianza economica, l'avidità delle corporation, l'influenza delle lobby finanziarie è stato così udito pressoché ovunque nel globo. Da una parte, ciò ha contribuito a dar vita a iniziative analoghe in altre città Usa: a «Occupy Wall Street» si sono infatti affiancate le «occupazioni» di almeno altre settanta città, tra cui metropoli quali Los Angeles, Chicago, Boston, Dallas, ma anche centri minori quali Albuquerque, Santa Fe, Ann Arbor e Iowa City (caso forse unico nella storia, tant'è che un editorialista di una testata locale si è chiesto «Perché occupare Iowa City?»). Dall'altra parte, quanto avvenuto, unitamente al rapido moltiplicarsi delle realtà occupate e dei manifestanti in piazza, è arrivato fino nei corridoi di Washington. Dove, a circa un anno dalle elezioni presidenziali, il fenomeno non può assolutamente essere ignorato.
Mentre alcuni esponenti del partito Repubblicano, quali i candidati Herman Cain e Mitt Romney, hanno utilizzato parole di biasimo nei riguardi della protesta, sul fronte democratico, a dispetto di un iniziale disinteresse, ora si sta tentando di prendere le misure al movimento, nel tentativo - forse un po' azzardato - di intercettare il suo supporto in chiave elettorale. Il compito non è dei più semplici, dal momento che «Occupy Wall Street», sorto più o meno spontaneamente, assolutamente privo di leader, è per il momento un enorme calderone che racchiude migliaia di persone che manifestano genericamente contro il capitalismo, con slogan spesso in contrasto tra loro, senza una precisa idea politica di base, ma soprattutto non senza criticare lo stesso governo americano, che attualmente fa capo al democratico Obama. Un rischio che, tuttavia, i Democratici sembrano voler correre. «La scorsa settimana i Democratici erano combattuti riguardo Occupy Wall Street. Questa settimana, sembra che abbiano deciso che è una cosa buona - e ora vogliono anche partecipare», nota il giornalista Evan McMorris. Una parte sempre più consistente del partito, specialmente l'area più liberal guidata dalla mai doma Nancy Pelosi, ha abbracciato il movimento, e il Democratic Congressional Campaign Committee, braccio armato dei Dems alla Camera, ha già lanciato una petizione per sostenerlo.
La scommessa, non troppo velata, di Pelosi e di molti Democratici è che la protesta, in poco tempo, si istituzionalizzi e si trasformi in una versione liberal del Tea Party, che potrebbe tornare assai utile non solo per tentare di «neutralizzare» l'impatto mediatico e politico di cui da mesi gode il movimento anti-tasse, ma anche per garantire un certo supporto alla campagna per la rielezione di Obama - il quale però, è giusto ricordarlo, non è esente da accuse da parte di Occupy Wall Street, che rimprovera alla sua amministrazione una certa mancanza di coraggio. Il paragone con i Tea Party, probabilmente più frutto di un auspicio liberal che non una vera previsione, non va però giù a Amy Kremer, a capo del Tea Party Express, secondo la quale i manifestanti di Wall Street «non sanno neppure perché sono in strada a protestare». In un'intervista rilasciata a The Politico, la Kremer commenta piuttosto schiettamente: «Non credo che si tratti della risposta della sinistra al movimento Tea Party, e ci sono un sacco di manifestanti che non sostengono Barack Obama: penso si tratti semplicemente di persone infelici che non sanno bene cosa vogliono». Ma l'affondo maggiore viene riservato per la natura stessa dell'iniziativa e sulla sua mancanza di fini precisi, «completamente irrealistici» e per l'assenza di un messaggio unico: «È piuttosto bizzarro: questi ragazzi sono là fuori indossando t-shirt contro il capitalismo. È ironico che si trovino a comunicare attraverso i loro gadget, che sono stati creati per competizione, libera impresa e capitalismo».
Le parole della Kremer, seppur dure e motivate da una certo sentimento di lesa maestà dovuto al paragone tra le due differenti realtà, colgono nel segno. La caratteristica che, più di ogni altra, salta all'occhio nell'affrontare il fenomeno Occupy Wall Street è la confusione di base che, come spesso accade per i movimenti sorti spontaneamente, rende alquanto difficile la percezione dei suoi obiettivi, ancor peggio di un unico messaggio ben definito. Migliaia di persone, di tutte le età, sono scese in piazza per protestare genericamente, e senza un disegno preciso: più una manifestazione spontanea di malumore, scontento ed esasperazione, che un effettivo progetto politico. Ecco perché, mentre metà degli americani dichiara di essere a conoscenza del fenomeno, sarà necessario monitorare l'evolversi della protesta nei giorni e nelle settimane a venire. Per comprendere se, come vuole Nancy Pelosi, essa si trasformerà nella «Next Big Thing» e saprà recitare un ruolo da protagonista anche nella corsa al 2012, oppure se, come afferma Michael Bloomberg, essa sarà bloccata, più che dalla politica, dallo scendere delle temperature nei termometri di New York.
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