|
E se al lungo elenco di artisti cattolici dovessimo aggiungere il nome di William Shakespeare? L'ipotesi non è bizzarra né inedita per molti studiosi della sua vita e della sua opera. Da quasi cent'anni, infatti, diversi studi critici britannici hanno smontato l'immagine, o meglio la vulgata patriottica, di un «Bardo dell'Avon» fedele anglicano in ottimi rapporti con la corona inglese. È appena uscito per le edizioni Ares L'enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?, voluminoso saggio (oltre 450 pagine) dell'esperta del ramo Elisabetta Sala che divulga per il pubblico italiano tutte quelle ricerche aggiungendovi notevoli intuizioni personali.
Chiedersi se uno dei più grandi geni della letteratura mondiale sia stato cattolico e papista nell'epoca della regina Elisabetta e del suo successore James di Scozia non è sterile esercizio di erudizione, nemmeno un tentativo di appropriazione indebita. Rimanere fedeli a Roma in quegli anni non era consigliabile in terra di Albione, dato che il regime elisabettiano fu particolarmente crudele ed oppressivo nei confronti dei cattolici. La giovane religione di Stato aveva proibito fin dal 1559 l'antica confessione, era reato credere nell'eucaristia e mostrare devozione per il pontefice, la Madonna, i santi. L'arcipelago era tornato terra di missione, missione clandestina dei gesuiti che rischiavano la pena capitale (solitamente per squartamento) come tutti coloro che li ospitavano, aiutavano od assistevano alle messe segrete. Partecipare alle funzioni domenicali della chiesa ufficiale era invece obbligatorio; coloro che si rifiutavano, i «recusant», pagavano multe salate o finivano in carcere.
La prova meno trascurabile del cattolicesimo occulto di Shakespeare la si trova nelle scelte delle persone a lui vicine. Molti famigliari, compresi il padre e la figlia prediletta, amici e protettori sono segnalati nei documenti ufficiali come «recusant», spesso come esponenti di primo piano della resistenza cattolica. Il poeta e drammaturgo aveva anche qualche conoscenza fra i cospiratori implicati nella «congiura delle polveri» che nel 1605 tentò di far saltare in aria il parlamento per vendicare i soprusi del regime. In un clima di sospetto e delazione che anticipò quello dei regimi totalitari del Novecento non sarebbe stato strano che l'uomo pubblico Shakespeare nascondesse la sua fede, preferendo alludervi solo nelle sue opere.
Il teatro, frequentato da tutte le classi sociali, era un influente mezzo di comunicazione di massa non controllato capillarmente dal governo; dunque un'ottima arma politica. La Sala analizza tutte le opere di Shakespeare e scova particolari interessanti, dati non trascurabili. Tanto per cominciare, a differenza di tutti gli altri drammaturghi del tempo, nelle commedie e tragedie non compaiono mai satire antipapiste, anzi i personaggi appartenenti al clero cattolico sono personaggi positivi e degni rispetto, in particolar modo i francescani. Non mancano poi riferimenti a cose proibite dalla religione al potere, come pellegrinaggi, culto reliquie, uso del rosario. Anche il purgatorio, realtà negata dalla teologia anglicana, fa la sua comparsa. Il tema ricorrente dell'esilio rimanda alla deportazione degli ecclesiastici, quello dell'invasione straniera che ristabilisce l'ordine evoca la fallita spedizione dell'Armada spagnola nel 1587 per rimettere sovrani cattolici sul trono inglese.
Possiamo dunque considerare Shakespeare cattolico. In fondo, cattolico significa «universale», e pochi autori furono universali quanto lui. Tutti autori cattolici, beninteso.
Condividi questo articolo      
|