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Numero 476
del 22/05/2012
La Russia tra due mondi PDF Stampa E-mail
! di Leonardo Tirabassi
tirabassi@ragionpolitica.it
  
venerdì 14 ottobre 2011

russia-tra-due-mondi.jpgFino alla caduta del Muro di Berlino, il mondo era semplice. Il sistema bipolare assicurava non la pace assoluta, come spesso alcuni nostalgici sembrano ricordare, ma uno schema lineare di interpretazione degli eventi. Sistema bipolare, equilibrio del terrore, alleanze militari speculari, ruoli certi. L'ermeneutica degli avvenimenti era sicura - salvo scivoloni sempre possibili - per lo meno a grandi linee e i nuovi fatti ed eventi andavano a collocarsi in una qualche casellina già predisposta. Certo c'erano le sorprese, i tentativi di saggiare forza e resistenza dell'avversario, Cuba ad esempio; c'erano situazioni di difficile interpretazione come il Vietnam, a metà tra una guerra di decolonizzazione e un tentativo annessionista comunista di una parte del paese governata da un regime corrotto e inetto. Ma insomma lo schema reggeva e funzionava perché a sostenerlo vi era un'impalcatura riconosciuta di organizzazioni internazionali create per una governance globale bipolare, in condominio tra Usa e Urss. Chi si chiamava fuori, la Cina, non aveva il peso di giocare nessun vero ruolo autonomo, al massimo dava un colpo ad un piatto della bilancia.

Dopo più di venti anni da quel fatidico 1989, le cose non stanno più così. La simmetria è finita, l'ordine, quell'ordine, è scomparso. Gli Stati Uniti sono rimasti l'unica potenza mondiale; ancora enorme la loro forza economica, impressionante le forze armate, la flotta militare è la più grande del mondo superiore alla somma di quelle messe assieme dei tredici paesi che seguono in classifica. Ma possiamo definire questa forza egemonia, in grado cioè da dettare l'agenda a tutto il mondo? Le difficoltà a venire a capo della guerra in Afghanistan, di mettere ordine in Medio Oriente e in primis di gestire il processo di pace tra Israele e Autorità palestinese, l'incapacità di gestire la crisi economica sono sotto gli occhi di noi tutti. Anche le organizzazioni internazionali nate dopo la seconda guerra mondiale sono in affanno, a cominciare dalla Alleanza Atlantica, per non parlare dei vari G e qualcosa.

E all'Urss non è andata di certo meglio. Quello che una volta era l'impero del male, o il sogno terreno di una palingenesi possibile, a seconda dei gusti, si è dissolto, lasciando un vuoto geografico ed uno spaesamento assoluto. Hélene Carrère d'Encausse (La Russia tra due mondi, Salerno, 2011, €15) è abile a fornire un quadro di riferimento del caos geopolitico in cui si trova Mosca.

Finito l'impero, crollata l'organizzazione statale, con un esercito parvenza della potente Armata rossa che aveva vinto la Wehrmacht di Hitler, con un'economia a pezzi, adesso i governanti ex sovietici si trovano in mezzo a scelte che spesso ad un'opinione pubblica europea sfuggono. Il primo punto da cui partire, ovvio, è la vastità del paese, la sua collocazione geografica lo pone al centro per lo meno di tre continenti, sottoponendolo ad uno stress identitario continuo. Dove guardare? A Occidente o ad Oriente? Verso le democrazie europee, verso l'America o dalla parte delle steppe asiatiche? Ma i confini di un sistema sociale sono assieme fisici e simbolici, oggettivi e relazionali. L'identità, insomma, non è qualcosa che un ente, come d'altra parte gli esseri umani, costruisce da solo. Per realizzarsi ha bisogno della relazione, del riconoscimento altrui, non ci può essere molta differenza tra il modo in cui un paese si vede e lo sguardo da fuori.

Il primo trauma da sopportare da quel fatidico ‘89 fu che da quel momento in poi, con la fine del comunismo, finiva l'Urss nata nel 1922, finiva il ruolo di faro per una buona metà del mondo. A questa perdita si poteva far fronte con la gioia e l'entusiasmo dell'acquisita libertà. Ma il crollo del comunismo ha portato con sé non solo la rinuncia al controllo ferreo dei paesi alleati, dei satelliti aderenti al Patto di Varsavia. Con l'Urss si è dissolto anche quell'impero terrestre che prima Lenin e poi Stalin avevano ereditato dagli zar. Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, i vari -stan asiatici, e poi le repubbliche baltiche. Tutto in pochi anni perso!

E allora dove guardare, ad Est o ad Ovest? La Russia, è una potenza stanca, demoralizzata, in crisi profonda. E' vero che gran parte del suo territorio è in Asia, ma quella è una terra fredda, vuota, disabitata, occupata per necessità contro il ricordo del terrore mongolo; con la Cina le differenze ideologiche e demografiche la rendono un alleato squilibrato e poi a dividere i due paesi anche i successi economici dell'impero celeste; con il Giappone problemi di confini irrisolti per problemi strategici notevoli - le isole Curili dove passa la flotta russa verso l'Oceano - non aiutano; l'Europa, entità dalla sovranità ambigua, è insicura e ondivaga. Il fatto è che comunque l'unico vero riconoscimento del ruolo può avvenire dall'avversario di sempre, da parte della sola vera super potenza rimasta: gli Stati Uniti.

E l'occasione arriva con l'11 settembre. Putin è il primo presidente a telefonare a Bush, gli offre tutto il suo aiuto contro il comune nemico rappresentato dal fondamentalismo islamico, ben conosciuto dai russi a causa della Cecenia prima che Al Qaida rivolgesse la sua attenzione verso l'America. Il presidente russo apre le porte dell'Asia centrale alle basi americane, fa entrare l'ex nemico dentro il suo sistema di difesa; per intenderci, come se gli Usa dessero il permesso a Mosca di costruire aeroporti in Messico. E poi arriva la delusione. Gli americani rispondono con atti percepiti come vere e proprie umiliazioni. L'allargamento dello scudo spaziale con le basi negli ex alleati dell'est, la costruzione di oleodotti che aggirano la Russia che dal Caucaso passano per la Turchia, o arrivano al Mar Nero, l'estensione dell'Alleanza Atlantica agli ex paesi del patto di Varsavia, alle Repubbliche baltiche e infine la minaccia di adesione della Georgia e dell'Ucraina.

Si fa presto a parlare di categorie desuete! La geografia e l'identità hanno una loro pervicace materialità a prescindere dalle ideologie. Crollati i muri, rimangono per la Russia le vecchie sfere d'influenza. Il fatto è che per Putin e le leadership post sovietiche esiste un cuscinetto di stati, ex sovietici, che va sotto il nome di «estero vicino», «estero a portata di mano», come si lasciò scappare l'Isvetzia all'indomani del dissolvimento dell'Impero, che tocca i fili della sensibilità russa. Ecco allora la reazione furibonda alle varie rivolte arancioni fino all'invasione della Georgia nel 2008.

Allora «bisogna aver paura della Russia» come si chiede in chiusura l'autrice? Se piena di illusioni è la rincorsa russa al ruolo di potenza imperiale, se ancora segnata dal passato sembra la politica degli eredi dello zar, è certo che l'unipolarismo americano non basta più a governare il mondo. Ormai la Cina, forse unica ancora di salvezza rimasta nella crisi, è un partner economico finanziario in grado di porsi alla pari con l'Europa e gli Usa; il Medio Oriente allargato si sta rivelando materia incandescente da trattare; nuove potenze regionali stanno emergendo ad una velocità di crescita spaventosa. Quindi quello di cui allora c'è bisogno è un nuovo patto mondiale tra pari, o quasi, che sia all'altezza delle sfide contemporanee.




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