Sono passati diversi giorni da quando, martedì scorso, il Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, Eric Holder, aveva annunciato che era stata smantellata una rete che stava preparando un attentato terroristico contro gli ambasciatori israeliano e saudita a Washington D.C.. Tutte le prove raccolte indicavano che il piano era stato «diretto ed approvato da elementi del governo iraniano e, specificatamente, da importanti membri delle Qud's Force». Ora la Guida Suprema ha risposto al Presidente Obama, che aveva annunciato di non escludere alcuna opzione e aveva chiesto «dure sanzioni» per isolare ulteriormente l’Iran, ammonendo Washington a «non tentare alcun atto di aggressione, politica o militare» e accusando gli Stati Uniti di «aver ordito tali assurde accuse per distogliere l’attenzione dalle difficoltà economiche interne».
Questa grave ed inquietante vicenda se da un lato accende nuovamente i riflettori sulla questione iraniana, da tempo quasi dimenticata in favore di altri teatri considerati «più caldi» (Siria, Yemen, Libia), dall’altro pone alcuni seri interrogativi che non possono rimanere senza risposta. Quale vantaggio avrebbe avuto l’Iran nell’assassinare gli ambasciatori di due stati nemici sul suolo americano? Non si può non notare, infatti, che qualora l’attacco terroristico avesse avuto successo avrebbe di fatto rappresentato un atto di guerra contro Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, e non solo visto che qualsiasi attacco militare contro uno dei paesi del Gulf Cooperation Council equivale ad un attacco all’intero GCC, e questo avrebbe significato entrare in guerra anche con Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait. Di fatto, in un colpo solo, l’Iran si sarebbe ritrovato in guerra contro tutti i propri nemici, e semplicemente per aver ucciso due ambasciatori, senza cioè avere acquisito alcun vantaggio strategico dall’aver colpito per primo. Un altro aspetto da chiarire è per quale motivo le Qud’s Force, considerate tra i gruppi più preparati e sofisticati nell’eseguire azioni clandestine in tutto il mondo, si sarebbero dovute servire di un soggetto legato ai cartelli messicani della droga e privo dell’esperienza e delle capacità necessarie per eseguire un’azione di questo genere. Il rischio che il fallimento comportava è che avvenisse ciò che poi infatti è avvenuto, e cioè una figuraccia per Teheran ed un ulteriore isolamento internazionale. Una cosa del genere è assolutamente insolita per le milizie di Kassim Suleimani, che in passato si sono servite, è vero, di organizzazioni esterne che conoscessero bene la realtà nella quale si voleva agire, ma si è sempre trattato di organizzazioni terroristiche, non criminali, perché azioni del genere richiedono capacità ed addestramento molto particolari, e la condivisione del fine (la motivazione politica) è fondamentale per la buona riuscita dell’operazione. Per non parlare della facilità e della rapidità con cui Manssor Arbabsiar, l’unico arrestato per tutta questa vicenda, ha confessato riversando sul Teheran la colpa.
Ci sono molte anomalie in tutta questa vicenda, ma escludendo che gli Stati Uniti possano avere inventato una storia del genere, l’unica spiegazione è che l’Iran sia fortemente sotto pressione a causa delle sanzioni internazionali ed a causa dell’opposizione interna, e la pressione porta sempre a commettere qualche errore. Non solo, sembra che la guerra interna di Teheran tra la Guida Suprema ed il Presidente Ahmadinejad stia facendo una nuova, clamorosa, vittima: le Qud’s Force, considerate il braccio armato dell’ Ayatollah Ali Khamenei. Senza più l’appoggio delle strutture del governo, in particolare del Ministero degli Esteri e di quello dell’Intelligence, le Qud’s Force non possono più contare sulla rete necessaria per portare avanti le operazioni più delicate ed importanti e ciò le rende deboli, soprattutto al di fuori dei confini mediorientali. Ma c’è anche chi sostiene che “l’incidente” sia stato voluto e che una parte delle Qud’s Force abbia organizzato maldestramente l’operazione proprio per mettere in imbarazzo la Guida Suprema. Insomma la guerra di potere che si combatte a Teheran sembra la migliore arma per l’Occidente, che senza aver fatto praticamente nulla sta assistendo alla lenta implosione del regime iraniano.
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