Sull'onda del Rapporto 2012 sull'uguaglianza di genere e sviluppo presentato in questi giorni dalla Banca Mondiale e di una serie di studi e ricerche condotti dagli economisti dell'Istituto, si è tenuto martedì a Milano il convegno «Con merito, nel merito. Leadership femminile per la crescita del Paese». Ha preso parte al convegno il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che ha commentato i dati dell'occupazione femminile a confronto con quella maschile: il tasso di occupazione femminile risulta di ben 22 punti percentuali inferiore rispetto al corrispondente maschile. Se spostiamo l'attenzione sulle percentuali di donne nelle posizioni apicali, ne emerge che, pur essendo un dato in crescita, i livelli rimangono ancora troppo bassi.
Nel settore privato poi sono davvero isolati i casi di donne che ricoprono i ruoli di amministratore delegato o di presidente di consiglio d'amministrazione. E proprio per cancellare questo gap il Parlamento è intervenuto approvando le «quote rosa» che, nel giro di qualche anno, ha spiegato il Ministro, «consentiranno ai moltissimi talenti al femminile che già operano dentro le aziende di sfondare il "tetto di cristallo" e raggiungere i vertici dell'impresa».
Se il nostro Paese vuole raggiungere l'obiettivo previsto nell'ambito della strategia di Lisbona di un tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 20 e 64 anni al 67-69 per cento, non si può prescindere da un intervento forte e sostanziale nella direzione di un incremento del tasso di occupazione femminile. Il paradosso tutto italiano è che le donne non rinunciano al lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla maternità: la nostra percentuale di figli per donna è diventata la più bassa d'Europa , con 1,4 bambini rispetto alla media europea dell'1,9. Mentre in tutti i Paesi a noi simili per economia e cultura il tasso di fecondità ha ripreso a crescere dalla fine degli anni Ottanta, in Italia questo non è accaduto.
Sicuramente il nostro sistema di welfare, sbilanciato sulle pensioni, non ha lasciato molto spazio per gli interventi a sostegno delle famiglie e le politiche a favore della conciliazione tra vita privata e professionale, come l'introduzione di forme di lavoro flessibili quali part-time e telelavoro, né per interventi fiscali a sostegno dell'occupazione, soprattutto delle madri, e delle imprese al femminile.
Secondo lo studio della Banca Mondiale basterebbe raggiungere il traguardo fissato dal Trattato di Lisbona - un'occupazione femminile al 60 per cento - perché il nostro Prodotto interno lordo possa aumentare di 7 punti percentuali. Se l'Italia passasse dal dato attuale di occupazione femminile (46,1%) alla media dell'area Euro (58,1%), si produrrebbe un incremento della ricchezza nazionale (Pil) pari a quella accumulata in dodici anni, dal 1998 al 2010. Per indicare questa quota di crescita in più che l'Italia potrebbe esprimere è stata coniata un'espressione economica: «giacimento di Pil potenziale».
Promuovere la presenza delle donne sul mercato del lavoro dunque non è solo una questione di equità, è una questione di benessere, un investimento sul futuro di tutti. Col Piano Sud messo in atto dal Governo è stato fatto molto, prevedendo interventi che consentano la stabilizzazione di molte lavoratrici precarie e predisposto, con le misure di Conciliazione, la creazione di nuovi servizi per la famiglia come asili nido e asili condominiali. Ma le riforme da sole non bastano, occorre combinare la volontà personale di rimuovere gli ostacoli culturali.
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