Il prossimo 9 dicembre si celebrerà, nel quadro di una gravissima crisi economica ed istituzionale, il primo ventennale della firma del Trattato di Maastricht. Sarebbe interessante chiedere a Delors, Kohl, Thatcher o Andreotti (per non parlare dello scomparso Mitterand) di provare a spiegare le loro aspettative al momento della firma del trattato che avrebbe dato vita all'euro, e di capire se, vent'anni dopo, avrebbero mai potuto ipotizzare che la loro «Europa» si sarebbe trovata con paesi membri a rischio fallimento, con le principali banche del continente in un bisogno disperato di nuovi capitali, con una crescita economica virtualmente «non esistente» e - in breve - con un concreto rischio di un fallimento della stessa Unione monetaria provata da una crisi che ha spazzato via, dal luglio scorso, oltre 13 trilioni di dollari e che la cui soluzione pare bloccata da egosimi e veti incrociati.
Per evitare il collasso dell'Unione europea, affermare di «avere un piano risolutivo in tempi brevi» potrebbe non bastare più. Il recente incontro dei Ministri Economici del G-20 a Parigi ha confermato l'approvazione dell'elaborazione di un «Piano» europeo per evitare, non necessariamente in ordine d'importanza, (a) il fallimento della Grecia, (b) rinforzare le banche europee e (c) evitare il contagio ad altri paesi membri della Ue. Dopo tante promesse, c'è grande attesa per il summit dei capi di stato europei del prossimo 23 ottobre (ho ormai perso il conto dei summit europei d'emergenza).
Come consuetudine, i dettagli del «piano risolutivo» non sono ancora noti. Le attività della Task Force composta da Commissione europea, Bce e Fmi avrebbe individuato un ulteriore buco nelle finanze greche di circa 20 miliardi di euro - con gravi vulnus alla sostenibilità del debito greco - e non si capisce come (e perché) non si possa dichiarare il fallimento greco. Informazioni più o meno attendibili presuppongono un considerevole taglio (forse il 50% forse il 60% forse il 40%) nel valore nominale del debito greco, la creazione di un non meglio precisato «backstop» (termine mutuato dal baseball) per le banche europee che - nonostante i brillantissimi risultati con cui avevano passato gli inverecondi Stress Test del luglio scorso - sono in debito di capitale e, dulcis in fundo, la volontà di aumentare l'ormai famoso «Efsf» (European Financial Stability Facility) salva stati (e salva banche?) dagli attuali 440 milioni di euro ad una nuova e maggiore (ma non ancora definita) nuova dotazione. A come si era giunti a questo incredibile stato di cose ho dedicato diversi articoli tra il 2009 e lo scorso settembre, ma l'attuale «non decisionismo» in sede europea ha raggiunto livelli incompresibili a gran parte degli addetti ai lavori.
Occorrerà attendere, forse, il prossimo summit europeo del 23 ottobre per capire a cosa il famoso piano si riferisca, ma, nel frattempo, si susseguono dichiarazioni poco incoraggianti. Senza tema di scadere nella più clamorosa presa in giro, il Ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha affermato che i suoi colleghi del G-20 avrebbero apprezzato «la conferma che a livello Ue esiste la consapevolezza della grande responsabilità» e la certezza che il problema dell'euro-zona «verrà risolto», (sic) mentre il Commissario Ue agli affari economici - Olli Rehn - affermava (Bloomberg television, 15 ottobre) che le autorità europee sono «Close to an agreement on how to capitalize the banks». Purtroppo, il 16 ottobre, il Ceo di Deutsche Bank, Josef Ackermann, affermava che aumentare l' Efsf sarebbe illegale e che (sic) «il popolo non lo avrebbe mai autorizzato» (Bild am Sonntag - 16 ottobre). Unica soluzione: una piu' stretta integrazione politica ed europea. Chi conosce la Deutsche Bank conosce anche i suoi legami col governo tedesco e non si stupisce dunque della comunanza di vedute di queste dichiarazioni con il credo del Cancelliere Merkel. Resta il fatto che i paesi dell'eurozona dovranno mostrarsi credibili al G-20 di Cannes (3-4 Novembre) e, quindi, dovranno annunciare, alla riunione dei capi di stato Ue del 23 ottobre, quelle che il presidente uscente Bce Trichet ha definito, invocandole, «appropriate measures» per fronteggiare la crisi che attanaglia i debiti sovrani e per proteggere il sistema finanziario europeo.
Per capire il livello del «piano» salva-tutto che verrà illustrato, si spera, il 23 ottobre, può essere utile capire cosa - secondo molti osservatori internazionali - servirebbe. Secondo diverse analisi i leaders europei dovrebbero ammettere tre tristi, ma inconfutabili realtà.(1) Per certi paesi - Grecia in primis, ma anche il Portogallo è messo assai male - è impossibile pagare i loro debiti e questo indipendentemente da manovre «lacrime e sangue», che non potranno che inasprire oltre ogni limite la già precaria coesione sociale. (2) Sarà necessario procedere a rigorosissimi (questa volta) «Stress test» per definire quanto le banche europee dovranno perdere a seguito dei fallimenti ellenici e, assai probabilmente, lusitani. (3) Dovranno mettere a punto un sistema di garanzie finanziarie tali da garantire che non ci saranno altri fallimenti sovrani e/o perdite per istituti bancari. In assenza di questi tre punti i non potrebbero che reagire duramente.
Un fabbisogno di circa tre mila miliardi di euro per attuate i tre interventi. Analisi apparse recentemente sul sito www.bloomberg.com e documenti interni Fmi e Wbg hanno sviluppato questi punti raggiungendo certe conclusioni.
1) Per salvarsi, la Grecia avrebbe bisogno di produrre un avanzo primario superiore al 5% del suo Pil per una decina d'anni, come minimo. Non molto dissimile la situazione per il Portogallo, mentre altri paesi dell'area Euro (Belgio, Francia, Irlanda, Italia e Spagna, in rigoroso ordine alfabetico) necessitano di un un avanzo primario di circa il 2% del Pil per svariati anni ed in assenza di costanti aumenti del costo dei loro debiti. Missione difficile ma non impossibile. Il problema è chiaramente a livello greco e portoghese.
2) Il secondo punto riguarda quanto debito possa essere effettivamente rimborsato dai paesi più in crisi. Secondo molti analisti, tra il 70 ed il 50% dei debiti greci andrebbero cancellati mentre, a livello portoghese, si parlerebbe di circa il 40%. In effetti, sul mercato libero, i bonds decennali greci e portoghesi vengono trattati con uno sconto, sul valore nominale, pari al 60% per la Grecia ed al 40% per il Portogallo. I due fallimenti (in italiano questo termine dovrebbe meglio dare il senso della situazione rispetto all'anglo-sassone default) dovrebbero costare ai creditori, essenzialmente banche, una perdita netta di 250-300 miliardi di euro. Le banche, a rischio per 150-200 miliardi di euro, andrebbero ricapitalizzate dai rispettivi governi qualora il mercato non rispondesse positivamente a richieste di aumenti di capitale e/o non fosse possibile coprirle con vendite di assets.
3) il terzo e ultimo punto riguarda il pacchetto di garanzie che i paesi dell'Euroarea dovranno approntare per potere mettere al riparo da possibili speculazioni ed attacchi i paesi a maggiore indebitamento (i.e.: Grecia, Portogallo, Spagna, Belgio, Italia e Francia) nei prossimi 5-7 anni e, quantomeno, fino alla mai tanto necessaria emissione di eurobonds. Recenti analisi Imf sembrano indicare questo fabbisogno in 2.5 trilioni di euro da adesso al 2015. Sembrerebbe donque assolutamente necessario che, il prossimo 23 ottobre, i capi di stato europei mostrino un accordo per stabilire questo firewall o - secondo l'efficace definizione di Osborne - bazooka anti speculazione con una dotazione di 3.0 trilioni di euro a partire dall'esistene dotazione del Efsf di 0.44 trilioni di euro.
Purtroppo, le premesse non sembrano promettenti e c'è il rischio che il summit del 23 non porti a risultati in linea con i bisogni. Al 20 ottobre, i commenti più accreditati parlavano di un bazookino limitato a 0.94 trilioni di euro (i.e. : meno di un terzo dell'apparente fabbisogno). Questi fondi, insufficienti comunque, sarebbero il risultato di una combinazione degli 0.44 trilioni del Efsf più i 0.5 trilioni previsti dal cosiddetto «European Stability Mechanism - ESM» già previsto per il 2013. A complicare la situazione, l'informazione che la Cancelliera Merkel vorrebbe cancellare un previsto discorso al Bundenstag a causa di esistenti problemi per l'approvazione di un aumento dell'Efsf. Il problema sembrerebbe risiedere nei disaccordi franco-tedeschi sull'attuale ammontare che la Germania dovrebbe mettere a disposizione del nuovo Fondo. La vera difficoltà sembrerebbe tuttavia trovarsi nel disaccordo sul fatto se il Efsf dotato di maggiori finanze dovrebbe trasformarsi in una sorta di banca come proposto dalla Francia in contrasto alle opinioni tedesche.
Sembra evidente che, a pochissimo dal summit del 23 ottobre, i leaders europei non abbiamo ancora concordato la strategia da perseguire. Germania e Francia sembrano temere l'ammissione del fallimento della Grecia e vogliono puntare su una riduzione «volontaria» dei titoli di stato greci da parte delle banche coinvolte. Lo scorso 20 ottobre Merkel e Sarkozy hanno richiesto immediati colloqui con possessori di obbligazioni greche per chiedere una loro decurtazione volontaria del cosiddetto face-value. Al 20 ottobre, gli sherpa europei stavano considerando diversi scenari per attuare il famoso hair-cut ai titoli ellenici, attraverso una decurtazione volontaria o forzosa.
Resta dunque il grande (e grave) rischio che dal summit del 23 ottobre se ne esca con l'ennesimo piano, ambizioso quanto si vuole, ma privo di dettagli concreti. A quel punto i mercati non potrebbero non tenere conto di questo ennesimo flop decisionale europeo con l'inevitabile aumento dello «spread-sul-bund» per la gran parte dei Paesi meditererranei (Italia inclusa) ed un inevitable ricomparsa dell' «Orso» nelle borse europee. Lo scorso 20 ottobre una dichiarazione congiunta di Merkel e Sarkozy richiedeva ai leaders europei di accordarsi sull'ennesimo «comprehensive and ambitious» plan» mentre, sempre secondo Bloomberg, la Ue starebbe pianificando un nuovo summit per il 26 ottobre.
A cambiare le cose potrebbe tuttavia essere il sempre più probabile il declassamento del rating francese. Le mai tanto vituperate agenzie di rating dovrebbero annunciare (il condizionale è d'obbligo) un declassamento al rating «AAA» francese. Le agenzie di rating si comportano come lo strumento che certifica quanto l'organismo Ue sia malato e non sono ne la causa della malattia e neppure il medico per guarirlo; sono solo il termometro per misurare la febbre. Il declassmento (prevedibile purtroppo anche per Italia, Spagna, Irlanda, Belgio e Portogallo) sarà inevitabile in assenza di misure adeguate a pilotare una ricapitalizzazione delle banche e l'inevitabile innalzamento dei tassi sui titoli di stato europei. Come noto, le banche francesi sono le più esposte in Europa al rischio fallimento greco-lusitano e l'inevitabile ricapitalizzazione andrà a gravare sulle casse francesi rendendo il loro contesto macro-economico non più compatibile con una tripla «A». Questo rischio di avere il rating «AAA» tagliato potrebbe indurre la Francia ad incrinare il patto franco-tedesco ed a spingere per interventi europei più adeguati ad evitare la fine dell'Europa disegnata, a Maastricht, in un summit (quello si, decisivo) del 9 dicembre 1991. A sperarlo, sono in tanti.
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