«Bisogna finire con la pena di morte per riscattare non il reo, ma il boia»; con questo lucido ammonimento il filosofo e politico Miguel De Unamuno sembra sovvertire il comune pensare. «La pena di morte è terribile, ma necessaria!» ci si dice spesso in cuor proprio: è terribile perché è la soluzione più estrema ed è necessaria perché certi delitti (stragi, pedofilia, omicidio) meritano situazioni estreme. L’abbattimento di una tirannia e la destituzione del satrapo che ne orchestrava le fila, sono forse l’esempio più calzante in cui la pena di morte si richiede come necessaria.
Insomma: anche pensatori del calibro di Hobbes hanno teorizzato la legittimità del tirannicidio allorquando il patto sociale è minato dalle sue fondamenta.
Dunque è giusto tirar giù a fucilate il satanasso di turno che opprime il popolo? Questo è ciò che normalmente si pensa, si sente dire in giro, si respira nelle conventicole anche dei più acuti ragionatori contemporanei.
Ma è proprio così? Il tirannicidio è davvero espressione di giustizia?
Occorre risalire la corrente del ragionamento di De Unamuno per comprendere in che senso non si ha giustizia nel caso di tirannicidio.
La storia certo non ha mancato di offrire numerosi esempi di comprensione: Luigi XVI e Maria Antonietta furono decapitati, certo, ma incuriosisce che anche i fautori della loro decapitazione, come Robespierre, subirono, in una sorta di contrappasso storico, la medesima sorte.
Qualcosa, dunque, si percepisce immediatamente, non funziona. In questo caso, cioè quello di Gheddafi, non può nemmeno parlarsi di pena di morte, poiché questa, per essere davvero tale, dovrebbe quanto meno possedere i requisiti minimi di legittimazione formale: cioè essere inflitta tramite provvedimento di una autorità giurisdizionale alla fine di un processo in cui sia stata concessa la facoltà concreta all’imputato/condannato di esperire il suo diritto di difesa venendo giudicato da un soggetto terzo ed imparziale.
Queste previsioni non mettono ovviamente al riparo la pena di morte dalle più sane critiche etiche, filosofiche e giuridiche, ma almeno possono essere utili per distinguerla da un fenomeno certamente più spietato e giuridicamente barbarico, ove barbarico deve essere inteso nel suo senso etimologico - per i greci il barbaro era il forestiero, cioè colui che balbettava il greco, che non aveva punti in comune con la propria cultura nemmeno al più elementare piano linguistico: era il diverso per definizione, l’estraneo, l’alieno.
In questo caso barbarico si riferisce a colui che balbetta il linguaggio della giustizia, tramite il linciaggio, tramite l’esecuzione sommaria, tramite l’uccisione a freddo con un colpo alla tempia.
Saddam Hussein è stato ucciso, ma almeno ha avuto, fuori da ogni polemica ideologica sulla maggiore o minore imparzialità del tribunale che lo ha giudicato, la possibilità di difendersi in un processo, e ogni giorno in più che ha vissuto, si può ritenere, che sia stata la prova più diretta in favore del diritto.
Gheddafi invece, come Ceausescu prima di lui, non ha avuto la stessa fortuna: è stato catturato, pestato, linciato, ucciso a freddo con un colpo in testa e poi esposto al cannibalismo mediatico ed al pubblico ludibrio, perfino dei bambini.
Se la pena di morte può essere intesa come il tradimento, l’antinomia, la contraddizione più autentica dello spirito di giustizia dell’ordinamento giuridico che la contempla, in quanto è lo Stato stesso che compie un omicidio, cioè per ragioni di giustizia compie un delitto legalizzato, ovvero un’altra ingiustizia, l’esecuzione sommaria, in nome della giustizia di popolo ed il più delle volte per mano dello stesso, è un forma di scempio ancora più diretta ed a viso aperto contro la giustizia stessa.
Ecco, quindi, che la giustizia di popolo, tradizione cara alla migliore sinistra europea di matrice comunista, non è giusta e non è giusta la logica che sottende il tirannicidio.
Eppure, sebbene ascrivibile alla cultura francese di orientamento gauchista, Albert Camus, nelle sue «Riflessioni sulla pena di morte», durissimo pamphlet di esiziale condanna della condanna a morte, scrive che «essa non è meno ripugnante del delitto, e che questo nuovo assassinio, lungi dal riparare l’offesa inferta al corpo sociale, non può aggiungervi che fango »; cosa può dirsi del linciaggio se non che sia ancor peggio della pena di morte?
Certo balza agli occhi l’ipocrisia della comunità internazionale che si muove soltanto adesso, tramite la mobilitazione del commissariato per i diritti umani.
Gli Stati Uniti hanno arrestato Saddam e gli hanno garantito comunque un processo, la Francia e l’Europa, la coalizione internazionale per la liberazione della Libia hanno chiuso gli occhi.
Il regime dittatoriale libico è finito con l’omicidio del dittatore, ma la nascenda democrazia libica è iniziata con la morte di un uomo: ciò esprime la drammaticità degli avvenimenti di questi giorni. Suscita stupore l'assenza di un giudizio della «cultura politicamente corretta» che regna in Italia, pur così attenta e vigile alla tutela della moralità allorquando si tratti dei costumi sessuali dei politici in genere e dell’attuale Presidente del Consiglio in particolare. In realtà esiste un motivo ben preciso se da noi si finge di non saperne nulla ed il motivo è storico-culturale.
La legittimazione politica della sinistra (comunista), infatti, per più di un sessantennio si è fondata sulla resistenza al nazi-fascismo il cui acme è stato sempre orgogliosamente rivendicato con i fatti miserevoli di Piazzale Loreto.
Come potrebbe una certa parte dell’Italia far la morale ai libici, se non è stata in grado di contenere le pulsioni mortifere della vendetta ideologica?
La tragedia libica, ci ricorda troppo la nostra tragedia, nonostante le cortine nebbiogene erette dalla demagogia resistenziale in più di sessant’anni. Il torpore ideologico che la sinistra ha causato all’Italia, non ha fatto effetto fino in fondo. Un minimo di consapevolezza è rimasta superstite: la consapevolezza che la morte del tiranno non è mai giusta e che la giustizia perseguita dal popolo può trasformarsi in una ingiustizia per mano del popolo. La fine della pena di morte, come agognato da De Unamuno, costituisce il modo per redimere il boia: far sì che quest’ultimo si trovi faccia a faccia con la propria responsabilità, che torni in sé per evitare che possa avere avuto ragione lo scrittore poeta francese Philothée O'Neddy quando scrisse che la libertà è il «nome terribile scritto sul carro degli uragani».
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