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Numero 476
del 22/05/2012
L'affermazione dell'islamismo politico PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
mercoledì 26 ottobre 2011

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Tardano ad arrivare i risultati ufficiali delle elezioni per l'Assemblea costituente svoltesi in Tunisia il 23 ottobre, il che non è mai buon segno. Di questo parere, malgrado il giudizio positivo espresso dagli osservatori internazionali, sono le persone che protestano davanti alla sede della Commissione elettorale sostenendo che Ennahda ha vinto con brogli, che ha acquistato voti pagandoli 30 dinari ciascuno.

In effetti sembra che Ennahda abbia stravinto, conquistando oltre il 40% dei voti, più di quanto si era previsto alla vigilia: un risultato tanto più forte in quanto l'affluenza alle urne ha superato il 90%. Dunque il primo frutto della «primavera araba», che in Tunisia lo scorso 14 gennaio ha decretato la fine del pluridecennale regime del presidente Ben Ali, è l'affermazione di uno partito islamista, per quanto dichiaratamente moderato. I commenti a livello internazionale vanno dalla soddisfazione di chi è convinto che si stia finalmente aprendo per la Tunisia un'era nuova, di libertà e democrazia, alla preoccupazione di chi invece vede nel successo del partito di Rachid Ghannouchi, leader e ideologo di Ennahda, una svolta tutt'altro che positiva perché la sconfitta dei partiti laici favorirà un'involuzione antioccidentale e illiberale, sotto l'influenza dei Fratelli Musulmani. «Rispetteremo i diritti delle donne sulla base dei testi vigenti in materia di statuto individuale e di legalità tra i cittadini, di qualunque religione, sesso o appartenenza sociale», proclamavano durante la campagna elettorale i vertici di Ennahda, ed evidentemente le loro affermazioni sono parse convincenti così come la promessa di un impegno per rilanciare economia e occupazione.

In realtà dove sta andando la Tunisia si saprà tra qualche mese, quando i 217 membri dell'Assemblea Costituente presenteranno il testo della Costituzione che è loro compito redigere per dare al paese un nuovo assetto istituzionale. Nel frattempo andrà al voto anche l'Egitto, dove l'11 febbraio le proteste popolari hanno determinato la caduta di Hosni Mubarak e del suo regime durato 30 anni. Qui il ruolo dei Fratelli Musulmani è indiscutibile insieme al fatto che la «primavera araba» si è risolta in un colpo di stato che ha consegnato il paese nelle mani dell'esercito. Il prossimo 28 novembre si svolgeranno le elezioni per l'Assemblea del Popolo (Camera bassa) e a gennaio quelle per il Consiglio della Shura (Senato). Quindi il Parlamento dovrà elaborare una nuova Costituzione e infine la transizione democratica si dovrebbe completare con l'elezione del presidente della Repubblica.

Se in Tunisia e in Egitto i frutti della «primavera araba» rischiano di non essere quelli desiderati dalle masse che ne sono state protagoniste, in altri paesi di «frutti» non si può neanche parlare. Oman e Arabia Saudita hanno represso duramente le manifestazioni e rafforzato i servizi di sicurezza. Inoltre hanno placato almeno per il momento le folle anche con laute elargizioni di denaro, per lo più una tantum, e con promesse di investimenti sociali che le loro ricche economie si possono permettere.

In Bahrein la situazione è di stallo. Il governo tratta con i portavoce della rivolta che ha presentato un documento, la Dichiarazione di Manama (la capitale del piccolo stato), con cui si chiede la transizione del paese da monarchia assoluta a monarchia costituzionale, con un primo ministro eletto, e riforme istituzionali, prima di tutto quella elettorale.

Notizie drammatiche continuano ad arrivare dalla Siria e dallo Yemen, dove proteste e rivendicazioni vengono represse nel sangue e dove quasi ogni giorno si registrano vittime tra la popolazione civile: i morti si contano ormai a centinaia in Yemen e a migliaia in Siria.

Quanto alla Libia, posto che si possa includere la guerra civile in corso tra le vicende della «primavera araba», i responsabili del Cnt, il Consiglio nazionale di transizione, hanno annunciato, poco dopo il linciaggio del colonnello Gheddafi, che la nuova Libia sarà regolata dalla legge coranica senza compromessi, emendando tutte le leggi che contraddicono l'Islam. Ad esempio, sarà nuovamente possibile che un uomo abbia contemporaneamente fino a quattro mogli. Si tratta in pratica di un percorso diametralmente opposto a quello intrapreso dal Marocco per volontà di re Mohammed VI, che pure vanta una discendenza diretta dal profeta Maometto. Ben prima della «primavera araba», il sovrano aveva avviato un processo di democratizzazione e di promozione dei diritti umani che ha incluso la riforma del diritto di famiglia in favore di donne e bambini.




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Commenti (1)
1. 31-10-2011 22:51
Elezioni tunisine
Purtroppo i risultati hanno assegnato la vittoria al partito islamico di Ennahda.L'ex presidente tunisino Ben Alì è morto.I nostri telegiornali hanno mostrato i sostenitori di Ennahda,tra cui donne velate e uomini con barbe.Penso che questo partito islamico sia abbastanza conservatore.Per capire il futuro dello stato maghrebino vediamo cosa succederà.
Scritto da Nobile

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