Da quel 5 settembre 2010, giorno in cui tutti gli italiani o quasi sono stati col naso per aria e lo sguardo timoroso in attesa dei vaticini del profeta di Mirabello di tempo ne è passato. Poco più di un anno, a guardare il calendario astronomico: un'era geologica se consideriamo invece l'almanacco della politica. Se ieri taluni (pochi, in verità...) credevano che Gianfranco Fini fosse la nuova stella cometa destinata a guidare il popolo in cammino del centrodestra nazionale, oggi è del tutto evidente che tale astro nascente si è rivelato qualcosa di meno di una meteora: Fli è deceduto prima ancora di nascere, raccattando un misero 1,2% alle scorse amministrative, tutti gli assalti alla diligenza governativa, a partire da quello del 14 dicembre scorso, sono falliti, la pattuglia futurista, all'inizio agguerrita e intransigente, è stata decimata e ridotta a quattro gatti dall'inconsistenza politica del suo «leader», il quale non ha saputo in alcun modo sostanziare quella radiosa alternativa di cui parlò, profeticamente of course, dal palco di Mirabello.
Sono finiti, insomma, i tempi in cui sei giorni su sette la terza carica dello Stato esternava per tutta Italia: convegni, conferenze, presentazioni di libri, manifestazioni, parrocchie, scuole e università in cui illustrare la bellezza della costituzione ai discenti e, contemporaneamente, fare sistematico controcanto all'azione di governo. Dopo l'imbarazzante «affaire Montecarlo» è iniziata all'improvviso la stagione del silenzio: un silenzio, tuttavia, che rimbombava assordante e che contribuì a creare un «hype», un senso di aspettativa parossistico che ancora avrebbe potuto, se adeguatamente sfruttato e riempito di sostanza al momento opportuno, rilanciare la compromessa figura di Gianfranco Fini.
E così, batosta dopo batosta, la mongolfiera finiana si è sgonfiata senza nemmeno aver preso il volo, e la cassetta postale di casa Fini oggi non rigurgita più di prestigiosi inviti da parte di blasonati atenei, di mecenati ricchi come Creso in attesa adorante del «profeta della costituzione», di associazioni giovanili «upper class» affamate di ultime verità. Tutto questo per dire che ha stupito, e non poco, ritrovarsi Gianfranco Fini tra gli invitati a «Ballarò» di ieri sera: il primo a meravigliarsi della cosa è stato proprio Maurizio Crozza.
Dopo mesi di compunto silenzio il Presidente della Camera dismette momentaneamente i panni di carica superpartes, cosa tutt'altro che nuova per lui, e tenta di rinverdire i bei ricordi della militanza missina dura e pura praticata in gioventù: attacco al governo a tutto campo, ai ministri in carica e, ovviamente, a Silvio Berlusconi. Purtroppo gli anni passano per tutti, e così la verve non è più quella di un ventenne aitante, così come la prosa non richiama neppur lontanamente Almirante: ci siamo trovati di fronte ad una specie di Scalfari meno anziano che ha studiato a memoria il prontuario politico scritto da Pierferdinando Casini.
Secondo Fini l'odiato Cavaliere non vuole la patrimoniale per interesse personale: due corbellerie nella medesima enunciazione, poiché al primo contribuente d'Italia non si può certo ascrivere impunemente il ruolo di elusore o di evasore, in secondo luogo vorremmo davvero capire, e questa è la scempiaggine più grossa, in che modo l'interesse particolare dei singoli cittadini e generale della comunità sia "tutelato" attraverso una bella tassa patrimoniale.
Ma il fondo del fondo Fini lo ha toccato quando ha populisticamente accusato la moglie del Ministro Bossi di essere una "baby-pensionata": non vediamo per quale ragione sia stigmatizzabile o censurabile il comportamento, legale e legittimo, di una insegnante che in vigenza di una legge diversa rispetto a quella attuale sia andata in pensione a 39 anni. Dove sta la violazione? Dove sta la presunta immoralità? Sembrerebbe una boutade da nulla per cavalcare l'ondata di malcontento degli odierni "indignati", ma dietro all'inelegante e inappropriata esternazione del leader di Fli si cela qualcosa di ben più sottile ed infinitamente peggiore: sulle orme di quanto in tante occasioni ha propalato Gustavo Zagrelbesky anche per Fini esiste un "ordinamento legislativo morale" superiore e retroattivo rispetto al diritto positivo. Una "legge morale" della quale solo pochi eletti sono legittimi interpreti e alla quale, a seconda della necessità e dell'opportunità politica si può o meno far ricorso: applicazione massima e retroattiva per gli avversari, abrogazione ad libitum per gli antiberlusconiani (perché questo in sostanza Fini è).
Parafrasando Luca Josi, responsabile dei giovani socialisti nell'era Craxi, Fini è straordinario nell'essere "Cattolico con se stesso e calvinista con gli altri": fuor di metafora perdono, disponibilità e comprensione per le magagne "de famiglia", e massimo rigore nei confronti degli oppositori. Fini è un costrutto, insomma, un contenitore vuoto che può essere alla bisogna riempito dei più svariati contenuti. Un politico che abituato a coagulare sulla sua persona e sul suo ex partito un buon 11% di consenso elettorale se ne ritrova oggi a malapena un decimo.
E'ovvio ed evidente che non voglia dimettersi dalla Presidenza della Camera: è l'unico strapuntino che ancora gli consente di essere invitato a "Ballarò". Così come è ovvia ed evidente la ragione per cui, sgomitando con discrezione, egli cerchi uno spazio all'interno del cosiddetto "Terzo Polo": Fini oggi conta e pesa meno di Francesco Rutelli, il che è tutto dire, e l'unico soggetto politico che può (nuovamente...) sdoganarlo è Casini. Una bella, bellissima situazione per chi, immusonito e piccato, se ne è andato via dal Pdl sbattendo la porta per non voler rivestire un ruolo di secondo piano rispetto a Berlusconi e oggi si ritrova a fare il portatore d'acqua per il leader dell'Udc, partito che, nel bene o nel male, un onesto 6,5% se lo porta pure a casa. Ma se pure l'esperimento terzopolista andasse a catafascio, e Casini, ricordiamolo, è un padrone di casa parecchio intransigente, quale potrebbe eesere la prossima fermata per Gianfranco Fini?
Condividi questo articolo      
|