A guardare da vicino il Partito Democratico ci si accorge con nettezza che quest'ultimo è uscito immune da sessanta e passa anni di storia repubblicana e, nonostante l'innumerevole cambio di denominazioni, la sostanza è sempre la medesima. Da Togliatti, insomma, non è sostanzialmente cambiato nulla, se non il nome, il simbolo, la facciata. Stesse pregiudiziali ideologiche, stessa predilezione per la teoria rispetto alla realtà, stesso linguaggio nebuloso e artificioso lontanissimo da quello caratteristico del proprio blocco elettorale.
Un partito/apparato, quindi, ovvero un corpo politico che è stato abilissimo nel corso della sua storia da un lato ad occupare i centri nodali del nostro Paese, dall'altro a crearne appositamente di nuovi al fine di collocare le sue numerosissime truppe cammellate. Un partito che, per sua stessa natura, ha un solo, unico obiettivo: la conservazione dello status quo senza se e senza ma. Perché senza quel colossale apparato, i cui tentacoli si insinuano capillarmente nella nostra cosa pubblica, si dissolverebbe come neve al sole. Problema: finita l'era del consociativismo e del pentapartito, momento storico in cui il criterio di ripartizione tra Pci e forze ad esso opposte generava un equilibrio, il giocattolo ingegneristico messo a punto dai comunisti (siano essi post, neo o cripto la sostanza è sempre la medesima) è progressivamente entrato in avaria. L'avvento sulla scena politica di Silvio Berlusconi ha completamente rivoluzionato il precedente assetto: è nato un nuovo approccio alla politica, un nuovo modo di proporsi all'elettore, un nuovo linguaggio. Una rivoluzione di portata titanica alla quale i figli del «Migliore» non hanno mai saputo porre argine, prigionieri come erano (e sono) di schemi rigidissimi e, quindi, difficilmente riconfigurabili per far fronte all'inaspettato: il tracollo spaventoso della «gioiosa macchina da guerra» occhettiana sarebbe dimostrazione di per sé sufficiente.
Se ciò non bastasse è utile ricordare che l'unico soggetto politico che ha consentito alla sinistra di apparato di vincere le elezioni è un ex democristiano di scuola dossettiana, un «cattolico adulto» uscito dall'officina di Bologna, ovvero Romano Prodi, i cui due esperimenti governativi sono comunque miseramente falliti lasciando innumerevoli morti e feriti sul campo: su tutti i partiti di netta ispirazione marxista/leninista, oggi privi di qualsivoglia rappresentanza in Parlamento. Quale è quindi il problema di fondo che affligge questo guscio vuoto che chiamiamo Partito democratico? Semplice: l'impossibilità totale di esprimere con chiarezza una linea programmatica comprensibile, un'agenda politica chiara, una alternativa seria, organica e credibile al centrodestra che non si concretizzi nello stantio slogan «via Berlusconi! Poi si vedrà..». Questa impossibilità, evidente oggi più che mai, deriva dal fatto che, qualora il Pd delineasse con nettezza un programma politico chiaro e comprensibile per gli eventuali elettori, questo mai e poi mai potrebbe essere unanimamente condiviso dalle sue svariate componenti, correnti, potentati, lobby, feudi personali piccoli e grandi.
Non solo: un programma politico credibile, oggi come oggi, impone scelte impopolari e di sacrificio. Una necessità inconciliabile con la preservazione dello smisurato apparato del quale il partito in senso stretto è solo punta dell'iceberg. Un esempio su tutti? Il Pd, qualora esprimesse un governo, non abolirebbe mai le province, le quali sono un comodo parcheggio per i dirigenti periferici, una fucina di pubblico impiego e di consulenze strapagate indispensabili al mantenimento del consenso. Stesso dicasi per le «privatizzazioni» o la dismissione della «mano morta» pubblica, ovvero quei beni che hanno un altissimo valore di mercato potenziale ma che, sfruttando il paravento della «pubblica utilità» tanto cara ai democonservatori (per non parlare della sinistra più arrabbiata...), essi preferiscono lasciare in stagnazione.
Non stupisce pertanto che in un contesto di immobilismo totale ed estenuante (per gli elettori del Pd, intendiamo) acquisisca tridimensionalità sempre maggiore un soggetto come Matteo Renzi, attualmente Sindaco di Firenze. Al di là dei suoi slanci giovanilistici (e ci mancherebbe che uno non ne avesse a 36 anni...) Renzi ha riscritto le regole del gioco e ha fatto saltare il tavolo: basta espressioni fumose, basta gherminelle e «patti di Londra» tra le correnti interne del PD, basta bizantinismi. Per una semplice ragione: così non si vince. Perché è impensabile proporre all'elettore un contenitore vuoto che trova la sua ratio solo nel suo «non essere Berlusconi»: un'antitesi quindi, a cui non fa riscontro nessuna tesi, figuriamoci una sintesi. Nonostante sia trattato con estrema sufficienza e con quella arroganza caratteristica di tutte le elite da parte dei notabili del partito, da Bersani a D'Alema passando per Rosy Bindi, ufficiosamente è risaputo che ad ogni tornata di sondaggi successiva alle iniziative del sindaco discolo Via delle Botteghe Oscure trema, si indigna e mastica amaro: Renzi è in crescita e risulta sempre tra i primi tre candidati preferiti per guidare il partito. Un'ipotesi tutt'altro che peregrina e rafforzata da due precedenti significativi: Renzi è stato il presidente di Provincia più giovane d'Italia riuscendo a farsi eleggere con mezzo partito che gli ha remato apertamente contro e si è vinto praticamente da solo le primarie per la candidatura a sindaco bruciando Martini, candidato dalemiano a tre stelle dato per favorito.
Matteo Renzi quindi presenta punti di forza notevoli: chiarezza programmatica, un indiscutibile carisma che vince la simpatia di giovani e meno giovani, buone doti di amministratore (ha il 65% di gradimento dei cittadini di Firenze), un approccio linguistico poco artificioso e sempre molto concreto. Riesce inoltre a giocare bene una partita aperta su due fronti particolarmente difficili: da un lato proporsi come antagonista a Silvio Berlusconi, che per Renzi è avversario e non nemico antropologico, e dall'altro, contemporaneamente, esige un rinnovamento palingenetico del suo partito, forse con qualche velleitarismo ma sostanzialmente ispirato alla concretezza. Tutte le doti che, in una parola, fanno difetto a Pierluigi Bersani.
Ma dove sta il peggior difetto di Renzi? Il rischio che dalla «Leopolda» esca la solita commistione di diavolo e acqua santa c'è ed è concreto: per ora è relativamente facile catalizzare consenso arruolando i delusi, gli astenuti, gli arrabbiati.
Ma nel momento in cui Renzi arrivasse a candidarsi alle primarie (e lo farà con tutta probabilità) come sarà possibile conciliare il suo essere fan di Benedetto XVI e Cattolico praticante con le istanze degli amici radicali che lo supportano e partecipano alle sue convention? Sui valori non negoziabili, verso i quali Renzi nutre un rispetto ortodosso in linea con la Cei, cosa avranno da dire i suoi amici «arancioni» della scuola Pisapia che pretendono l'introduzione del registro per le unioni civili? Parte della Cgil, l'area grigia non di obbedienza camussiana, lo apprezza entusiasticamente, ma manterrà lo stesso atteggiamento nel momento in cui egli dovesse affrontare il nodo pensioni e la riforma del mercato del lavoro?
Di sicuro oggi c'è solo una cosa: Matteo Renzi ha individuato impietosamente quali siano i limiti del Partito democratico e, con tutta la sfacciata temerarietà propria del suo essere giovane e fiorentino, ha pure proposto la sua ricetta, il suo piano programmatico per fare uscire la sinistra dalla stagnazione. Ovviamente non sarà ascoltato dagli uomini di apparato, ma di questo poco gliene importa, visto il consenso notevole che è riuscito a conseguire proprio prescindendo da essi e ponendosi in aperto antagonismo con l'attuale classe dirigente. Ma il «bispensiero di Damocle» pende sulla sua testa: anche Renzi rischia di cadere vittima di quello stesso conservatorismo che dice di voler combattere, poiché la necessità di dover affrontare «taluni punti caldi» (welfare, pacs, economia, etc.) inevitabilmente scontenterà parte significativa dei suoi sostenitori, col risultato che da astro nascente potrebbe ritrovarsi ad essere semplice fuoco di paglia...
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