Avete presente Don Alfio? È il prete interpretato da Carlo Verdone in uno degli episodi del suo primo film da regista: «Un sacco bello». Viene convocato da un disperato genitore comunista, interpretato magistralmente dal compianto Mario Brega, per cercare di capire le scelte del figlio hippy (sempre Verdone). Ebbene, il pretino non critica la pecorella smarrita, è un prete moderno, disponibile al dialogo. Nel momento in cui deve dire il nome di colui di fronte al quale Pilato si lavò le mani, però ha un lapsus, non ricorda. Allora il povero padre comunista sbotta: «A Nostro Signore!!! Manco le basi del mestiere ricordi!».
Il prete moderno, aperto al dialogo e comprensivo ma ormai privo delle «basi del mestiere» non è una figura così rara. Tant’è vero che la cattolicissima, battagliera e brillante coppia formata da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, dedica qualche pagina del suo ultimo libro al personaggio verdoniano, emblematico della situazione di smarrimento in cui si trova la Chiesa da quarant’anni circa. Il pamphlet di Gnocchi & Palmaro, edito da Vallecchi, è intitolato La Bella Addormentata e racconta una fiaba che si spera abbia un lieto fine.
Come nelle fiabe un ordine è stato infranto, una principessa si è addormentata; la fanciulla sarebbe proprio la Chiesa, entrata in crisi dopo il Concilio Vaticano II e in attesa di un principe azzurro che la risvegli definitivamente. Probabilmente il principe è arrivato e si chiama Benedetto XVI ma la situazione è ancora poco incoraggiante: il panorama è fatto «di fedeli che non obbediscono ai curati, di curati che non obbediscono ai parroci, di parroci che non obbediscono ai vescovi, di vescovi che non obbediscono al Papa». Secondo Gnocchi e Palmaro le cause di questo smarrimento vanno tutte cercate nel Concilio aperto entusiasticamente da Giovanni XXIII e chiuso da Paolo VI con qualche dubbio. E i dubbi crebbero negli anni seguenti se il pontefice fu costretto a fare una dichiarazione agghiacciante: il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio.
Certo, criticare il Concilio non è popolare, spessa è l’aura di intoccabilità retorica che lo avvolge, pari solamente ai giorni gloriosi di stesura della Costituzione italiana. Forse perché protagonista di entrambi gli eventi fu Giuseppe Dossetti. Ma è finalmente arrivato il momento di smontare «l’immagine zuccherosa» per evidenziare gli errori e le ingenuità; cosa legittima, dato che gli intenti dell’evento erano pastorali e non dogmatici. I padri conciliari probabilmente ebbero troppa fiducia nello spirito dei tempi, mentre la Chiesa non dovrebbe preoccuparsi troppo di marciare allo stesso passo del mondo ma rimanere ancorata a verità eterne. Sicuramente fu un errore non condannare esplicitamente, per ragioni di realpolitik, il socialismo reale; cosa che deluse i cristiani perseguitati dietro la Cortina di ferro e foraggiò l’equivoco cattocomunista italiano. I media poi banalizzarono ciò che accadde fra le sacre mura, al punto che quasi nessuno si prende la briga di leggere i documenti conciliari, convinto che semplicemente si fece tabula rasa delle dottrine dei secoli precedenti. Il «Concilio percepito» diede vita ad un «cantiere di cui si è perduto il progetto e ciascuno continua a fabbricare a suo gusto», per citare Benedetto XVI. Ne derivarono distorsioni liturgiche e teologiche di stampo protestante, un eccessiva fiducia nella «collegialità» a scapito della gerarchia, un vero «ostracismo contro la filosofia scolastica», la proibizione della messa secondo il rito di San Pio V e l’accantonamento del latino, lingua che garantiva universalità, dunque cattolicità. Il «culto del dialogo per il dialogo» scolorì la religione di Cristo in una vaga «religione dell’umanità». Fu così che dai seminari confusi uscirono tanti confusi Don Alfio.
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