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Numero 476
del 22/05/2012
L'Italia ritorna a Mogadiscio PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
giovedì 03 novembre 2011

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La Farnesina ha da poco ha annunciato che entro il 31 dicembre l’Italia riaprirà l’Ambasciata di Mogadiscio, in Somalia, escludendo però, al tempo stesso, l’eventualità di un intervento militare in difesa del governo di transizione minacciato dagli Shabaab, la potente formazione antigovernativa islamista che da alcuni anni controlla gran parte del centro-sud del paese. Nel frattempo la situazione dell’ex colonia italiana, già drammaticamente critica, si è complicata con la decisione del Kenya di intervenire contro gli Shabaab in territorio somalo lanciando una campagna militare battezzata Proteggi il paese (Linda nchi, in kiswahili).

La Somalia non conosce pace dal 1991 quando, dopo aver rovesciato il regime di Siad Barre, i capi clan, fino a quel momento controllati dalla ferrea e abile mano del dittatore, hanno scatenato una guerra civile apparentemente insanabile. Non sono valsi a risolvere il conflitto i numerosi interventi esterni, militari e diplomatici, l’ultimo dei quali, la creazione nel 2007 di una missione militare dell’Unione Africana, la Amisom ora forte di circa 8.000 unità, a mala pena riesce a garantire la sicurezza nei quartieri di Mogadiscio che ospitano gli edifici governativi e lungo la strada che collega la capitale all’aeroporto internazionale.

L’obiettivo del Kenya è di mettere in sicurezza il proprio confine settentrionale con la Somalia, dopo che l’uccisione di un turista inglese e il rapimento di due donne straniere, oltre che di due cooperanti di Medici senza frontiere catturati nell’immenso campo allestito per i profughi somali a Dadaab, nel nord, ha fatto temere un intensificarsi delle incursioni Shabaab in territorio kenyano, con conseguenti ripercussioni negative sull’industria turistica che rappresenta una delle principali voci del bilancio nazionale. In realtà può darsi invece che Proteggi il paese sia un’operazione pensata da tempo, d’intesa con Stati Uniti e Francia che difatti stanno dando supporto militare e logistico alle truppe kenyane. Si tratterebbe allora di dare consistenza al progetto annunciato la scorsa primavera di creare un’entità autonoma nel sud: un nuovo stato chiamato Azania – o forse Jubaland – composto da tre regioni – Medio e Basso Juba e Gedo – per un totale di 1,3 milioni di abitanti. La capitale dovrebbe essere il porto di Kismayo, ora in mano agli Shabaab che su questo scalo contano per i propri traffici commerciali.

In queste ultime ore anche le truppe etiopi hanno attraversato, da est, il confine con la Somalia per attaccare le milizie Shabaab. Non è la prima volta che succede e, d’altra parte, si deve all’Etiopia la sconfitta nel 2008 delle Corti Islamiche, la coalizione islamista che prima degli Shabaab aveva tentato di abbattere il governo di transizione riuscendo a impadronirsi di gran parte della capitale. Ma forse, questa volta, quello etiope più che un intervento contro gli Shabaab è una risposta al progetto di Azania, che l’Etiopia non vede di buon occhio così come l’Uganda e il Burundi, le cui truppe formano la Amisom.

L’altra notizia dell’ultima ora è l’atterraggio all’aeroporto somalo di Baidoa di due velivoli carichi di armi destinate agli Shabaab provenienti dall’Eritrea, paese da sempre nemico dell’Etiopia e accusato di sostenere le milizie antigovernative somale. Si conferma dunque uno dei maggiori timori a proposito della Somalia: la dimensione regionale del conflitto, che ormai coinvolge non soltanto tutti i paesi del Corno d’Africa, ma anche tre stati dell’Africa Orientale. Ovviamente l’altra preoccupazione è l’affermarsi dell’islam integralista e i legami di Shabaab con il terrorismo islamico internazionale. Ma, sopra tutto, il fattore più critico è dato dall’inaffidabilità delle cariche politiche che, incuranti delle sorti del paese, continuano a contendersi il potere passando da una crisi all’altra senza aver mai realmente tentato di governare. Anche sull’intervento militare kenyano i leader politici somali – che sono prima di tutto dei capi clan – si sono divisi producendosi in dichiarazioni contraddittorie e confuse. Perciò tutto induce a porre degli interrogativi sull’esito dell’offensiva kenyana, benché sostanzialmente approvata a livello internazionale. In caso di vittoria sugli Shabaab, chi governerà Azania? E come?




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