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Numero 476
del 22/05/2012
Chi sfiderà Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2012? PDF Stampa E-mail
! di C.B.
@ragionpolitica.it
  
lunedì 14 novembre 2011

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È ancora lunga la strada per la ricerca del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali 2012, ovvero colui che avrà il compito di sfidare – al fine di sconfiggere, naturalmente – il Presidente uscente Barack Obama. A poco meno di un anno dall'attesissimo election day, prosegue senza sosta quella che è una delle più lunghe e logoranti campagne elettorali per le elezioni primarie del Grand Old Party, con i candidati impegnati in estenuanti tour e a ripetuti dibattiti e confronti pubblici in giro per l'America e sui media.

Nonostante la battaglia perduri da mesi, ancora non sembra emergere, tra le fila del Partito Repubblicano, la figura del front-runner, il prescelto, un super-candidato che supera e stacca nettamente i colleghi-rivali per proporsi, in maniera autorevole, non solo come quanto di meglio il Grand Old Party possa partorire per le sue primarie e per sfidare il Presidente, ma anche e soprattutto qualcuno che possa effettivamente ambire a fare il proprio ingresso alla Casa Bianca.

I sondaggi, da mesi a questa parte, non fanno che confermare questo dato, con la presenza di tre-quattro candidati distanziati da pochi punti percentuali, una situazione che, oltre ad evidenziare la grande incertezza della gara, porta a pensare che essa sarà giocata fino all'ultimo minuto da tutti gli aspiranti, almeno fino a quando le fatidiche primarie non porteranno i primi verdetti. Al momento, secondo un sondaggio CBS News di venerdì 11 novembre, la corsa sarebbe a tre tra il candidato afroamericano Herman Cain (al 18%), l'ex Governatore del Massachusetts Mitt Romney e l'ex Speaker of the House Newt Gingrich (entrambi al 15%). A seguirli, con un maggior margine di distacco, il Governatore del Texas Rick Perry (8%), l'idolo dei libertari Ron Paul (5%), l'ex eroina del Tea Party Michele Bachmann (4%), l'ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum (2%) ed infine l'ex Governatore dello Utah ed ambasciatore in Cina di Obama John Huntsman Jr. (1%). Numeri piuttosto simili a sondaggi analoghi condotti da Rasmussen, USA Today/Gallup, che indicano Cain in testa, ma anche a quelli di McClatchy/Marist, NBC News/Wall Street Journal e ABC News/Washington Post, per i quali sarebbe invece Romney a guidare la lista.

Dai dati più recenti, impossibile non notare una netta battuta d'arresto di Rick Perry, il governatore più duraturo e vincente della storia del Texas, salutato come uno dei candidati più accreditati per conquistare la nomination e sfrattare Barack Obama dalla propria abitazione di Washington, protagonista di una straordinaria salita nei sondaggi nel momento dell'annuncio della sua discesa in campo: da quel giorno, per lui, una lenta ma preoccupante parabola discendente, fatta di proposte poco convincenti e di deludenti performance nei confronti televisivi con gli altri candidati, fino allo psicodramma dell'ultimo dibattito, quell'amnesia di 53 secondi nella quale Perry non è stato in grado di elencare i tre dipartimenti federali che vorrebbe chiudere, ricordandosene solamente due. Quel passo falso imbarazzante, che ha già fatto il giro del mondo e ha esposto il politico texano alle parodie e canzonature più feroci nei talk show e su Internet, rappresenta un duro colpo per la campagna elettorale, e riprendersi sarà una missione alquanto difficile, se non impossibile. Il suo team di strateghi ha già preparato una abile controffensiva, fatta di auto-ironia, sovraesposizione mediatica, apparizione simpatica al Letterman Show e un milione di dollari in spot televisivi sul network FOX News, ma la caduta nei sondaggi appare inevitabile.

In discesa, ma con intensità differente, è anche Herman Cain, ex amministratore delegato della catena di ristoranti Godfather's Pizza ed ex Presidente della Federal Reserve Bank del Kansas, outsider della politica che ha scalato i sondaggi nel mese di ottobre, promuovendo il suo piano di riforme finanziario «9-9-9» e diventando un vero e proprio fenomeno mediatico: afroamericano, del tutto estraneo al mondo politico e ai giochi di potere di Washington (valore non da poco in un momento in cui l'antipolitica dei Tea Party e di OccupyWallStreet la fa da padrone), assai schietto nei modi e nelle dichiarazioni, per i suoi estimatori sembrava la kryptonite perfetta per il Presidente Obama, o una brutta copia repubblicana del presidente per i suoi detrattori. Per lui, la battuta d'arresto sono state alcune accuse di molestie sessuali, dal candidato prontamente e fortemente negate, da parte di quattro donne.

Nonostante le pesanti dichiarazioni contro di lui, Cain non sembra aver accusato il colpo, proseguendo per la propria strada, subendo perdite minime nei sondaggi, ma con un netto calo nell'elettorato femminile. In un'America che ha ancora fresco il ricordo del processo al Presidente Clinton, e che quindi sembra aver paradossalmente fatto l'abitudine con questo genere di notizie, addirittura il 61% degli elettori repubblicani afferma che queste accuse non faranno per loro alcuna differenza nelle elezioni primarie, mentre solo il 30% si dichiara meno propenso a sostenerlo. Inoltre, negli ultimi giorni, per lui è arrivato un«endorsement» d'eccezione: quello del pluripremiato regista Clint Eastwood, da sempre di simpatie conservatrici.

Ad approfittare delle difficoltà di Perry e Cain, con una lenta ma progressiva ascesa nelle percentuali di gradimento, l'ex Speaker della Camera Newt Gingrich, persona dell'anno di Time Magazine nel 1994 e protagonista, quell'anno, della riconquista repubblicana del Congresso, che condizionò pesantemente il primo mandato di Clinton. Gingrich, dato quasi per finito la scorsa primavera, letteralmente abbandonato da pezzi importanti del suo staff in estate (saltati sulla barca di Perry), si trova ora più in corsa che mai, avendo guadagnato – a detta dei sondaggisti – una parte dell'elettorato che ha lasciato Cain. Per lui, una serie di ottime prestazioni agli ultimi dibattiti e un curriculum da conservatore che fa naturalmente impallidire quelli dei rivali. Un «nostalgia tour», come lo ha definito The Politico, quasi interamente basato sulle gesta passate di Newt, che ambisce a fare la differenza sull'elettorato che ricorda ancora le sue battaglie negli anni '90.

Infine, a chiudere la cerchia dei papabili, il sempre presente Mitt Romney, che prosegue senza tentennamenti la sua lunga corsa alla nomination – da lui mancata già quattro anni or sono – con ripetuti incontri pubblici negli Stati chiave e argomentando i più disparati temi, dall'economia (suo cavallo di battaglia) alla politica estera, con un piano per l'Iran che, secondo gli osservatori, sarebbe molto simile a quello del Presidente in carica. Con il passare del tempo, il mormone ex governatore del Massachusetts si presenta sempre di più come un «candidato inevitabile», nonostante le molte incognite: non scalda le folle, non appassiona con le sue doti oratorie, la sua fede è accolta con diffidenza dall'elettorato della destra repubblicana, e c'è chi mette in dubbio il suo pedigree conservatore per aver governato uno degli stati più liberal d'America. Eppure, in assenza di rivali in grado di ostacolare il suo percorso, ma anzi con altri aspiranti che riescono quasi ad auto-eliminarsi (come nel caso di Perry), sembra tuttora essere lui il più accreditato per il ruolo di candidato alla presidenza per il Partito Repubblicano: Romney non conquisterebbe la nomination perché forse migliore degli altri, ma perché gli altri sono forse peggiori di lui. Almeno fino all'inizio delle primarie, quando i caucus e gli elettori consegneranno le prime sentenze.




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Commenti (1)
1. 21-11-2011 21:18
obama a casa
l'importante e' mandare obama a casa...la sua non quella bianca
Scritto da marco

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