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Numero 476
del 22/05/2012
Egitto in rivolta PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
martedì 22 novembre 2011

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Si contano ormai a decine in Egitto i manifestanti uccisi dalla polizia al Cairo, in piazza Tahrir, dove continuano le proteste iniziate lo scorso venerdì nonostante l’annuncio delle dimissioni del primo ministro Essam Sharaf e del suo governo. Le immagini del cadavere di un manifestante gettato su un mucchio di spazzatura da un militare e della brutale repressione ordinata dal Consiglio supremo delle forze armate hanno fatto il giro del mondo.

I feriti sono più di 1.700, numerosi anche gli arresti tra cui figura quello di Buthaina Kamel, la prima donna candidata alle presidenziali nella storia del paese. A riportare in piazza Tahrir gli egiziani, a pochi giorni dal voto del 28 novembre, il primo di tre turni elettorali per la scelta dei componenti della Camera bassa, è il timore per il ruolo assunto dai militari che hanno preso il potere l’11 febbraio scorso, trasformando in colpo di Stato la rivolta popolare contro il regime del presidente Hosni Mubarak.

Nonostante le rassicurazioni della giunta militare che promette l’avvento di un sistema pienamente democratico entro la fine del 2012, preoccupa innanzi tutto l’iter lungo del voto. Dopo le tre tornate per la Camera bassa (oltre al 28, si voterà il 14 dicembre e il 3 gennaio), dal 29 gennaio all’11 marzo 2012 si svolgeranno le elezioni del Consiglio della Shura, il Senato egiziano, seguite ad aprile da quelle per l’Assemblea del Popolo. Quindi il parlamento dovrà procedere alla stesura della nuova costituzione. Tenuto conto anche degli eventuali ballottaggi, è possibile che non si arrivi alle presidenziali prima del 2013.

Nelle ultime settimane inoltre la tensione è aumentata in seguito alla diffusione di un documento stilato dal Consiglio supremo delle forze armate che dichiara i militari custodi della legittimità costituzionale. Si tratta di una sorta di normativa super costituzionale che tra l’altro intende limitare il potere del parlamento e introduce il diritto di veto da parte dei militari sugli articoli della futura bozza di costituzione. Non è piaciuta agli egiziani neanche la sentenza della Corte suprema che il 15 novembre ha ribaltato quella di primo grado emessa dal tribunale amministrativo che proibiva agli ex membri del Partito nazionale democratico di Hosni Mubarak di candidarsi alle legislative. La sentenza consentirà infatti a esponenti del vecchio regime di partecipare alle elezioni. La novità rispetto alle proteste dello scorso inverno è che i Fratelli Musulmani, allora praticamente assenti, adesso sono in prima fila nelle piazze egiziane il che costituisce un ulteriore motivo di allarme per le forze democratiche e laiche che guardano con preoccupazione al crescente consenso popolare per il partito islamista dato come favorito dai sondaggi elettorali.

Ma l’Egitto non è l’unico dei paesi della«primavera araba» ad andare al voto in questi giorni. Prima, il 25 novembre, toccherà infatti al Marocco scegliere il nuovo parlamento e anche in questo caso si profila una buona affermazione di un partito islamico, il Partito della giustizia e dello sviluppo. A contendergli i voti sarà la Coalizione per la democrazia, formata da otto partiti che raccolgono consensi tra l’elettorato liberale e socialista. Invece il Movimento del 20 febbraio, protagonista delle manifestazioni di protesta dei mesi scorsi, non partecipa al voto e ha lanciato un appello a boicottare le elezioni sostenendo che sono state indette troppo presto senza consentire alle nuove forze politiche di organizzarsi. In Marocco la primavera araba ha accelerato il processo di democratizzazione avviato da re Mohamed VI negli ultimi 10 anni, inteso a trasformare il paese in una monarchia costituzionale.

La riforma della costituzione proposta e approvata con un referendum popolare svoltosi il 1° luglio amplia i poteri del parlamento e del primo ministro che inoltre d’ora in poi non verrà più nominato dal sovrano, ma scelto dal partito di maggioranza. Per non influenzare l’elettorato, Mohamed VI ha deciso di non comparire in pubblico in queste ultime settimane e a tal fine ha sospeso le cerimonie ufficiali che lo vedrebbero al fianco di ministri e di altre personalità politiche. Da alcuni giorni in effetti si trova in Francia in visita privata e ha annunciato che non rientrerà in patria prima della fine della campagna elettorale, sempre per non interferire sul voto.




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