Nella seduta di borsa di mercoledì è accaduto l’impensabile! Si fa per dire visto che alcuni lungimiranti analisti avevano previsto anche questo. Comunque sia, i bund tedeschi, ossia il parametro fondamentale in base al quale viene confrontato ogni titolo pubblico in Europa, non hanno trovato pieno collocamento sul mercato.
L'asta dei bund a 10 anni infatti è stata un vero e proprio flop. Dei sei miliardi offerti solo 3,64 miliardi sono andati piazzati, con un rendimento dell'1,98%. Il restante 35% dei titoli messi all’asta è andato invenduto. Quindi dopo la Francia ora anche la Germania sembra vacillare di fronte alle aspettative delle borse o «dei mercati» come impropriamente si suol dire.
Cosa accadrà adesso? i titoli pubblici tedeschi, quelli relativi all’ultima asta non saranno carta straccia, perché in Germania a differenza dell’Italia, la Banca centrale tedesca ha la facoltà di acquistare i titoli pubblici che non trovano collocamento sul mercato. La Bundesbank ha infatti comprato 2,356 miliardi di titoli, un intervento «massiccio».
In questo contesto difficile di aspettative altalenanti le divisioni interne all'Eurozona su come uscire dalla crisi stanno mietendo vittime sempre più eccellenti e la moneta unica affonda nelle sue quotazioni che in tarda mattinata erano pari a 1,3383 dollari. «O ne usciamo insieme o si muore» ha affermato Sarkozy, chissà forse ritenendo che la sua «risatina» non abbia danneggiato solo l’amico Berlusconi, ma abbia fatto più vittime di quello che prevedeva. Notizie negative vengono infatti anche dalla Francia, che rischia di perdere la tripla A di cui beneficia sui mercati finanziari.
E ora che la crisi economica sta bussando alle porte francesi e tedesche l’atteggiamento sembra essere «si salvi chi può». La Merkel non si smuove dalle sue posizioni, dettate da esigenze di consenso elettorale interno. Ossia non concede alcuna apertura sul fronte del potenziamento delle prerogative della Banca centrale europea sulla falsa riga delle caratteristiche e delle potenzialità delle altre due più importanti banche centrali, quella americana e quella giapponese. Né tanto meno la Cancelliera è disposta a permettere la realizzazione degli eurobond. Si tratta di un paradosso, perché proprio la Germania non ha esitato a fare ricorso ieri alla propria banca centrale per acquistare i titoli rimasti invenduti.
Tuttavia la sola via praticabile, senza violare i Trattati europei e lo Statuto della Bce, è quella degli Eurobond dotati di garanzie reali per rilevare una parte dei debiti pubblici nazionali. Occorre anche che tali disponibilità finanziarie siano destinati al finanziamento degli investimenti europei. Se all’Efsf, il fondo salva stati, che dispone già di 440 miliardi di euro, si intestassero le riserve auree degli stati membri, come propone il Prof. Quadrio Curzio, si potrebbe aumentare la sua disponibilità oltre i 1.000 miliardi di euro. Una liquidità tale che permetterà al Fondo di acquistare titoli di stato sul mercato primario e secondario. All’introduzione degli eurobond deve contestualmente corrispondere però l’istituzione di un ministero del Tesoro dell’Eurozona al quale i titoli pubblici europei dovranno fare capo. Questa via è quella immediatamente praticabile proprio perché non prevede la modifica dello statuto e dei trattati, che richiedono tempi burocratici e politici lunghi.
Sebbene la Germania sia fortemente contraria, se si vuole realmente tutelare la moneta unica non si potrà prescindere dalla trasformazione della Bce, facendola diventare prestatore di ultima istanza. Diventare prestatore di ultima istanza prevede il potere di stampare moneta. Il timore è la diretta conseguenza di una politica di monetizzazione, ossia l’aumento dell’inflazione nella zona euro, e questo fa riecheggiare ricordi della Repubblica di Weimar, dell’iperinflazione e della politica monetaria disastrosa. Tuttavia, l’inflazione ha un pregio, quello di ridurre il valore relativo dei debiti, pubblici e privati. È anche però un’arma a doppio taglio perché fa diminuire il valore dei crediti e dei beni. Pertanto l’inflazione gioverebbe ai paesi particolarmente indebitati e meno ricchi di beni e lederebbe gli interessi dei paesi manifatturieri e meno indebitati, Germania in testa. Ecco spiegata la riluttanza della Cancelliera.
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