freccia_long
Numero 476
del 22/05/2012
Le correnti ideologiche lacerano il Pd PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
giovedì 24 novembre 2011

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L'ultimo colpo di maglio, in ordine di tempo, alle instabili fondamenta del Partito Democratico lo ha tirato la corrente «Liberal» facente capo ad Enzo Bianco, la quale con un documento perentorio ha chiesto le dimissioni di Stefano Fassina dal ruolo di responsabile economico del Pd. Queste le motivazioni: «le posizioni che Stefano Fassina ha assunto prima, durante e dopo la crisi del governo Berlusconi sono pienamente legittime in un partito in cui convivono sensibilità e storie diverse. Quello che non è comprensibile è che esse siano espresse dal Responsabile economico del Pd, ed appaiano in netta dissonanza rispetto alle linee di responsabilità e di rigore assunte giustamente dal Segretario Bersani. Criticare aspramente la linea di rigore e sviluppo assunta prima dalla Banca d’Italia e poi dalla Bce, bollare come liberiste posizioni ‘liberal’ come quella del senatore Ichino, prospettare soluzioni ispirate alle vecchie culture politiche del secolo passato, non è compatibile con il dovere di rappresentare il complesso delle posizioni assunte dal Pd. I Liberal Pd chiedono a Stefano Fassina di fare un passo indietro, e di sostenere le sue idee liberamente, senza il vincolo della responsabilità politica che gli è stata affidata».

Le posizioni cui si fa riferimento riguardano tassa patrimoniale, reintroduzione dell'Ici e aderenza al dettato della Comunità Europea per quanto riguarda le misure «anticrisi». Con particolare riferimento all'ultimo addentellato, Fassina ha generato notevole imbarazzo sostenendo, a nome di tutto il partito giacché a tale titolo parla il responsabile economico per quanto concerne la sua specifica area di competenza, che le indicazioni proposte all'Italia dal commissario Rehn sono «deprimenti sul piano intellettuale ed economico» e che il partito dovrebbe schierarsi «dall'altra parte» rispetto alle istituzioni europee: roba dura da mandar giù, poiché quasi «leghista» negli esiti se non nei presupposti, e, in sovrappiù, perché esternata da uno dei collaboratori più stretti di Pierluigi Bersani.

Una presa di posizione sicuramente ispirata dalla buona fede, ma nella quale si inserisce pure il problematico rapporto dialettico, parecchio surriscaldato in effetti, tra la corrente socialdemocratica del partito e quella più marcatamente liberal-progressista, le cui rispettive teste di serie per quanto riguarda welfare ed economia sono Stefano Fassina, appunto, e Pietro Ichino, accusato da più parti di essere «troppo di destra per stare a sinistra» (voce ufficiosa...). Un rapporto dialettico che ha raggiunto il calor bianco durante la conferenza sul lavoro tenutasi lo scorso giugno a Genova, durante la quale ciascuna corrente aveva presentato documenti programmatici sostanzialmente contrastanti e incompatibili con qualsivoglia sintesi comune. Morale della favola, su accorata preghiera di Bersani al fine di «non spaccare il partito» (attenzione!), Pietro Ichino accondiscese di malavoglia a ritirare la sua proposta, consentendo così a Fassina di poter fregiare la propria del sigillo della «unanimità», forse in maniera un tantino forzata. Ciò ovviamente non è stato digerito dalla corrente «liberal» la quale ha rimandato la resa dei conti a momento più propizio, ovvero ad oggi. Per una semplicissima ragione: è già difficile per il Pd conservare credibilità nel momento in cui il segretario nazionale ha con l'attuale Presidente del Consiglio un rapporto non diretto ma mediato attraverso la figura di Enrico Letta (e la letterina di intenti captata da un fotografo malandrino che ha già fatto il giro della Rete in lungo e in largo sta lì a dimostrarlo), è ancor più difficile spiegare alla propria base che, si, Berlusconi se ne è andato ma ora come ora i Pdem non possono governare il paese, perché l'Europa in questo momento chiede altro (e qui la base si fa giustamente saltare la mosca al naso perché non ha votato per il maggior partito di ex opposizione affinché questo divenisse lacché di Bruxelles).  

Diventa, quindi, praticamente impossibile giustificare il fatto, di evidenza brutale, che pur nella sua esiguità numerica è il Terzo Polo a dettare l'agenda politica al Pd, senza che vi sia (attualmente) un'alleanza programmatica né la condivisione di qualsivoglia risoluzione politica al di fuori di «Monti Presidente». Ci manca solo, a fronte di questo «meraviglioso e progressivo» scenario che il partito si spacchi sulla linea economica da tenere, punta dell'iceberg la cui massa sommersa, bucherellata come un groviera e tutt'altro che compatta, quindi, è sostanziata dall'eterna e mai risolta lotta ai coltelli tra le correnti interne e i loro rispettivi capibastone.

E' questo il primo esito del dopo Governo Berlusconi: venuto meno il collante (piuttosto labile, in verità...) dell'antiberlusconismo ed essendo in questo momento la sinistra incapace di esprimere una propria alternativa di governo credibile e appetibile, la «guerra fredda» da sempre latente all'interno del Pd si è bruscamente «riscaldata», e si sta oggi scatenando in tutta la sua virulenza. Una situazione che riconferma, se pure ce ne fosse stato ulteriore bisogno, che l'attuale leadership si regge su un filo di lana e non è comunque in grado di garantire con la propria esigua autorevolezza quell'organica compattezza indispensabile per affrontare dignitosamente il prossimo appuntamento elettorale, non riuscendo a sterilizzare la smania di reciproca rottamazione che affligge le svariate e inconciliabili componenti del partito...




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Commenti (1)
1. 25-11-2011 17:50
politica
Visto situazione paese non c'è il bisogno di fare spaccature all'interno del partito,ma ben al contrario più compatti sicuri indispensabile. 
Giustamente prendere linee di rispetto e responsabilità assunte da Pier luigi Bersani.
Scritto da stella

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