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Numero 476
del 22/05/2012
Risorgimento e identità italiana PDF Stampa E-mail
! di Luca Negri
negri@ragionpolitica.it
  
venerdì 25 novembre 2011

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Quasi ce ne siamo dimenticati che quest’anno si dovrebbe celebrare il centocinquantesimo compleanno dell’unità nazionale. Forse è colpa dell’attualità politica, della deriva finanziaria che la politica stessa ha dovuto prendere. Oppure non esiste un profondo sentimento unitario nel nostro Paese, nonostante su qualche balcone si stia annerendo il tricolore come quando vince la nazionale.

Il Risorgimento è il grande nodo irrisolto della nostra storia, da studiare finalmente senza l’enfasi retorica repubblicana e poi fascista ancora stampata su troppi libri. «Una questione ancora aperta», dunque, come recita il sottotitolo di Risorgimento e identità italiana breve ma denso saggio pubblicato da Cantagalli e firmato da Luigi Negri. Il fatto che quest’ultimo sia anche un noto vescovo cattolico e membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede potrebbe allarmare chi vede nella breccia di Porta Pia uno dei momenti più alti della nostra storia, un trionfo della laicità. Penserebbe di trovarvi nostalgie reazionarie e teocratiche, un «si stava meglio prima» da parrocchia. Ebbene, con Negri, che conosce bene la materia, avrebbe poco da divertirsi, solo da imparare.

Nessuna concessione al rimpianto per la situazione della Chiesa durante l’Ancient Régime, nel libro. Negri riconosce che l’unificazione dell’Italia fu un bene, però ci ricorda le tante ingiustizie compiute, il tanto male commesso per fare quel bene. La nazione italiana in realtà esisteva da secoli nella cultura comune e nel rapporto con la Chiesa di Roma, nel 1861 non nacque l’Italia ma lo Stato italiano, una cosa ben diversa.

Il Vaticano e i tanti intellettuali cattolico-liberali non erano affatto contrari, anzi proponevano una federazione di Stati liberi dal dominio straniero. Pio IX non era certo un austriacante, anche perché la Chiesa non godeva di piena autonomia sotto gli Asburgo. Lo Stato Pontifico invertì la rotta nel 1848 perché capì che gli altri attori in scena combattevano anche contro di lei, spesso soprattutto contro di lei. Nel coacervo di ideali ed interessi che portarono all’unità italiana, oltre alle manovre di inglesi e prussiani, era il voler negare il ruolo pubblico del cattolicesimo il vero collante di cavouriani, mazziniani e garibaldini, tutti più meno massoni.

L’élite che fece l’Italia, o meglio sostenne la conquista armata dei Savoia, voleva una Chiesa sottomessa. Il motto «libera Chiesa in libero Stato» è già chiarissimo: Chiesa libera ma dentro lo Stato, dentro un’istituzione che si vuole assoluta, omnipervasiva. Se Cavour fosse stato un vero liberale avrebbe detto «libera Chiesa con libero Stato». Equilibrio dei poteri, insomma.

Invece il Regno d’Italia fece la guerra anche alla Chiesa: sciolse gli ordini contemplativi, mise sacerdoti in galera, conquistò militarmente Roma. Crimini contro il cattolicesimo da ricordare assieme a quelli compiuti contro il popolo del Sud che vide piombarsi addosso massacri, deportazioni, tasse assurde e coscrizione obbligatoria. In molti resistettero contro l’impresa coloniale piemontese, contro ragazzi in uniforme che neanche parlavano la stessa lingua (come i tedeschi nel ’44-’45).

La storiografia ufficiale bollò quell’insorgenza popolare come «brigantaggio», verità di Stato che finì nei libri di scuola. È invece bene non dimenticare che le guerre di indipendenza furono combattute anche contro molti italiani e contro la civiltà cattolica. Negri è illuminante anche sulla «questione romana»: il potere temporale e territoriale del Vaticano era una pesante eredità del passato, è stato un bene liberarsene. Un fazzoletto di terra era abbastanza perché il Papa esercitasse la funzione simbolica di monarca autonomo dagli altri. I liberali non lo concessero, toccò a Mussolini restituire il maltolto.




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