Al di là della sua qualità letteraria intrinseca il saggio di Angelino Alfano, edito da Mondadori, assolve ad un compito fondamentale e tutt'altro che facile, ovvero fornire in maniera oggettiva, se pur emotivamente partecipata, tutti gli elementi indispensabili a comprendere cosa sia realmente accaduto in questi ultimi tre anni in materia di giustizia. Si tratta di un vero e proprio vademecum che consente al lettore di analizzare nella giusta prospettiva tanti aspetti del problema giustizia dei quali troppo spesso giornali e televisioni hanno fornito solo uno spaccato parziale e in molti casi viziato da pregiudiziali ideologiche che hanno generato un vero e proprio ribaltamento della realtà fattuale.
I libro è diviso in due parti distinte ma correlate fra loro: la prima riguarda la mafia nelle sue varie declinazioni territoriali, la seconda la riforma della giustizia. La narrazione di carattere autobiografico estremamente agile e, al contempo, puntuale e doviziosa nel fornire date e dati consente al lettore non solo di comprendere la reale entità di determinati fenomeni, ma anche di immedesimarsi, di partecipare, di percepire nettamente la dimensione profondamente umana caratteristica dell'autore che riveste, sempre con sobrietà e chiarezza, quei dati fenomenici di carne e di sangue consentendoci così di toccarli con mano e di comprenderne la reale incidenza nel nostro vissuto quotidiano.
Mano a mano che si procede nella lettura ci si rende conto che in queste pagine c'è tutta la storia, umana e politica, dell'autore, tutte le sue esperienze che convivono armonicamente senza generare mai ambiguità o schizofrenici compromessi: c'è l'Alfano liceale già animato da un profondo spirito di rivolta nei confronti del giogo mafioso che assoggetta la sua amatissima Sicilia, c'è l'Alfano ricercatore universitario, innamorato del Diritto percepito come forza primaria per contrastare la malavita, c'è l'Alfano politico che individua nella necessità impellente di riformare la giustizia una missione il cui obiettivo è il miglioramento delle condizioni di vita dei comuni cittadini.
C'è, in una parola, la coerenza assoluta ed incontrovertibile di un uomo realmente politico, ovvero che attribuisce alla politica il primo e più importante ruolo che questa ha sempre, storicamente rivestito: la difesa della vita. Difesa della vita che non si concretizza solo nell'esigenza legittima di pubblica sicurezza e di protezione nei confronti di chi viola l'ordine costituito, ma anche nell'altrettanto legittima esigenza di avere un sistema giudiziario efficace e rapido, di non essere assoggettati ad un panopticon che spii e controlli la nostra vita anche negli aspetti più intimi e vulnerabili, difesa della vita che, per quanto delicata e problematica sia la questione, non può non riguardare anche coloro i quali scontano una condanna in carcere e che, a fronte della dovuta privazione della libertà personale, non per questo perdono la dignità di uomini. E proprio su quest'ultimo aspetto Alfano ci aiuta a comprendere come severità e compassione non siano concetti antinomici e, quindi, incompatibili, ma anzi doverosamente integrabili.
Particolarmente efficaci, poi, sono le considerazioni che l'autore sviluppa riguardo alla mafia: «ladri di parole», così li chiama. E a ragion veduta: «onore», «rispetto», «famiglia», «amicizia». Queste sono le parole che i mafiosi ci hanno rubato, del cui significato si sono indebitamente appropriati generando così quel sostrato culturale, quell'humus perverso che ha consentito la proliferazione del fenomeno mafioso, la cui caratteristica violenza viene esercitata in primo luogo sul piano psicologico/intellettuale prima ancora che nettamente fisico. Da qui ne segue che combattere la mafia impone un approccio poliedrico, multilaterale, innovativo: la carcerazione non basta, nemmeno nella forma severissima prevista dal 41bis. La mafia deve essere affamata, ovvero privata dei propri smisurati patrimoni che le consentono di operare come soggetto economico e di continuare a proporsi di fronte a tanti cittadini inermi come alternativa preferibile alla legalità e, quindi, allo Stato. Una narrazione stimolante e coinvolgente, quindi, quella che ritroviamo in «La Mafia uccide d'Estate», nella quale la passione umana di un uomo nato sotto il sole caldo della Sicilia si coniuga all'umiltà del servitore dello Stato, il quale se da un lato esprime la legittima soddisfazione per il lavoro svolto, dall'altro con estrema franchezza non nasconde l'amarezza per l'ostruzionismo pregiudiziale, le incomprensioni e l'inopportunità di tanti particolarismi che hanno impedito la realizzazione di una organica riforma della giustizia. Un libro, in definitiva, da leggere e rileggere, certamente per il contenuto e per la chiarezza non comune con cui questo viene esposto anche nei suoi aspetti più tecnici e complessi, ma soprattutto perché specchio di un uomo il quale, come scriveva Hanna Arendt, sa «guardare la realtà nella complessità e molteplicità dei suoi fattori», senza fermarsi al particolare...
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