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Numero 464
del 22/02/2012
I criteri Eba, una scure sulle banche italiane PDF Stampa E-mail
! di G.T.
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 30 novembre 2011

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Generalmente siamo portati a pensare che un italiano nelle sedi internazionali opportune possa fare meglio gli interessi del Paese, nella speranza che in modo trasparente e compatibilmente con il suo ruolo sia sensibile alle istanze nazionali. Ma quanto accaduto negli ultimi mesi sconfessa questa idea. Si è perpetrato, infatti, un danno alla nostra economia, di cui si stanno già pagando le conseguenze negative, ma che potrebbero acuirsi nei prossimi mesi.

Parliamo dell'Eba, la «European Banking Association», l'associazione bancaria europea, a cui aderisce anche l'Abi, che agli inizi di febbraio di quest'anno è passata sotto la presidenza di Andrea Enria, uomo dalla carriera brillante in Banca d'Italia prima e Bce, dopo. E' successo che in estate, contemporaneamente all'esplosione della crisi dei mercati dei titoli di stato italiani e spagnoli, l'Eba abbia effettuato i cosiddetti «stress test» su una novantina di istituti di credito europei, riscontrando qualche difficoltà di tipo patrimoniale in pochissimi casi, che non hanno riguardato l'Italia. Ma, con l'intensificarsi della crisi finanziaria, l'Eba ha pensato bene di aumentare i requisiti minimi patrimoniali, imponendo agli inizi di ottobre un Core Tier1 minimo del 9% per tutte le banche. Fin qui, nulla da eccepire, se non nella richiesta di una ricapitalizzazione immediata.

Ma è sui criteri di valutazione degli elementi attivi del patrimonio che si realizza una tragedia per le banche italiane. L'Eba di Enria, infatti, decide che i titoli di Stato debbano essere valutati al prezzo di mercato della seduta del 30 settembre. Pertanto, non più sulla base dell'effettivo valore di rimborso del bond, ma del valore (inferiore) realizzatosi sul mercato secondario. Ora, è di tutta evidenza che i titoli italiani e spagnoli, che dall'estate in poi sono stati oggetto di attacchi speculativi, che li hanno deprezzati, con conseguente impennata dei rendimenti, dovranno così essere svalutati nei bilanci delle banche che li detengono in portafoglio, con contraccolpi negativi sull'entità del loro patrimonio. E le banche italiane, che posseggono alla fine di settembre 160 miliardi di euro in titoli nostrani, sono costrette a effettuare svalutazioni sul proprio capitale, rendendo così necessaria una maggiore ricapitalizzazione, al fine di conseguire l'obiettivo del Core Tier1 minimo del 9%.

Questo è il danno, ma arriva pure la beffa. Sì, perchè i titoli «tossici», ossia quelli legati ai cosiddetti mutui subprime, che nel 2008 scatenarono la crisi finanziaria internazionale, sono stati «graziati» dai criteri Eba, risultando così più solidi, da un punto di vista contabile, dei sicurissimi titoli di stato italiani. La conseguenza disastrosa della decisione dell'associazione presieduta da Andrea Enria è che soltanto alle prime sei banche italiane è stata richiesta una ricapitalizzazione per 14,7 miliardi di euro, pur essendo risultate tra le più solide durante la crisi del 2008 e non avendo necessitato di alcun salvataggio pubblico.

Le banche tedesche, piene zeppe di titoli tossici, così come le colleghe francesi, dovranno, invece, rinfoltire il proprio capitale di soli 5,2 miliardi, non avendo in portafoglio titoli italiani, se non per qualche spicciolo. Un risultato illogico e che sta già avendo conseguenze devastanti sull'economia. Chi si era comportato bene, investendo in titoli sicuri e non nella finanza creativa di Oltreoceano, è stato punito. Al contrario, chi è esposto verso titoli a rischio viene salvato dai criteri di valutazione. Tanto per capire la mostruosità di quello che sta avvenendo in sede europea, basti pensare che oggi è sceso in campo contro l'Eba pure il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha diramato dati, che faranno saltare dalla sedia più di un italiano.

Le banche italiane hanno in portafoglio titoli tossici solo per il 6,8% del loro patrimonio di vigilanza (quello valido ai fini Eba), mentre le banche del resto d'Europa hanno in pancia titoli tossici per la bellezza di una media del 65,3% del loro patrimonio di vigilanza. In altri termini, le banche europee sono esposte mediamente a titoli rischiosi per dieci volte in più di quelle italiane, ma paradossalmente sono solo le nostre banche ad essere travolte dalle vendite, in quanto ritenute sotto-capitalizzate. E l'effetto dirompente di questa scellerata decisione è stata per prima cosa la caduta del governo Berlusconi. Vi chiederete, perchè? Agli inizi di ottobre, seppure la tensione sui bond era ancora alta, tuttavia, la situazione andava lentamente migliorando, quando all'improvviso si è scatenata un'ondata di vendite di BTp, che ha portato il differenziale di rendimento tra i nostri decennali e i Bund tedeschi fino a 576 punti base. Si addossò la colpa di tale spread impazzito a una presunta crisi di credibilità dell'allora premier Berlusconi, che fu costretto alle dimissioni. Ma arrivò Monti e lo spread è rimasto mediamente al di sopra dei 500 punti base, segno che il problema non era nella figura del premier. Infatti la nuova ondata di vendite di BTp è dettata ancora oggi dal fatto che le banche europee trovano penalizzante acquistarli, in quanto dovrebbero poi svalutarli da un punto di vista contabile, per adempiere ai criteri di valutazione dell'Eba, e la svalutazione di un titolo comporta la sotto-stima del loro patrimonio, ergo la necessità di aumentare il fabbisogno di ricapitalizzazione, che è un processo costoso.

Pertanto, non è la crisi di fiducia degli investitori che continua a travolgere i nostri bond, se non in piccola parte, bensì una decisione tanto scellerata, quanto illogica, almeno che non la si guardi con gli occhi maliziosi di chi vede dietro tali criteri una volontà di salvare le economie del direttorio franco-tedesco. Perchè mai un titolo di Stato italiano dovrebbe essere valutato a bilancio al prezzo di mercato e non a quello di rimborso? Ci sono per caso dubbi sulla solvibilità del debito italiano? Certo che no, ma proprio l'Eba, così facendo, induce gli investitori a ritenere che i nostri BTp possano subire un taglio del loro valore di rimborso, così come accaduto in Grecia.

Nel frattempo, le banche italiane vedono impennare i rendimenti dei prestiti che chiedono sul mercato, attraverso l'emissione di obbligazioni, che sono ormai arrivati all'8%. Questo è dovuto sia al fatto che i mercati ingiustamente e sulla base dei requisiti Eba le considerano sotto-capitalizzate e più rischiose, sia anche per effetto della maggiore domanda di bond, conseguente alla necessità di finanziare la ricapitalizzazione.

Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha palesato il rischio di un «credit crunch», ossia di un tonfo dell'offerta di credito, dato che le banche sono occupate a investire ogni euro a loro disposizione per aumentare il loro capitale, quando in realtà esso sarebbe già sufficiente. Si pensi solo che Unicredit alla fine di giugno risultava per la stessa Eba possedere un Core Tier1 dell'8,89%, ma un mese fa le è stato chiesto di ricapitalizzarsi per 7,39 miliardi di euro. E così, le banche italiane non effettuano più prestiti a famiglie e imprese e l'economia nazionale si sta avvitando su se stessa, per via di una mancanza spaventosa di liquidità. Non è un caso che l'Ocse preveda uno scenario pessimo per tutta l'Eurozona nel 2012, ma l'Italia sarebbe già in recessione, con un Pil previsto in calo dello 0,5% l'anno prossimo. Se non si fermerà lo scempio di quanto è stato deciso a tavolino dall'Eba, il rischio è di piombare in una recessione non dissimile da quella del 2008-2009, dalla quale non ci siamo nemmeno ripresi. E' quanto chiede Vegas, che invita tutta l'Italia a chiedere modifiche ai criteri di valutazione, in particolare alla Banca d'Italia. Senza una loro revisione, c'è la sensazione che saremmo destinati a fare una manovra correttiva al mese e quando la mucca sarà del tutto spremuta, ci accorgeremmo di essere rimasti senza latte.




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