Le elezioni che si terranno questa domenica in Russia stanno già da mesi attirando l’attenzione dei tanti osservatori europei e occidentali, interessati a questa tornata elettorale che sarà soprattutto da interpretare coma una prova generale delle ben più importanti elezioni presidenziali del marzo 2012, l’appuntamento elettorale che con tutta probabilità sancirà il ritorno, per il terzo mandato e dopo quattro anni di premierato, di Vladimir Putin alla carica di Presidente della Federazione Russa.
I nostri giornali e mass-media stanno già da tempo mettendo in risalto i sondaggi che indicano un calo di popolarità di Vladimir Putin e, soprattutto, del partito «presidenziale» Russia Unita e anche alcuni episodi di contestazioni pubbliche al premier russo. I motivi di tale calo di popolarità, in realtà relativo visto che Putin sarebbe comunque al di sopra del 50% delle preferenze, sono in gran parte riconducibili alla naturale flessione di popolarità di una figura politica oramai in campo da più di un decennio e al generico effetto negativo della crisi economica sul livello di consenso interno delle classi dirigenti mondiali.
La grande dose di stupore degli osservatori occidentali nei confronti di queste manifestazioni di disaffezione è spiegabile in parte anche dalla superficiale e purtroppo spesso inconsapevole identificazione fra la Russia di Putin e l’Unione Sovietica, un equivoco questo che scambia la linea di Putin, assimilabile al gaullismo francese per avere un paragone occidentale, e certe riabilitazioni in chiave nazional-patriottica (non ideologica o economica!) del passato sovietico con una restaurazione sic et simpliciter dell’Urss. In merito agli esiti del voto c’è già chi parla, ovviamente, di possibili brogli elettorali tesi a correggere eventuali performances troppo negative per il partito al potere, ma anche si verificassero simili brogli (frequenti soprattutto nelle zone periferiche, soprattutto nel Caucaso dove sono radicate strutture sociali «clanico-mafiose») non verrebbe cambiato di molto l’orientamento generale dell’elettorato russo, propenso in ogni caso a votare formazioni esprimenti una certa gradazione di nazionalismo (sia esso «democratico», «radicale» o «neo-comunista»).
I sondaggi infatti se da un lato sembrano indicare un calo del partito Russia Unita dall’altro vedono premiate formazioni, come il Partito Comunista o il Partito Liberal-Democratico (ultranazionalista), di gran lunga più radicali (almeno a parole) del campo governativo in fatto di nazionalismo russo e di «nostalgismo imperiale». Per questa ragione in questi mesi la dirigenza politica russa sta accentuando toni da «guerra fredda», come i missili in risposta allo scudo missilistico riproposto da Obama, o sta riproponendo progetti di ricomposizione dello spazio post-sovietico, come l’Unione Eurasiatica con Bielorussia e Kazakhstan. (Sarebbe da approfondire in altra sede il fatto che molta della stampa, «Repubblica» in primis, che già si accinge ad aprire il fuoco di controbatteria sulle elezioni russe sia la stessa che ha accolto di buon grado il commissariamento dall’alto, in spregio ad ogni decisione genuinamente democratica, della Grecia e dell’Italia.)
Quale che sia il risultato delle consultazioni dei prossimi mesi, e quali che siano le evoluzioni della società russa, è altamente improbabile che ritornino in auge le forze liberal-democratiche «occidentaliste», associate da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica ai disastrosi e caotici anni ’90, quando l’impoverimento di massa, aggravato dall’improvviso collasso del sistema sanitario e previdenziale pubblico e l’arricchimento sfrenato di una minoranza di cosiddetti «oligarchi» fecero rapidamente scemare l’entusiasmo per la fine del regime comunista. Per una maggiore comprensione delle dinamiche legate alle prossime elezioni russe è opportuno fare un sintetico riepilogo delle forze ammesse alla competizione elettorale, tenendo conto il fatto che esistono in Russia una miriade di formazioni politiche (molte di esse di dimensioni trascurabili) non ufficialmente registrate e che solo le formazioni che supereranno la soglia di sbarramento del 7% entreranno nella Duma, il parlamento unicamerale russo. Sebbene il quadro partitico sia ancora fortemente segnato dalla centralizzazione e dalla burocratizzazione, che rende difficile a forze minori la partecipazione alle elezioni, riteniamo comunque utile accennare alle specificità e al profilo ideologico dei partiti che si presenteranno alle votazioni.
I partiti, elencati secondo ordine di importanza e peso elettorale, sono i seguenti: «Russia Unita» (acronimo russo Er): il partito «di governo» voluto e, dalle passate elezioni politiche del 2007, guidato dallo stesso Vladimir Putin, di orientamento conservatore di «centrodestra». Si presenta come garante della continuità del «putinismo» e del corso moderatamente nazionalista e restauratore della «grandeur» russa inaugurato più di un decennio fa da Putin. L’opposizione contesta a Er (più che a Putin stesso) un eccessivo radicamento al potere che avrebbe aumentato il tasso di corruzione del paese. «Partito Liberal-Democratico della Russia» (Ldpr): il partito dell’istrionico leader ultra nazionalista Vladimir Zhirinovskij, un veterano della politica russa sin dal crollo dell’Urss. Questa formazione pur chiassosamente nazionalista, sono famose le boutades scioviniste del suo leader, ha sempre sostanzialmente appoggiato la linea governativa, fin dagli anni di Eltsin, giocando in realtà un ruolo moderatore e istituzionalizzante di spinte altrimenti radicali, giocando un ruolo per certi versi simile alla Lega Nord in Italia. «Partito Comunista della Federazione Russa» (Kprf): il vero partito di opposizione della Russia, guidato dall’inossidabile Gennadij Zjuganov e dato ora in forte risalita (20%) dopo il declino dello scorso decennio.
Il Kprf è una forza, che a dispetto del nome, porta avanti anche istanze schiettamente nazional-patriottiche che in Europa potrebbero sembrare care ad una destra d’altri tempi ma che in un contesto come quello russo, nel quale comunismo ha fatto spesso rima con grandezza nazionale, non deve stupire che vengano portate avanti da una formazione comunista. Il KPRF ha come modello di sviluppo la Cina, dove convivono capitalismo e ferreo dominio del Partito Comunista. «Russia Giusta» (Er): un partito di orientamento social-democratico, guidato dal pietroburghese Sergej Mironov, è da molti considerato null’altro che una creatura di Putin per erodere consensi a sinistra ai comunisti. Nonostante l’indubbio appoggio governativo in chiave anticomunista questa formazione ha oramai un profilo politico autonomo, tanto da aver ottenuto lo status di osservatore nell’Internazionale Socialista. Non mancano all’interno di Er addirittura posizioni favorevoli a sganciare il partito dall’area governativa per formare con i Comunisti un’alleanza di «alternativa di sinistra»: come i Comunisti in ogni caso sostengono posizioni nazional-patriottiche. «Causa di Destra» (o «Giusta Causa» a seconda della traduzione del nome russo «Pravoe Delo”): una formazione che raccoglie i resti dei partiti della destra liberale «occidentalista» degli anni ’90 («Unione delle Forze di Destra», «Partito Democratico di Russia» e formazioni minori) e, per i motivi spiegati in articolo, assai poco popolare al di fuori di una ristretta cerchia di economisti e intellettuali urbani. «Yabloko» («Blocco di Yavlinskij») : movimento guidato da un altro veterano della politica russa, il liberale «di sinistra» Grigorij Yavlinskij. Anche questa formazione sconta l’impopolarità del liberalismo occidentale in Russia, anche se declinato in senso progressista. «Patrioti di Russia» (PR): un partitino dal trascurabile peso elettorale (mai superato l’1% nazionale) sorto da una scissione del Partito Comunista, del quale ne condivide ancora le posizioni nazional-patriottiche e statalista.
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