Che la Germania sia in sofferenza non è un mistero: i primi ad essere scontenti della «politica Merkel» sono proprio i tedeschi, i quali hanno sfiduciato il partito del cancelliere in carica in ogni contesa elettorale amministrativa da due anni a questa parte. Le scelte esageratamente prudenziali in materia economica, per quanto storicamente giustificabili e in qualche misura congenite alla Germania del dopoguerra, volte all'unico obiettivo di contenere ad ogni costo l'inflazione, non sono riuscite ad arginare la crisi in maniera efficace, e le centinaia di migliaia di lavoratori licenziati in massa negli ultimi tre anni e solo in parte ricollocati lo stanno a dimostrare e, al contempo, hanno reso assolutamente non appetibili i «famosi» bund tedeschi, i quali, garantendo una redditività dell'ordine dello 0,37%, sono stati completamente ignorati dal mercato. A questo si assommano fattori di carattere squisitamente politico, quali il diktat ambientalista che fin dalla nascita ha zavorrato la grosse koalition al punto tale da costringere l'esecutivo a rinunciare al nucleare, e la resistenza granitica e pedissequa di fronte all'ipotesi che la Bce divenga prestatore di ultima istanza, ovvero che, come fece Bernanke con la Federal Reserve (il quale insufflò liquidità nelle disastrate banche statunitensi pari a quattro volte il nostro Pil nel solo 2008), essa garantisca i debiti sovrani degli stati membri come richiede non solo l'Italia per il tramite delle sue menti più lungimiranti (Giuliano Ferrara su tutti), ma anche Barak Obama e il non più ridanciano Sarkozy.
Ma attenzione! Come ha sottolineato l'onorevole Renato Brunetta la Germania sta speculando sulla crisi internazionale, proprio per mantenere lo status quo. Uno status quo non volto alla crescita integrata dell'eurozona, bensì al mantenimento della propria preminenza economico/finanziaria la quale, peraltro, non si traduce in un miglioramento del tenore di vita medio del cittadino tedesco. Ecco come si spiega, ad esempio, il perché il prezzo dei nostri titoli di Stato sia stato fissato, per l'acquisto da parte delle banche tedesche, al 30 di settembre 2011, ovvero decisamente inferiore rispetto all'attuale quotazione di mercato. Un ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno, che Angela Merkel (e non la Germania intesa come unità di popolo e nazione) è la prima a volere un euro debole, essendo il primo paese esportatore d'Europa (il secondo è, guarda caso, l'Italia: un pericoloso concorrente...): una politica economica miope che prescinde dal dato oggettivo che la moneta unica impone di considerare l'insieme degli stati facenti parte dell'eurozona come realtà sinergica, ovvero come contesto in cui ciò che accade ad uno specifico Stato influisce su tutti gli altri, vedi i casi di Grecia e Portogallo.
E' pertanto indispensabile che la Germania superi la propria pregiudiziale severità calvinista in base alla quale le economie statali non virtuose debbano sempre e comunque essere punite e quelle virtuose in ogni caso preservate: o si comincia a ragionare, per quanto possibile, in termini di sistema integrato o il banco salta per tutti. Germania in primis, la quale per le ragioni fin qui enunciate, presenta un assetto economico che, più che «stabile», sarebbe corretto definire ingessato e rigido e, in quanto tale, assolutamente inadeguato a far fronte tempestivamente a bruschi rivolgimenti senza spaccare la residuale pace sociale: i mercati si muovono, sempre e comunque, molto più velocemente della politica, soprattutto se questa pecca di eccessiva titubanza e resta impastoiata da pregiudiziali irrisolte di matrice «uberallesista».
Resta da capire, e francamente è difficile, come nel nostro paese parte significativa della ex opposizione continui a propalare la bontà del sistema tedesco, la virtuosità dell'amministrazione berlinese, l'eccellenza del welfare teutonico, snocciolando dati che non stanno né in cielo né in terra. In particolare per quanto riguarda le condizioni socioeconomiche del lavoratore tedesco, spacciato per il più fortunato e ricco d'Europa. Nulla di più falso.
In primo luogo in Germania esistono ancora le gabbie salariali: la differenza di retribuzione tra un abitante dell'Est e dell'Ovest, a parità di prestazione, può arrivare al 40%. Non solo: cosa inaudita per il paese che ha dato i natali alla Legge Giugni (lo Statuto dei lavoratori, per capirci) esistono in Germania differenze percepibili che toccano il 30% tra la retribuzione del lavoratore maschio e la lavoratrice femmina. Inoltre, se escludiamo i lavori altamente qualificati di carattere manageriale, la «tredicesima» è per la stragrande maggioranza della forza lavoro tedesca una gratifica opzionale (quindi non dovuta e non automatica) che arriva a malapena al 40% di una mensilità. Eccovi qualche esempio tratto da Bild Zeitung: un panettiere dell'Ovest arriva a percepire 1827 euro lordi al mese, mentre la sua controparte femminile arriva al massimo a 1342 euro lordi. Se detto panettiere lavora all'Est il suo stipendio massimo si riduce a 1459 euro lordi. Un cuoco dell'Ovest arriva a 1851 euro lordi mensili, mentre la sua controparte femminile dell'Est si attesta a 1309 euro lordi. Uno stampatore/tipografo occidentale può arrivare a ben 2782 euro lordi...a meno che non sia donna, allora il tetto massimo sfiora i 2000 euro lordi.
In tutta onestà non si comprende come potrebbe essere migliorativo adeguare i nostri standard, retributivi e non solo, ovvero modificare radicalmente il nostro tenore di vita sulla base del modello tedesco. Eppure tale «esterofilia» unidirezionale e antinazionale di cui tanti «addetti ai lavori» fanno professione non accenna a stemperarsi, neppure di fronte agli oggettivi riscontri che indicano chiaramente come il tenore di vita medio dei cittadini tedeschi sia decisamente inferiore a quello dei cittadini italiani (a parità di collocazione professionale, si intende). Il fatto incontrovertibile è che la «locomotiva d'Europa» sta segnando il passo, nel contesto di una realtà economica complessa e pericolosamente fluttuante alla quale la pura e semplice «severità luterana» non scuce un baffo...e i germanofili dell'ultima ora stiano in guardia, poiché tanti «sogni tedeschi» rischiano davvero di trasformarsi in «incubi teutonici»...
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