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Numero 476
del 22/05/2012
I mal di pancia del Pd sulla manovra di Monti PDF Stampa E-mail
! di Francesco Curridori
curridori@ragionpolitica.it
  
martedì 06 dicembre 2011

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La manovra è stata presentata e ora i nodi assai aggrovigliati delle varie anime del centrosinistra vengono al pettine. Il Partito democratico, sponsor del governo del professor Monti, ora si trova in grave difficoltà nonostante continui a professare un appoggio quasi incondizionato al nuovo esecutivo. A scontrarsi ideologicamente sono sempre l’anima socialdemocratica e quella liberal. La prima è rappresentata dal segretario Pier Luigi Bersani e da Stefano Fassina, responsabile economico del partito, che fanno fatica a nascondere il proprio imbarazzo verso il pacchetto di misure economiche varate ieri dal Consiglio dei ministri, mentre la minoranza «liberal» si riconosce nelle teorie economiche del giuslavorista Pietro Ichino che dalle pagine del suo blog attribuisce un voto molto elevato (8,5) alla riforma delle pensioni.

Riforma contro cui tutti i sindacati hanno già promesso battaglia di fronte al diniego del ministro del Welfare Elsa Fornero di aprire una trattativa in merito. Ma a dividersi non sono soltanto i democrat o gli alleati ma anche i sindacati che scenderanno in piazza in tempi e modalità differenti con la Cgil che ancora una volta va per conto suo. Ora tutti i maggiori esponenti del Partito democratico, da Walter Veltroni allo stesso Bersani, per evitare di aumentare le frizioni con una parte consistente della proprio base elettorale di riferimento (pensionati e sindacalisti) si stanno affrettando a chiedere di poter modificare il testo che il presidente Giorgio Napolitano firmerà domani.

C'è da sottolineare, inoltre, che se tale manovra fosse stata presentata da un governo di centrodestra i sindacati ma anche l’opposizione di centrosinistra l'avrebbero bollata come ingiusta. In realtà Nichi Vendola e Antonio Di Pietro hanno già bocciato la manovra e questo rappresenta un serio problema per la «triplice alleanza» nata a Vasto, dato soprattutto che il Pd in Parlamento è costretto ad allinearsi alle posizioni dell’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini e del terzo polo.

L'unico partito che può legittimamente rivendicare di aver segnato un gol è il Popolo della Libertà che ha imposto al governo Monti di rinunciare all'innalzamento delle aliquote irpef al 43% per chi guadagna tra i 55 e i 75mila euro e al 45% per i redditi superiori ai 75mila euro. Una misura simile, nel primo caso, avrebbe colpito chi mediamente guadagna tra i 4500 e i 6200 di euro al mese. Cifre che apparentemente sembrano rappresentare la classe medio-alta, ma in realtà un padre di famiglia con tre figli a carico può definirsi ricco, anche se guadagna cifre tali?

La domanda nasce spontanea ossia quando la sinistra e i cattolici prodiani si batteranno per l'introduzione del quoziente familiare nel sistema fiscale italiano come elemento fondamentale di giustizia sociale? Questa è una domanda che dovrebbero porsi molti elettori di sinistra e di centrosinistra che forse non si rendono conto che il governo di Silvio Berlusconi è stato sostituito da un governo tecnico che ha come principale punto del suo programma l'attuazione delle riforme annunciate nella lettera d'intenti che meno di un mese fa l'ex premier ha inviato agli organismi europei.




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Commenti (2)
1. 16-12-2011 23:50
troppi saranno i mal di pancia
ormai, volenti o no le chiavi sono nelle mani dell'IDV,a Bersni sarà inevitabilmente destinato da essere un Petain italiano
Scritto da stauffemberg
2. 16-12-2011 23:50
monti
Egr. dott. BERSANI, MAI COME IN QUESTO MOMENTO LEI HA DIMOSTRATO DI NON DIFENDERE NESSUNO, NON SONO COMUNISTA, MA UN PENSIONATO MONOREDDITO, CI RIVEDREMO ALLE ELEZIONI, UN CONSIGLIO: "DIA LE DIMISSIONI" E CAMBI MESTIERE.
Scritto da vittorio

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