Le elezioni politiche appena tenutesi in Russia si sono rivelate, come previsto dai sondaggi, uno schiaffo per Vladimir Putin e per tutto il suo entourage, la cui espressione politica, il partito Russia Unita (ER), non ha nemmeno superato la soglia del 50% dei voti, fermandosi ad un 49,5% che se da una parte, grazie al premio di maggioranza, dà al partito la maggioranza assoluta nella Duma (il parlamento unicamerale russo), dall'altra non gli consente di ottenere gli agognati due terzi dei seggi necessari per poter cambiare la costituzione.
Rispetto alle passate consultazioni del dicembre 2007 il calo di consensi per il «partito del potere» (così chiamano Russia Unita in Russia, anche senza implicazioni negative) è netto e incontestabile, dal 64,3% al 49,5%. In un paese occidentale un risultato simile sarebbe da considerare comunque un trionfo storico (come lo è stato il 44% dei Popolari spagnoli alle ultime elezioni), ma in una Russia, dove il consenso verso il leader era di natura quasi «cesaristica» e dove Putin e Russia Unita di regola incassavano più del 60% dei consensi, un simile responso delle urne brucia come una sconfitta.
Oltre al dato più macroscopico della sconfitta di Putin e di Russia Unita altri dati consentono di parlare di queste elezioni come di una svolta. Non parliamo tanto della tutto sommato prevedibile crescita di consensi dell’ultranazionalista demagogo Zhirinovskij, il cui Partito Liberal-Democratico (LDPR) passa dall’8,14% all’11,66%, ma del notevole exploit delle sinistre, tanto dei vetero-comunisti del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) che dei «socialdemocratici» di Russia Giusta (SR).
Il crollo di consensi per il partito di governo infatti è stato accompagnato da una sorprendente rimonta dei comunisti dell’inossidabile Gennadij Zjuganov, che passano dall’11,57% del 2007 all’attuale 19,17%, quasi un raddoppio. Il Partito Comunista russo è, ed è importante ricordarlo, un partito nazionalista di sinistra, che si propone all’elettorato come il vero depositario della grandezza della nazione russa, seconda potenza mondiale ai tempi dell’Urss e ora umiliata e offesa grazie anche alle riforme dei «traditori» liberali Gorbachev ed Eltsin, continuate secondo i comunisti anche da Putin, che si è limitato a ricoprirle di una vernice «nazional-patriottica» e «sovietizzante». Proprio la rivalutazione putiniana del passato sovietico (ma anche zarista) e la riaffermazione di una certa «grandeur» russa aveva drenato parecchi voti comunisti verso Russia Unita, segnando il declino di un partito che pareva destinato a diventare un’organizzazione di vecchi nostalgici, tutto sommato marginale e quasi folkloristica (le manifestazioni del KPRF sembrano un salto indietro nel tempo, con i bambini in divisa da pioniere e fazzoletto rosso e gli slogan presi dal frasario staliniano).
L’impressionante rimonta comunista, già evidente in realtà alle scorse regionali, dimostra non solo il radicamento e il dinamismo di questo partito, ma anche e soprattutto il fatto che il comunismo, piaccia o meno, è oramai parte integrante dell’identità russa, non tanto come precisa scelta ideologica o intellettuale ma proprio come componente quasi «carnale» della storia della nazione. Accanto all’affermazione comunista è degno di nota anche il successo, più inaspettato, del partito «socialdemocratico» Russia Giusta guidato da Sergej Mironov, che passa dal 7,74% del 207 all’attuale 13,22% e che potrebbe rivelarsi la vera novità della scena politica russa. Russia Giusta, che si definisce «socialista», anche se similmente a Russia Unita e ai comunisti ha un profilo marcatamente nazional-patriottico, è stata fondata nel 2007 con l’aiuto del Cremlino proprio in funzione anti-comunista (lo stesso acronimo russo del partito «SR» rimanda alla memoria dei «Socialisti Rivoluzionari», gli storici avversari a sinistra dei bolscevichi prima e durante la rivoluzione del ‘17), e questa vicinanza e funzionalità alle politiche del governo avevano fatto sì che questa forza venisse scarsamente considerata dall’elettorato, poco attratto da una forza considerata una creatura del governo. Nonostante l’iniziale vicinanza al potere, con il tempo questa formazione di sinistra, che intanto è entrata come osservatore nell’Internazionale Socialista, ha acquisito un profilo sempre più autonomo, ponendosi come alternativa non solo ai vetero-comunisti, ma anche a Russia Unita, giudicata troppo corrotta e poco attenta al sociale. L’autonomizzazione di Russia Giusta dal blocco di potere sembra confermata da voci, anche interne al partito, che chiedono un’alleanza di «alternativa a sinistra» con i comunisti e dalla ventilata possibilità che il suo leader Sergej Mironov si candidi alle presidenziali, non appoggiando come nel 2008 il candidato «del potere» (allora Medvedev).
Quale sia il futuro di questo partito è comunque la prima volta nella Russia post-sovietica che emerge come forza politica significativa un movimento di sinistra «social-democratica» non comunista. Le elezioni appena svolte confermano in ogni caso l’insuccesso delle forze liberal-democratiche «occidentaliste», come Yabloko (3,35%, in leggera risalita) o Causa Giusta, che con il suo 0.59% ottiene ancora meno voti dei Patrioti di Russia (0,97%), un partitino nazional-comunista frutto di una scissione del Partito Comunista. Queste forze «occidentaliste» sono assai popolari presso i media occidentali, specialmente anglo-sassoni, ma in Russia vengono associate sopratutto alle catastrofiche riforme dei primi anni ’90, e con tutta probabilità rimarranno marginalizzate anche in futuro. Il dato principale, come notato precedentemente, rimane lo smacco subito da Putin, che se da un lato paga la naturale «usura» delle classi dirigenti, accentuata dalla crisi mondiale e da una corruzione che ancora rappresenta una piaga dannosa per lo stesso sviluppo nazionale, dall’altro sconta il cambiamento di immagine dovuto al confuso alternarsi al potere con l’attuale presidente Dmitrij Medvedev.
Se fino al 2007/2008 Putin poteva presentarsi come figura sovra partitica a partire dalle elezioni del 2007, quando si presentò alla guida di Russia Unita, e soprattutto dall’avvicendamento con Medvedev alla presidenza (una mossa combinata per poter ripresentarsi alle presidenziali del 2013) la sua figura si è ridotta di fronte all’elettorato al livello di «politicante qualsiasi» , incrinando quell’immagine di «Padre della Patria» che pareva calzargli alla perfezione. Se la parabola del «putinismo» volge al termine o non è forse ancora presto per dirlo, ma di sicuro a Vladimir Putin va riconosciuto il merito di aver stabilizzato un paese che negli anni ’90 sembrava sprofondare nella guerra civile (non dimentichiamo i carri armati di Eltsin contro il parlamento nel ’93!); grazie alla stabilità raggiunta negli anni del «putinismo» si è potuta affermare quella classe media che ora, se non ha proprio voltato le spalle al (ex?) uomo forte di San Pietroburgo, pare non essere più disposta a incoronarlo come nuovo Zar di tutte le Russie.
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