Il 2011 oramai nella vulgata dei media globali sembra essere stato l’anno dell’ «indignazione globale» anzi l’anno della diffusione anche nelle «arretrate» terre islamiche delle rivoluzioni democratiche, quasi si trattasse di una riedizione del ’48 europeo del XIX secolo o dell’89 del secolo scorso; il settimanale americano Time ha scelto, forse un po’demagogicamente, la sua copertina di fine anno, tradizionalmente dedicata al «personaggio dell’anno», al generico manifestante, accomunando gli indignados di New York, figli della borghesia progressista urbana occidentale, ai salafiti egiziani che sognano uno stato «talebano» sulle rive del Nilo.
Questo 2011 si è aperto con la «primavera araba», che ha spodestato «rais» apparentemente inamovibili come Mubarak, Ben Ali o Gheddafi e che ora sta facendo vacillare il regime siriano, e sembrerebbe chiudersi con un evento fino ad ora impensabile, una «rivoluzione» nel cuore del paese che nell’ultimo decennio era diventato presso le élites «liberal» dell’Occidente quasi il simbolo della stabilità politica e del neo-autoritarismo, la Russia di Vladimir Putin.
Le manifestazioni seguite alle elezioni politiche russe del 4 dicembre, indette dalla variegata opposizione nazionalista, comunista e liberale che denunciava brogli a favore del partito al potere, hanno effettivamente portato in piazza decine di migliaia di persone, un evento scontato in Occidente ma assai raro in Russia. Le manifestazioni proprio per il loro carattere di massa, quando precedentemente l’opposizione riusciva a mobilitare a stento mille persone, non possono essere liquidate come semplice frutto di manipolazioni straniere, come ha inizialmente fatto il governo russo, anche se sono indubbi finanziamenti di ong russe da parte di agenzie occidentali, soprattutto statunitensi.
Evidentemente in Russia esiste, e si è manifestato, un malcontento nei confronti di un sistema di potere che, se da un lato vede riconosciuto il proprio merito di «stabilizzatore» della Russia dopo il caos degli anni ’90, dall’altro non si è rivelato in grado di combattere la corruzione, di riformare un’economia ancora dipendente dagli idrocarburi e dall’industria militare e di appianare le diseguaglianze sociali acuite dal (troppo) rapido smantellamento dell’assistenzialismo statale sovietico.
Di fronte alle manifestazioni russe una buona parte della stampa occidentale (e italiana), specialmente di orientamento liberal-progressista, si è lasciata andare ad un entusiasmo eccessivo e superficiale, lo stesso fervore «rivoluzionario» che ha impedito a questi stessi osservatori di notare come la «primavera araba» portasse come effetto collaterale l’avanzata dei movimenti islamici e una generale destabilizzazione della regione nordafricana-mediorientale. E così dalle colonne della «Repubblica» leggiamo da giorni interviste a intellettuali o scrittori russi «radical» (oltre agli immancabili «blogger»), più apprezzati all’estero che in patria, mentre si minimizza il fatto che a riempire le piazze siano state le bandiere rosse dei comunisti di Zjuganov, un granitico nazionalista neo-stalinista, o i tricolori Bianco-Nero-Oro (la vecchia bandiera zarista) degli ultranazonalisti di estrema destra.
Per ironia della sorte gli stessi giornali che in Italia hanno criticato qualsiasi accenno di chiusura «nazionalistica» in patria, fossero anche semplici leggi sul controllo dell’immigrazione illegale, si fanno ora entusiasti e involontari sostenitori di chi in Russia si oppone a Putin perché vuole una «Russia per i Russi» (Rossija dlja Russkih) etnicamente pura e libera da oligarchi «venduti allo straniero» e immigrati, accusati questi ultimi di essere stati pagati per votare il partito di Putin e per sfilare nei cortei pro-presidenziali. In ogni caso, come ha fatto notare un esperto di cose russe non certamente filo-putiniano come Vittorio Strada, se non si possono sottovalutare le manifestazioni di piazza è altrettanto vero che le possibilità di una «primavera araba» o di una «rivoluzione colorata» in Russia sono assai poche, trattandosi di un paese con una forte identità nazionale e un altrettanto solido apparato statale, entrambi aspetti carenti in paesi come l’Ucraina o molti paesi arabi. In ogni caso la stessa reazione del potere alla grande manifestazione, che non è stata repressa come forse qualcuno si aspettava e che anzi ha spinto lo stesso presidente e premier a voler ascoltare le ragioni degli scontenti, testimonia del fatto che la Russia di Putin non è un regime «neo-stalinista» come molti vorrebbero far credere e anzi sono gli stessi risultati elettorali, che hanno premiato le opposizioni e punito severamente il partito «putiniano», sono un’ulteriore prova che la Russia con Putin sta ritrovando, pur faticosamente e con molte contraddizioni, una propria strada verso la modernizzazione.
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