freccia_long
Numero 476
del 22/05/2012
Quanto ci costa il protocollo di Kyoto? PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 17 dicembre 2011

cambiamenti_climatici_vertice_durban.jpg
Assorti dalla preoccupazione per gli effetti della manovra che dovrebbe salvare il paese dalla bancarotta, pochi italiani si sono interessati all’esito della XVII Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima svoltasi la scorsa settimana a Durban, in Sudafrica: un evento a cui in altri tempi i mass media avrebbero dedicato la massima attenzione. Il summit, al quale hanno partecipato tutti i 194 stati membri delle Nazioni Unite, doveva decidere un nuovo protocollo in sostituzione di quello di Kyoto prossimo alla scadenza. Si è concluso con un impegno raggiunto a fatica ad avviare i lavori per elaborare un nuovo piano di contenimento delle emissioni di inquinanti ritenute responsabili di un dannoso surriscaldamento del pianeta, da adottare entro il 2015 e rendere operativo entro il 2020. Ha quindi stupito l’entusiasmo con cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha accolto il risultato del tutto modesto raggiunto definendolo «un importante passo avanti nel nostro lavoro sul cambiamento climatico». Ancor più perplessi ha lasciato il commento del Ministro sudafricano degli Esteri, Maite Nkoana-Mashabane, che presiedeva l’assemblea: «Abbiamo fatto la storia!». Ma quel che più ha sconcertato è il fatto che i lavori della Conferenza Onu continuino da anni senza tener minimamente conto dei molti dubbi avanzati nel frattempo da autorevoli personalità scientifiche sul fenomeno del riscaldamento globale e sulla sua origine antropica, delle tante notizie allarmanti poi smentite sugli effetti già percepibili dell’aumento delle temperature, della provata alterazione di molti dati che avrebbero contraddetto le teorie sul global warming.
 
Il risultato è che, nel mezzo di una crisi economica planetaria che dovrebbe suggerire prudenza nello spendere, poiché si da per assolutamente certo l’aumento delle temperature, già si finanziano costosi progetti come quello avviato nel 2010 in America Latina per dipingere di bianco le Ande con una vernice fatta di calce, acqua e bianco d’uovo, spalmandola a mano, senza macchinari «per proteggere gli animali e mostrare rispetto verso Apu, lo spirito tutelare che abita nelle viscere di ogni montagna». Per colorare le pareti oltre i 4.700 metri di altezza del Monte Chalon Hat, nella regione andina di Ayacucho, la Banca Mondiale ha stanziato 200.000 dollari in favore dell’organizzazione non governativa Glaciares, vincitrice del concorso bandito nel 2009 dall’agenzia ONU «100 idee per salvare il pianeta».
 
Nella convinzione che il global warming abbia effetti soltanto negativi e che tali effetti peseranno in modo particolare sulle economie dei paesi meno sviluppati, il summit ha deciso di creare un Fondo Verde di 100 miliardi di dollari, gestito dall’Onu, che servirà a dotare quei paesi di tecnologie atte a prevenire il riscaldamento globale e di risorse finanziarie per compensare i danni causati dai fenomeni climatici avversi derivanti dall’aumento delle temperature: e siccome si accetta come provata e indiscutibile l’origine antropica del global warming, l’onere di creare il Fondo Verde spetta in gran parte ai paesi di più antica industrializzazione – Europa e America del Nord – mentre i principali destinatari degli aiuti dovranno essere i paesi africani, sia perché sono quelli che producono meno CO2 sia perché saranno i più danneggiati dal fenomeno.
 
Per i paesi più industrializzati il finanziamento del Fondo si aggiunge alle spese astronomiche che già devono sostenere per ridurre le emissioni inquinanti nei termini concordati con il rischio inoltre, e anzi la certezza, di gravi effetti recessivi e di sanzioni altrettanto astronomiche in caso di inadempienza. Questo spiega come mai, subito dopo la conclusione della Conferenza di Durban, il Canada abbia deciso di abbandonare il protocollo di Kyoto in considerazione dei costi insostenibili che comporta. Il governo di Ottawa ritiene necessario che i futuri accordi affrontino i problemi ambientali creando però occupazione e crescita economica. Data la situazione in cui versano, forse sarebbe auspicabile che anche l’Italia e l’Unione Europea prendessero in considerazione la mossa del Canada in attesa di capire che tempo farà l’anno prossimo e quelli a venire, posto che sia davvero possibile prevederlo.  



Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento č necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata