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Numero 476
del 22/05/2012
Celac, la formula latinoamericana per combattere la crisi PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
martedė 20 dicembre 2011

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La formula latinoamericana per combattere la crisi? «L’unione fa la forza». E sulla scia di questo motto ecco che si è aperta la prima conferenza di una nuova (ennesima) organizzazione regionale di integrazione: la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac).

Nata il 23 febbraio 2010, la Celac si pone come suo primo obiettivo l’unità del continente latinoamericano nella comunanza del nazionalismo latinoamericano basico, che, secondo le stesse parole del presidente venezuelano Hugo Chavez, «trascende ogni divisione in fazioni». Il dualismo conflittuale, secondo il caudillo venezuelano, dunque, dovrebbe spostarsi dalla contrapposizione interna al continente – fatta spesso di antichi dissapori vecchi più di mezzo secolo – a quella interregionale: con o contro Washington. Una vicinanza importante, a volte considerata ingombrante, tanto da farla definire come una «tutela straniera» da cui liberarsi.

La prima riunione della Celac si è tenuta nella capitale venezuelana, Caracas, sotto la presidenza di Hugo Chavez, visivamente provato dalla malattia. La sede del congresso è certamente evocativa: un’incoronazione morale della rilevanza del socialismo del XXI secolo, il neobolivarismo. Un evento importante, nondimeno politicamente spinoso: Madrid allunga la sua lunga mano nel tentativo di non perdere la propria posizione nel continente latinoamericano, mentre Brasilia lamenta lo scarso interesse di Buenos Aires e Città del Messico. Alcuni temono che il moltiplicarsi delle «sigle ed acronimi» in America Latina possa deteriorare la solidità delle economie emergenti (e soprattutto di quelle precarie), piuttosto che rafforzarle.

Di fatto, l’isolamento nel quale molti paesi latinoamericani hanno deciso di vivere ha prodotto per le loro economie una fruttuosa indipendenza, soprattutto finanziaria, che ha permesso loro di non essere fagocitate dalla crisi internazionale. Quest’analisi è valida in particolare per i paesi latinoamericani che hanno deciso di ispirarsi (e uniformarsi) all’ideologia del neobolivarismo (o socialismo del secolo XXI). Altri, come il Brasile, temono che questo isolamento non giovi né alle economie né alla capacità di crescita del sistema paese (anche considerato a livello regionale).

Brasilia, in particolare, sta cercando di rafforzare i rapporti con Washington, da mesi rimasti freddi, soprattutto per le posizioni contrapposte assunte nei confronti di Teheran dalle rispettive capitali. Anche l’Argentina della neo riconfermata Cristina Kirchner sembra non voler giocare un ruolo di primo piano in questa nuova organizzazione. Chi domina la scena, dunque, è il Venezuela di Chavez, che ha nel tempo legato a sé a doppio filo molte delle economie dell’America centrale e meridionale grazie allo scambio di «petrolcaribe» – grandi quantità di greggio made in Venezuela. Chavez presiede vincitore politico e morale. Sconfigge il cancro e ricompatta l’America latina. Una propaganda low cost da tempo desiderata. A rompere questo idillio vi è Juan Manuel Santos, presidente colombiano, che durante la riunione ha giocato un ruolo importante di pacificatore e promotore. Con il suo appello alla lotta comune al narcotraffico Santos ha conquistato un posto in primo piano nella riunione d’inaugurazione della Celac. E se molti credono nel miracolo de «l’unione fa la forza», per altri era più che altro «il ballo di san vito».




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