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Numero 476
del 22/05/2012
Nella corsa repubblicana regna l'incertezza PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
giovedì 22 dicembre 2011

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Con circa una decina di giorni di anticipo rispetto all'inizio ufficiale della lunga stagione di primarie del Partito Repubblicano, messa alle spalle la infinita serie di dibattiti pubblici e televisivi, i riflettori si sono già spostati nello Stato dell'Iowa, 29esima stella ad aggiungersi al firmamento americano nel 1846, che prende il nome dalla tribù di Sioux che cedette queste terre al governo degli Stati Uniti ritirandosi nell'Oklahoma. Sarà proprio in questo Stato di circa 3 milioni di abitanti, noto per lo più per aver dato i natali all'attore John Wayne e a James Tiberius Kirk di Star Trek, che si terrà il primo «caucus», il 3 gennaio 2012, nel processo per decidere chi, tra i candidati repubblicani, dovrà ottenere la nomination per sfidare il Presidente uscente Barack Obama. A trionfare, finora, è l'incertezza.

La corsa alla nomination del Grand Old Party si è distinta per essere, fin dall'inizio, una battaglia senza un vero e proprio «front runner», candidato forte predestinato a sbaragliare ogni avversario. Vi è una scelta dell'establishment, Mitt Romney, già perdente quattro anni or sono e per nulla ben accetto alla base conservatrice, e una serie di altri candidati che, alternativamente, nel tempo, sono saliti e scesi nelle classifiche di gradimento. Dalla deputata Michelle Bachmann, iniziale infatuazione del movimento «Tea Party» poi caduta in fondo ai sondaggi, al Governatore del Texas Rick Perry, che ha sfoderato numeri impressionanti al momento della discesa in campo salvo poi auto-affondarsi con una imbarazzante serie di gaffe e pessime prestazioni in incontri pubblici, passando per Herman Cain, ex titolare della catena Godfather's Pizza, per qualche settimana sulla cresta dell'onda per i suoi modi anti-sistema, poi ritiratosi dalla corsa per l'emergere di alcuni presunti scandali sessuali.

Alla schiera di contendenti deboli, in una corsa aperta fino agli ultimi istanti, si sono poi aggiunte le performance, per certi versi sorprendenti, di Newt Gingrich e di Ron Paul. Il primo, già Speaker della Camera e autore del celeberrimo «Contract for America» in piena era Clinton, per un certo periodo battezzato come finito da media e addetti ai lavori americani, poi riemerso prepotentemente in tutti i sondaggi, sia locali che nazionali; il secondo, deputato del Texas, da molti definito il «padrino intellettuale» del movimento Tea Party, già candidato (perdente) alle presidenziali nel 1988 con il Libertarian Party e nel 2008 con i Repubblicani, su posizioni fortemente libertarie, alcune delle quali piuttosto impopolari, specialmente nel suo schieramento.

Secondo un nuovo sondaggio Iowa State University/Gazette/KCRG, sarebbe proprio il 76enne Paul, colui che vorrebbe il ritiro immediato delle truppe americane di stanza all'estero, la legalizzazione di prostituzione e narcotici e la fine degli aiuti ad Israele, il nuovo favorito in Iowa, con un 28% di gradimento, davanti a Gingrich (25%), Romney (18%), Perry (11%), Bachmann (7%), e il fanalino di coda Rick Santorum (5%). Numeri che da una parte attestano l'ottimo lavoro – riconosciuto da tutti i rivali - svolto fin qui da Paul e dalla sua organizzazione nel fare campagna nello Stato che ospiterà il caucus, ma che al tempo stesso evidenziano un distacco marginale tra lui e i suoi avversari, rendendo possibile qualsiasi risultato.

A dispetto delle previsioni favorevoli in Iowa, a Paul manca tuttavia un solido sostegno in altri Stati, rendendolo piuttosto debole a livello nazionale, dove a condurre nei sondaggi è ancora – seppur di poco – Newt Gingrich, con tre punti percentuali sopra gli altri contendenti secondo la media di Real Clear Politics. Secondo David Weigel, firma di spicco del magazine Slate che ha provato a immaginare una vittoria di Ron Paul in Iowa, tale scenario sarebbe l'ideale per Mitt Romney, poiché molte delle posizioni del candidato libertario, poco gradite all'elettorato repubblicano, porterebbero l'establishment e la base ad abbracciare il non troppo amato Romney. «Scegliereste di andare con il tizio del Massachusetts che non è così convincente come clone di Reagan, o di andare con il tizio che vuole legalizzare l'eroina e fare arrabbiare Benjamin Netanyahu?», si è domandato provocatoriamente Weigel.

Ma a preoccupare fortemente il fronte conservatore, più della competizione interna tra candidati, sono in questi giorni due elementi: da una parte, la battaglia così incandescente che si protrarrà ancora per qualche mese e l'assenza di un vero favorito, che alla lunga possono avvantaggiare i Democratici, che non hanno problemi di selezione del candidato e che sono già in assetto elettorale; dall'altra, il comportamento, per certi versi incomprensibile, degli eletti del Partito Repubblicano al Congresso, divisi sull'approvazione del «payroll tax cut», un taglio delle tasse per la classe media promosso dalla Casa Bianca, votato favorevolmente dal GOP al Senato ma non alla Camera, dove i repubblicani hanno la maggioranza. Agli occhi dell'opinione pubblica, i Democratici hanno così colpito i Repubblicani su quello che dovrebbe essere un loro cavallo di battaglia, il taglio delle tasse, e Barack Obama, rimasto a Washington nonostante le festività, ha guadagnato punti facili nei sondaggi, mostrandosi più istituzionale e più vicino alla classe media. Un errore imperdonabile, duramente criticato dall'influente Wall Street Journal, e che, a meno di un anno dalle elezioni, penalizza anche gli incolpevoli candidati alle primarie, ciascuno dei quali, oggi, perderebbe contro il Presidente uscente (più 2.1% su Romney, più 9.0% su Gingrich, più 12.5% su Perry, più 7.7% su Paul). Un grave incidente di percorso, di non facile risoluzione, con conseguenze potenzialmente nefaste sull'elettorato. Che oggi preferirebbe affidarsi ad un Presidente in difficoltà, piuttosto che ad un suo debole rivale.




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