È di 110 morti il bilancio provvisorio degli attentati compiuti in Nigeria a Natale e nei giorni precedenti da Boko Haram, il gruppo terrorista islamico legato ad al Qaeda che dal 2002 si batte per imporre la legge coranica in tutto il Paese e che negli ultimi anni si è consolidato e radicato, rafforzandosi al punto di riuscire a colpire non soltanto nel nord a maggioranza islamica dove è nato, ma addirittura nella capitale, Abuja, dove nel 2011 ha messo a segno un attentato suicida persino contro la sede delle Nazioni Unite.
L’allarme è accresciuto dal fatto che le azioni violente di Boko Haram si sono andate moltiplicando e ormai costituiscono una minaccia costante, con uno stillicidio di vittime che a fine anno si contano a centinaia.
L’attività del movimento si colloca poi in un contesto sociale caratterizzato da una persistente conflittualità tribale che vede contrapposte le etnie del nord, tradizionalmente dedite alla pastorizia e convertite all’Islam, a quelle meridionali, contadine e in gran parte di fede cristiana: una conflittualità endemica che si intensifica specialmente negli Stati centrali della federazione dove etnie del nord e del sud convivono e si contendono, non solo come succede da secoli pascoli, terre coltivabili e sorgenti, ma anche il controllo dei settori economici moderni e dell’apparato statale e amministrativo.
Scontri tribali devastano periodicamente i quartieri delle città nigeriane del centro e del nord quando due comunità si affrontano per accaparrarsi attività economiche e cariche politiche. Nelle campagne bande di giovani compiono stragi per razziare bestiame e altri beni ai vicini di altre etnie che per ritorsione al loro volta organizzano vendette cruente massacrando i nemici senza risparmiare donne e bambini.
Servono a poco – contro Boko Haram e contro la conflittualità tribale endemica – le azioni repressive tentate dal governo centrale. L’84% dei nigeriani vive con meno di 2 dollari al giorno e oltre il 64% con meno di 1,25 dollari (la soglia della povertà): questo nel Paese che da decenni è il primo produttore di petrolio del continente africano e che potrebbe essere uno dei più ricchi e potenti del mondo, potendo inoltre contare su una popolazione di 160 milioni di abitanti in prevalenza giovani e in età lavorativa. Ma dal 1960, anno dell’indipendenza, corruzione e malgoverno ne hanno impedito lo sviluppo sottraendo ai fondi pubblici qualcosa come 400 miliardi di dollari.
L’ultimo dei dittatori nigeriani, Sani Abacha, in soli cinque anni – dal 1993, quando prese il potere con un colpo di Stato, al 1998, anno della sua morte – ha prelevato dalle casse statali 2,2 miliardi di dollari e secondo alcune stime addirittura il doppio. Alcuni mesi dopo la sua scomparsa, una delle sue mogli fu fermata all’aeroporto internazionale di Abuja mentre si apprestava a lasciare il Paese portandosi appresso 36 bauli colmi di oggetti preziosi.
I leader politici del nord islamico – più povero ancora del sud, dove si concentrano i giacimenti di petrolio che costituiscono la maggiore ricchezza del Paese che peraltro in realtà finora ha giovato assai poco alle popolazioni locali – attribuiscono la colpa di questo stato di cose ai cristiani degli Stati meridionali della federazione: invece di contrastare tribalismo e intolleranza religiosa, li alimentano per conquistare fiducia e consenso elettorale.
Si capisce come mai tensioni e violenze etniche e religiose siano aumentate nettamente da quando ad aprile le elezioni presidenziali sono state vinte da Goodluck Jonathan, un leader di religione cattolica originario del Delta del Niger. Da allora Boko Haram sembra sia riuscito ad assicurarsi complicità e aiuti da parte di diversi politici islamici e all’interno delle stesse forze di sicurezza, il che forse rappresenta il fattore più rischioso della situazione critica in cui versa la Nigeria.
Boko Haram infatti propone un Islam integralista che respinge come «haram», proibita, ogni contaminazione con elementi occidentali: dall’istruzione scolastica alla democrazia ai diritti umani universali. Già nei 12 stati settentrionali in cui è stata adottata la shari’a sono in vigore pene corporali, restrizioni alle libertà personali e discriminazioni che contrastano con le norme costituzionali nigeriane. L’influenza di Boko Haram non può che peggiorare la situazione sia in termini di violazioni dei diritti umani sia in termini di scontro etnico e religioso.
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