Questo ottavo libro di Camillo Langone, mercuziano giornalista de «Il Foglio», è, prima ancora che un'opera letteraria, un eccellente antidoto contro quel male oscuro che ammorba e permea da almeno due lustri la nostra società e il nostro vivere (non più) civile: ovvero, la nevrosi.
Quella nevrosi che tanti, troppi italiani vittime coscienti di un'esterofilia omologante e, quindi, innaturale, hanno finito per coltivare, coccolare, vezzeggiare, in preda ad una sorta di «sindrome di Stoccolma» dello spirito che travalica i limiti dell'autolesionismo.
E via libera, quindi, alla macrobiotica e al culto new-age per i cristalli, pallida ed estenuata imitazione di quella nobile arte che fu la gemmologia già riconosciuta e praticata nell'antichità così come nel Medio Evo. Sotto con i giardini zen portatili che consentono, tra una bistecca alla soja ed una galletta all'avena consumate a bordo di un Eurostar, di riordinare i reperti autoptici della propria anima pastorizzata, disinfettata e dotata di regolare certificazione ISO 9000, attraverso l'alienante rimesciare, con apposita palettina d'ordinanza, granelli di sabbia che nemmeno viene dagli argini del Po, ma è artificialmente prodotta a Shangai.
Campo libero al nuovo patois fatto di «etnico», «biologico», «biodinamico», «sostenibile», «solidale», «equo», il quale diviene codice inconsulto della neo-liturgia nichilista.
Ebbene, Camillo Langone fa un bel fagotto di tutto questo e lo getta alle ortiche.
Ogni capitolo del libro è un piccolo scrigno nel quale scopriremo alcuni impareggiabili tesori nascosti (e non perduti, grazie a Dio!) della nostra italianità: volete sapere dove acquistare un organo a canne rigorosamente artigianale, per esempio? Perfetto: a pagina 63 troverete la risposta. O forse volete gustare uno «strolghino» (prestigioso salame di culatello) o un «violino di capra»? O sapere dove si produce la migliore mozzarella di bufala di tutto lo Stivale (resterete stupiti...)? Oppure vi punge a vaghezza assaporare un eccellente grappa da meditazione concepita per sposarsi alla perfezione con il sigaro toscano? O, ancora, se avete letto avidamente Guareschi e non resistete alla tentazione di comprarvi un meraviglioso ed avvolgente tabarro, l'autore non manca di fornire prezzi e indirizzi.
Attenzione: il libro non è una cosiddetta «guida» né uno sterile inventario esperienziale, ma, anzi, è un'opera narrativa tout court, nella quale la scrittura, mai pedante né invadente, funge da collante sinestetico. Nel senso che Langone attraverso l'artificio letterario riesce contemporaneamente a farci «vedere» il cibo, «annusare» le note, «gustare» un capo di abbigliamento, sia esso il già citato tabarro o la giacca da cacciatore maremmano.
Perché, come è giusto e sacrosanto che sia, i tesori del nostro Paese sono tali proprio in quanto non si limitano a vellicare uno solo dei cinque sensi ma al contrario coinvolgono tutto l'apparato sensoriale mandandolo in «overdrive» (e qui l'autore spero mi perdonerà l'anglicismo...).
Langone pertanto ci ricorda, e lo fa senza peli sulla lingua e senza timore di risultare offensivo, che la civiltà di un popolo non si misura sul diagramma cartesiano dell'efficienza delle proprie istituzioni, su quanto sia progredito o meno il nostro welfare, su quanto sia favorevole il rapporto deficit/Pil o sull'entità dell'olocausto da immolare sull'altare pagano del moloch spread. La civiltà parte dal basso: dalla tavola e dalla sartoria, dalle «fabbriche» (qui intese in senso medievale), da arti e mestieri tramandati per generazioni da padre a figlio. E tutto ciò che cerca di snaturare, demolire, annientare questo patrimonio è male assoluto, senza margini di trattativa, senza compromessi, senza concertazione possibile.
Non so se l'autore abbia letto Huysmans, ma giurerei di si.
Non tanto per le sfumature estetizzanti, neanche troppo sfumate, in verità, nettamente percepibili nel libro: più che il Des Esseintes di «A' rebours», personaggio in cui la frenesia estetizzante sfocia in nevrosi (una nevrosi comunque salvifica, come ben spiegò Barbey d'Aurévilly) l'autore assume talvolta i tratti del Durtàl di «La Bàs», per il quale, contro la nevrosi del suo tempo infame, non esiste balsamo migliore e più soave della umile e genuina cucina di Mamàn Carhaix, devota moglie di campanaro che vive isolata nella torre campanaria di Saint Sulpice, lontana dal degrado e dalla bassezza della cosiddetta modernità e con «volto mansueto e franco» delizia i suoi ospiti con croccanti purè ripassati nel forno da pane, cosciotti all'inglese rossi e gocciolanti, cavoli in conserva e insalata di aringhe, il tutto innaffiato da quel sidro «aspro e forte» che si produce nel Midì e da amari realizzati seguendo le antichissime ricette del Codex. Lussi destinati ai poveri che nemmeno il più ricco maresciallo di Francia potrebbe agevolmente permettersi...
In conclusione, «Bengodi» è un libro straordinario che riconcilia con sé stessi e con la propria identità popolare, pizzicando con piglio corsaro le corde spirituali (e, quindi, carnali) del lettore che ancora suonano squillanti nonostante l'indefessa opera di ossidazione cui l'europeismo imperante le ha sottoposte e le sottopone...
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