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Numero 476
del 22/05/2012
Natale di austerità PDF Stampa E-mail
! di Giuseppe Timpone
timpone@ragionpolitica.it
  
mercoledì 28 dicembre 2011

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Il premier Mario Monti è chiamato a dare un segnale tangibile dell'inizio della cosiddetta «fase due», ossia quella che dovrebbe riguardare il rilancio della crescita economica. La manovra «lacrime e sangue» ha mirato al consolidamento dei conti pubblici, fatto del tutto necessario, per ristabilire la fiducia degli investitori nel nostro Paese e per risanare gli stessi conti, a beneficio della loro tenuta nel medio-lungo periodo.

Molti dubbi, però, sono stati espressi dentro al Popolo della Libertà sulle misure volute dall'Esecutivo poiché, su circa 35 miliardi di manovra, i due terzi comportano aumenti delle imposte e introduzione di nuovi balzelli. La sensazione dell'uomo comune, il famoso uomo della strada, è che nulla sia cambiato nell'impostazione di politica economica dell'ultima manovra: i buchi continuano ad essere tappati sempre con nuove tasse e il contribuente vive una situazione di disagio, che ormai non è più sopportabile.  

Silvio Berlusconi, ha ribadito in almeno un paio di occasioni che questa manovra è recessiva. Nessuno ha osato smentirlo; nemmeno il Pd ha ribattuto a queste dichiarazioni, confermate dalle stesse previsioni degli istituti economici e degli ambienti finanziari vicini alla sinistra. Se agli inizi di dicembre l'Ocse pronosticava per l'Italia un calo del Pil dello 0,5% nel 2012, Confindustria, lo sponsor principale del governo tecnico, parlava già di una stima del -1,6% per l'impatto recessivo delle misure appena varate dal governo Monti. Ma in queste ore, almeno una volta tanto, le previsioni più attendibili arrivano niente di meno che dal'editore Carlo De Benedetti, non può certo essere accusato di antipatie verso Monti, che paventa il rischio di una recessione molto più dura, compresa tra il 2,5 e il 3% del Pil.

Parlare di crescita, quando il quadro che abbiamo davanti è quello della recessione, non è un'operazione semplice, tuttavia, oltre alle misure di austerità del Governo Monti, bisogna spingere in questa direzione. I consumi di Natale sono crollati di circa il 18%, secondo i dati di alcune associazioni dei consumatori e quelli di settori cruciali come l'abbigliamento sono sprofondati del 30%. Come se non bastasse gli stessi saldi sono previsti con un ribasso del 30-40% rispetto allo scorso anno, quando già erano andati molto male.

E' il Natale peggiore dal crollo delle Torri Gemelle. Tutto questo non è frutto di un improvviso impoverimento delle famiglie, che conservano ancora oggi intatta la ricchezza accumulata nei decenni scorsi, quanto di un clima di caccia al contribuente e di morsa fiscale. Tassare nuovamente le prime case non è stata una genialata, perché colpisce il frutto dei risparmi di tutti, con buona pace delle detrazioni, così come non è stato altrettanto geniale privare gli italiani delle certezze sul futuro imminente della loro previdenza, soprattutto, se si pensa che solo due giorni fa, l'Inps ha pubblicato dati eloquenti, che dimostrano senza il timore di essere smentiti, che la riforma (più equilibrata) del governo Berlusconi aveva già fatto crollare il numero dei nuovi assegni pensionistici erogati e nel lungo periodo (sono dati Inps di ottobre) tali interventi avrebbero determinato un equilibrio dei conti e anche la conservazione del rapporto tra retribuzione e pensione per i giovani di oggi.

I mercati ci dicono che il livello dello spread tra i BTp e i Bund tedeschi è rimasto in tutte queste settimane sugli stessi livelli alti delle ultime settimane dell'esperienza Berlusconi, a conferma che la portata della crisi prescinde in grossa parte dai fattori nazionali, mentre semmai il governo Monti ha accresciuto il pessimismo sulle prospettive dell'economia nel medio termine.

E' evidente che il Governo non potrà non tenere conto del bisogno di crescere, come chiede il Pdl, il maggiore partito che lo sostiene. Per fare ciò Monti ha proposto al Consiglio dei ministri di giovedì un pacchetto di misure, che riguarderanno anche le liberalizzazioni. Un tema giusto senza dubbio, premessa necessaria per generare maggiore ricchezza ma che rischia di trasformarsi in un'ennesima caccia alle streghe di scarsa efficacia se dovesse limitarsi alle sole categorie professionali, lasciando al riparo della concorrenza i soliti noti che sono per definizione «poteri forti»: assicurazioni, banche, petrolieri, ma anche autostrade, ferrovie, poste, aziende municipalizzate, etc.

Nella fase due si parla anche di riforma degli ammortizzatori sociali, ma non è stato sfiorato il tema dell'articolo 18, considerato un assunto ideologico per sinistra e sindacati. Infine il governo ha parlato di sblocco di una seconda tranche di fondi per opere al Sud tramite il Cipe, come già avvenuto ad inizio di dicembre con la prima fetta da 5 miliardi. Ma saranno efficaci? Il dubbio rimane, considerati i tempi biblici per la cantierizzazione e le modalità con cui i soldi pubblici vengono gestiti nel Meridione.

Ma c'è un punto che, sebbene non sia rientrato nel Cdm di giovedì, già rischia di porre le premesse per un ulteriore inasprimento fiscale sugli immobili: la riforma del catasto. Si tratta di un tema che dovrà essere affrontato, ma la combinazione tra effetti della riforma e le aliquote fiscali sugli immobili rischiano di pesare sulle tasche delle famiglie italiane, cosa sulla quale il Pdl sarà inflessibile, dato che è stato lo stesso Berlusconi a chiarire di non essere più disponibile a ulteriori aumenti di imposte e balzelli.

L'ipotesi che circola in queste ore sarebbe di aumentare i valori catastali degli immobili, fermi ai dati del 1989, a quelli di mercato attraverso una valutazione in metri quadrati e data di fabbricazione. L'Agenzia del territorio ha evidenziato come mediamente i valori catastali siano inferiori a quelli di mercato di 3,73 volte. Il Governo ha assicurato che la riforma non aumenterà il gettito complessivo ma ciò non significa che essa sarà a impatto zero su ciascun contribuente. Infatti se le aliquote dovessero essere ridotte per un valore pari all'aumento medio della base imponibile (dovrebbe essere il 3,73 di cui sopra), questo implicherebbe che alcune fasce di proprietari di case si ritroverebbero a dover pagare già dal 2013 molta più Ici di oggi. Sulla base dei dati che si dispone, oggi, i «loser» o «perdenti» dalla riforma sarebbero i proprietari delle seconde case, che hanno un valore medio catastale di 3,85 volte inferiore a quello di mercato e quelli di immobili in grandi città e/o di nuova fabbricazione. Ad esempio si scopre che in città come Napoli i valori catastali arriverebbero ad essere aggiornati fino a 12 volte in più.

Considerando che l'aliquota al massimo verrebbe ridotta di quasi 4 volte, ciò implicherebbe per i proprietari napoletani che potrebbero pagare un'Ici fino a tre volte in più di quanto non facciano oggi. Per loro, la fase due di Monti significherebbe un «avanti tutta» con nuove tasse. Dovrebbero essere aggiornati anche i dati relativi alla rendita catastale con l'ipotesi paventata di adeguare la valutazione al valore di mercato del canone medio netto, pari a sei volte tanto. In mancanza di correttivi (credito d'imposta?) ciò graverebbe molto sui proprietari di seconde abitazioni date in locazione e si ripercuoterebbe in modo evidente anche sugli inquilini a causa della lievitazione della tassazione sulla «redditività» dell'immobile. Il proprietario pagherebbe molto di più di Ici, mentre continuerebbe a pagare le stesse imposte ai fini Irpef o con la cedolare secca, annullando i benefici che quest'ultima aveva portato da quest'anno garantendo una tassazione indifferentemente dal reddito e fiscalmente sopportabile. 




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