A settembre dell'anno corrente circa 80.000 pubblicisti si troveranno disoccupati per decreto. O, meglio, più che disoccupati cesseranno professionalmente di esistere. Una norma prevista dal cosiddetto «decreto salva Italia» sancisce infatti l'abolizione dell'albo dei pubblicisti senza per altro specificare quale tipo di disciplina transitoria dovrà trovare applicazione per salvaguardare in una qualche misura le posizioni lavorative consolidate così come quelle «in fieri», ovvero riguardanti coloro che termineranno i 24 mesi di pratica retribuita necessari per l'iscrizione al suddetto albo dopo il mese di settembre. Allo stato attuale delle cose pertanto il governo Monti cancella con un colpo di spugna definitivo un albo professionale senza prevedere al contempo, come giustizia ed elementare buon senso vorrebbero, il benché minimo ammortizzatore atto a tutelare dal punto di vista professionale e contributivo decine di migliaia di lavoratori.
Ora, se da un lato risulta perfettamente comprensibile la coesistenza di due albi professionali nel contesto dell'Ordine dei Giornalisti, dall'altro si fatica davvero a comprendere quale sia la ratio che sostanzia il provvedimento che mira all'omologazione (una omologazione particolarmente difficoltosa, per altro) delle posizioni professionali. L'elenco pubblicisti infatti esiste in primo luogo per modulare e contingentare l'accesso all'albo dei professionisti: è il primo step che si deve affrontare per accedere, eventualmente, al praticantato ed al successivo esame di Stato per divenire professionisti. Garantisce inoltre la possibilità per tante «matricole» di poter scrivere per una testata giornalistica senza incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione.
Le motivazioni addotte per giustificare l'abolizione dell'albo pubblicisti suonano come minimo deboli, se non addirittura surreali: la giustificazione di facciata consiste nella volontà di rendere più «qualificata» la categoria. Maggior «qualificazione» che si produrrebbe con il tocco di bacchetta magica dell'esame di Stato, destinato negli intenti montiani a trasformarci tutti in piccoli Ciceroni maestri di retorica nel volgere di un batter di ciglia. Maggior «qualificazione» che garantirebbe inoltre l'accesso a livelli retributivi regali o, se non altro, più aderenti al tariffario previsto dall'ordine, decisamente generoso e sostanzioso.
Certo, nel migliore dei mondi possibile, ove tutto funziona e le risorse abbondano, la cosa potrebbe pure avere un senso, ma nella realtà, nel vissuto quotidiano di tanti, tantissimi giornalisti non professionisti le cose stanno ben diversamente: il contratto di redazione ha assunto i connotati propri della Chimera, una creatura mitica di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto; tutta la galassia delle riviste on-line regolarmente registrate presso il tribunale e, quindi, organi di informazione a tutti gli effetti, subirebbe un colpo esiziale, non disponendo queste ultime delle risorse di RCS o del Gruppo Espresso; la «professionalizzazione» forzosa, inoltre, produrrebbe una marea di disoccupati, poiché tantissime realtà editoriali anche imponenti e blasonate si reggono pagando cifre ridicole ai collaboratori occasionali e, certamente, non si piegherebbero mai ad un adeguamento verso l'alto delle retribuzioni dovuto alla necessità di avvalersi solo ed esclusivamente di giornalisti professionisti.
Altro pseudoproblema che ha posto in evidenza l'esecutivo tecnico riguarda i contributi Inpgi: molti iscritti all'albo dei pubblicisti, sostiene Monti, non versano i contributi all'Isituto Nazionale di Previdenza specifico. L'omologazione degli albi ovvierebbe pertanto a questa circostanza. In verità le cose non stanno così: ogni anno tutti gli iscritti all'albo pubblicisti devono dichiarare il reddito percepito attraverso apposito modulo di «comunicazione obbligatoria dei redditi prodotti per attività giornalistica autonoma», ai sensi dell'articolo 8 del Regolamento statutario, e versare puntualmente i corrispettivi: in caso contrario il mancato versamento finisce in cartella esattoriale e, a fronte di reiterata morosità, opera la cancellazione automatica dall'albo.
Il problema reale, dal punto di vista contributivo, riguarda casomai proprio i pubblicisti stessi: a fronte della disintegrazione dell'albo, che fine faranno i contributi versati all'Inpgi per anni e anni? Ovvero, a fronte del versamento puntuale di banconote complete e funzionanti all'Istituto, quale beneficio residuale sarà garantito ai contribuenti? Sarà garantita la possibilità di accedere al prepensionamento o, più probabilmente, detti contributi saranno considerati come a fondo perduto e tanti saluti? Difficilmente, in ogni caso, sarà possibile chiedere la ripetizione delle somme pagate...
In ultimo, molti pubblicisti, pur svolgendo regolare attività editoriale, sono costretti ad integrare il proprio stipendio (raramente da sultano...) attraverso una ulteriore attività lavorativa: ebbene, se questo è consentito ai pubblicisti, è invece assolutamente escluso per i giornalisti professionisti, soggetti ad un regime delle esclusioni particolarmente rigido e tassativo. Ecco perché molti pubblicisti, pur scrivendo da decenni, non hanno mai optato per il «salto di qualità».
In definitiva l'attuale assetto dell'Ordine, a detta di taluni baroni e baronetti «poco qualificante», pur nella sua imperfezione garantisce pluralismo e possibilità di accesso alla professione in maniera relativamente efficace, fermo restando il fatto che il tesserino da pubblicista non viene regalato ma, anzi, comporta per il conseguimento la rispondenza a requisiti quali dedizione, continuità e professionalità, valutate caso per caso dai diversi Ordini Regionali.
A quale principio si ispira, quindi, l'abolizione per decreto di un albo professionale peraltro numericamente corposo? Certamente non alle necessità di contenimento delle spese correnti, né alla necessità di fare cassa, poiché annienta di punto in bianco la capacità contributiva di 80.000 persone.
Forse è lecito pensare che tale provvedimento risponda ad esigenze di carattere prettamente demagogico e pseudopopulista: in un'Italia dominata ormai dall'ideologia «castista» e nuovamente vittima di quell'odio sociale che vide il suo picco nel 1992, l'aggressione gratuita (poiché improduttiva di qualunque vantaggio economico per lo Stato così come per i cittadini comuni) ad un ordine professionale, nello specifico alla parte più debole e meno tutelata di quest'ultimo ovvero i pubblicisti, e la conseguente individuazione di un nemico oggettivo possono configurarsi come valido scudo atto a dissimulare surrettiziamente le vessazioni, fiscali e non solo, cui il governo tecnico ci sta assoggettando...
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