È trascorso ormai un anno dall’inizio delle proteste popolari che nel 2011 hanno portato in pochi giorni alla fine di due lunghi regimi: quello di Ben Ali, in Tunisia, caduto il 14 gennaio 2011, e quello di Hosni Mubarak, in Egitto, che ne ha seguito la sorte l’11 febbraio. In entrambi i Paesi è stato promesso e avviato un processo di transizione verso la democrazia che in Tunisia si è già concluso mentre in Egitto è appena incominciato, con i primi appuntamenti di un lungo calendario elettorale che si dovrebbe concludere a giugno con l’elezione del capo dello stato.
Sia in Tunisia che in Egitto il tempo dei bilanci è ancora lontano. In Tunisia il nuovo governo si è appena insediato e in Egitto ci vorranno mesi prima che la giunta militare passi le consegne.
Alcuni punti fermi tuttavia si sono già delineati. Innanzi tutto è evidente che gli esiti elettorali non premiano i protagonisti della «primavera araba», bensì le forze islamiste.
In Tunisia il voto popolare ha portato al potere il partito Ennahdha il cui numero due, Hamadi Jebali, è ora primo ministro. Ennahdha, il «movimento della rinascita», ha una matrice fondamentalista, ma oggi si presenta come espressione di un Islam moderato e si professa garante delle istituzioni democratiche e delle libertà personali. Che queste libertà debbano però essere declinate nel rispetto delle norme e delle tradizioni – come ha affermato di recente Souad Abderrahim, il più noto volto femminile del partito – ha fatto scattare un campanello d’allarme così come la presa di posizione di Abderrahim contro le madri non sposate che «non dovrebbero aspirare a un quadro legale che ne protegga i diritti».
Si teme inoltre che la vittoria schiacciante di Ennahdha incoraggi la parte di popolazione che ha sopportato mal volentieri le aperture del regime precedente in favore delle donne a tentare un’inversione di tendenza. Si possono leggere in tal senso i diversi casi di aggressione e molestie a studentesse e insegnanti universitarie che non indossano il velo. Sta al governo assumere posizioni inequivocabili e i prossimi mesi diranno se sarà in grado e disposto a farlo.
In Egitto fin da subito è stato evidente che la sfida è tra l’esercito, che ha costretto Mubarak alla resa e ha poi assunto la guida del paese, e i Fratelli Musulmani, il movimento islamista che ha trionfato nei primi turni delle elezioni per la formazione della Camera bassa del parlamento egiziano. Più ancora della vittoria elettorale scontata, ma superiore alle previsioni di Libertà e Giustizia, il partito dei Fratelli Musulmani che si è aggiudicato nei due primi turni elettorali un terzo dei voti, desta preoccupazione tra le componenti laiche del paese l’affermazione del partito salafita Al Nur, La Luce, che ha ottenuto il 24% dei voti al primo turno e quasi il 29% al secondo turno. Rivoluzione continua, il partito dei protagonisti della rivolta di piazza Tahrir, ha appena raggiunto il 3% dei voti. Il terzo turno è in corso, ma difficilmente riserverà delle sorprese.
Il Consiglio supremo delle forze armate ha reagito all’affermazione dei partiti islamisti costituendo un Consiglio consultivo da affiancare al parlamento nel compito di redigere la nuova costituzione: una mossa motivata dal fatto che il prossimo parlamento non sarà rappresentativo di tutta la nazione – dicono i portavoce del Consiglio militare – mentre la stesura della costituzione deve coinvolgere tutte le forze politiche e sociali, ma in cui i Fratelli Musulmani vedono non a torto l’intenzione da parte dell’esercito di ridurre l’autorità del parlamento con un’istituzione composta da membri non eletti.
Questi sono gli esiti non proprio esaltanti della «primavera araba». Il movimento inoltre sembrava aver innescato un «effetto domino» in grado di travolgere gli altri regimi arabi della regione. Nelle settimane successive le proteste si erano infatti estese ad Algeria, Arabia Saudita, Oman, Yemen, Giordania, Bahrein, Marocco e Siria. Finora però tutti i regimi contestati hanno mantenuto saldamente il potere.
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