La distanza che intercorre tra il primo e il secondo dei candidati si può contare sulle dita di una mano. Anzi, di circa una mano e mezza. Per raccontare l'esito dei caucus dell'Iowa, prima di una lunga stagione di consultazioni in seno al Partito Repubblicano per selezionare chi sarà il prescelto che avrà l'onore (e l'onere) di affrontare l'inquilino uscente della Casa Bianca Barack Obama alle elezioni presidenziali americane il prossimo novembre, non serve ricorrere a metafore, poiché il distacco tra il più votato Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, e il secondo Rick Santorum, ex Senatore della Pennsylvania, è di soli otto voti: 30.015 preferenze il primo, 30.007 il secondo, entrambi al 25%, seguiti dal deputato del Texas Ron Paul (22%), dall'ex Speaker della Camera Newt Gingrich (14%), dal governatore del Texas Rick Perry (11%), dalla deputata del Minnesota Michele Bachmann (5%) e dall'ex ambasciatore in Cina ed ex governatore dello Utah John Huntsman (sotto l'1% con soli 745 voti).
Dopo lunghi mesi costellati da una infinita serie di dibattiti televisivi, comizi, visite a sconosciute contee, sondaggi altalenanti, ma soprattutto milioni e milioni di dollari spesi per le rispettive campagne elettorali, finalmente è arrivato il primo verdetto, quello dello Stato dell'Iowa, che per tradizione apre le danze nel ballo delle primarie. Il risultato, che vede Romney e Santorum vincitori, con il primo in vantaggio di una manciata di voti, si può leggere come una conferma del trend che ha caratterizzato la competizione fino ad oggi: da una parte, la certezza della presenza di un candidato che ambisce a recitare la parte del front runner – quel Mitt Romney che ci ha già provato quattro anni fa e che l'elettorato conservatore non riesce ad amare – ma che sembra non avere i requisiti per farlo, né riesce a svettare rispetto agli avversari; dall'altra, l'incertezza generale che contraddistingue tutti gli altri candidati, che con repentini giri di valzer si sono presentati a turno, negli scorsi mesi e nelle ultime ore, come eventuali «anti-Romney», senza però riuscire ad affermarsi.
In principio fu la Bachmann, eroina dei Tea Party, protagonista di un effimero boom mediatico. Poi la meteora Perry, che per qualche giorno fece sognare i nostalgici della dinastia Bush. Quindi arrivò Cain, l'imprenditore anti-politico anti-establishment sommerso dagli scandali sessuali. Dopo fu la volta di Gingrich, direttamente dagli anni '90. Infine, nella quasi totale indifferenza dei media, con una vorticosa salita nel gradimento popolare, la rivelazione Rick Santorum, sensazionale in Iowa, ma difficilmente in buona forma per affrontare la corsa nazionale.
Rick Santorum, eletto al Congresso fino al 2006, poi non rieletto, orgogliosamente di origini italiane (come dimostrato dai suoi ringraziamenti post-voto, in cui ha menzionato il nonno che lasciò Riva del Garda negli anni '20 «per scappare dal fascismo», noto per il suo oltranzismo religioso, può essere considerato il vero vincitore di questo primo turno, per il risultato ottenuto contro un avversario che investe tempo, energie e denaro sull'Iowa da almeno oltre quattro anni. Tuttavia, è alquanto improbabile che riesca a mantenere questo ritmo anche al di fuori del 29esimo stato americano, poiché «ha scarsi fondi, pressoché nessun appoggio istituzionale, e (a differenza di Huckabee nel 2008) non può contare sull'eventualità che il Sud lo accolga come un suo figliol prodigo», nota l'esperto Jay Cost su Real Clear Politics.
Sull'altro fronte Mitt Romney, per molti una sorta di candidato inevitabile, prosegue la sua corsa alla nomination, con un sostegno senza eguali e risorse irraggiungibili dai rivali, ma anche e soprattutto senza sfidanti credibili né alla sua sinistra (nel 2008 erano Rudy Giuliani e John McCain), né tantomeno alla sua destra: una condizione che gli permette di guidare la battaglia, pur con numeri non troppo dissimili rispetto a quattro anni or sono.
Paradossalmente, con un esito elettorale che si può considerare finora deludente, ma che basta per porsi in testa, Romney potrebbe conquistare la nomination repubblicana per la Casa Bianca non per la sua forza, ma per le debolezze altrui.
I risultati dell'Iowa servono anche a rendere più chiaro il quadro generale del Grand Old Party. Ottenuto un misero 5%, Michele Bachmann ha annunciato ufficialmente di porre fine alla sua campagna elettorale, abbandonando le primarie. Sembrava stesse facendo lo stesso Rick Perry, che ha però poi fatto sapere di volersi concentrare sulla tappa fondamentale del South Carolina.
Il carrozzone delle selezioni repubblicane, insieme al circo mediatico che le accompagna, si sposta ora nello Stato del New Hampshire, dove il solito Romney, che in queste ore ha ricevuto anche l'endorsement ufficiale di John McCain, appare saldamente in vetta con circa 22 punti percentuali al di sopra di ogni altro candidato.
L'ultralibertario Ron Paul, nonostante il discreto terzo posto in Iowa, appare troppo poco in linea con le posizioni classiche del GOP per restare in corsa. E mentre tutti si chiedono se Santorum abbia l'asso nella manica per poter bissare il suo inatteso trionfo, il veterano Newt Gingrich, che aveva affermato pubblicamente di non credere in un suo successo in Iowa, resta tuttora il favorito in Stati chiave come la già citata South Carolina e la Florida.
Non si è fatta attendere la reazione dal fronte di Barack Obama. Con un messaggio via e-mail firmato da Jim Messina, Campaign Manager di «Obama for America», il team del presidente uscente punta – comprensibilmente - sul fatto che gli elettori repubblicani non siano stati in grado di decidere su di un singolo nome, e sull'assenza di un leader all'interno del partito rivale. Nella mail, anche un riferimento alla vittoria della «agenda estremista del Tea Party» e alle spese folli per gli spot elettorali, ma anche una frecciata al papabile contendente: “Molti osservatori ancora credono che Mitt Romney sarà il candidato repubblicano. Se lo sarà, saremo pronti. Ma è singolare che nessuno sappia spiegare come, quando o perché più del 70% dei Repubblicani nei sondaggi e in Iowa affermino che Mitt Romney non è il loro candidato».
Un elemento non trascurabile, sul quale ovviamente i Democratici continueranno a picchiare, che fa dormire sonni poco sereni agli strateghi del GOP: lo scarso entusiasmo con cui la base del Partito Repubblicano accoglie Romney, giudicato poco credibile nella sua conversione al reaganismo, poco coerente con le scelte (e le posizioni) del suo passato alla guida dello Stato liberal del Massachusetts, ergo poco affidabile, ma al tempo stesso (pre)scelto poiché l'unico che possa avere qualche chance di sfrattare l'attuale inquilino della Casa Bianca. Una motivazione più che valida, da un punto di vista puramente matematico-elettorale, ma che potrebbe non bastare ad eliminare o almeno allontanare i grossi dubbi e la diffidenza che permangono, nella galassia conservatrice, riguardo a Romney. Ecco perché, come scrive l'editorialista Philip Klein su The Washington Examiner, i risultati dell'Iowa dovrebbero preoccupare i Repubblicani: «il grande vincitore della notte dell'Iowa», scrive Klein, «potrebbe non essere né Romney né Santorum, bensì Obama».
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