Ogni qual volta si verifica una crisi, sia essa politica o economica, in Italia si sviluppa puntualmente la tentazione fortissima di cedere alla demagogia, di individuare un nemico oggettivo da abbattere, di prescindere dall'elementare senso critico e farsi quindi trascinare da istinti viscerali che, per quanto comprensibili, rischiano di porre in essere presupposti deleteri per il futuro del paese.
Il «grande tema» del momento sul quale tutti i quotidiani si gettano a capofitto come corvi su una carcassa è quello degli stipendi della classe politica: troppo alti, troppo sperequati rispetto alla media europea, troppo ingiustificati, troppo incidenti sul bilancio dello Stato, troppo comunque.
Ora, se da un lato possiamo pure comprendere che la situazione imponga sacrifici comuni, poiché moralità, sobrietà ed eleganza così vorrebbero, non possiamo al contempo digerire la marea di falsità che i nuovi «Savonarola» ci conculcano ogni giorno.
In primo luogo: quale è lo stipendio giusto? Chi ne stabilisce l'eventuale «giustizia»? In quale modo e attraverso quali parametri si individua l'equità di uno stipendio attribuito a soggetti il cui lavoro non prevede assolutamente obbligazioni di risultato ma, al limite, di mezzo (e già è una forzatura...)?
Risulta piuttosto inconsistente e impraticabile l'ipotesi di equiparare gli stipendi dei nostri parlamentari alla media europea: ogni Paese ha una storia politica a sé stante, una popolazione numericamente non omogenea, istituzioni in qualche misura coincidenti ma in gran parte diverse.
Ma questo è in realtà uno pseudoproblema.
Il problema reale che sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti consiste nella volontà latente, debitamente carburata dagli organi di informazione, di costituire una sorta di comitato di salute pubblica permanente (magari composto interamente da tecnici, tanto per cambiare...) che individui «secondo ragione» il giusto stipendio per i nostri rappresentanti. E dopo di loro a chi toccherà?
Lanciata la palla della demagogia, quest'ultima non è destinata a fermarsi ma, anzi, ad acquisire accelerazione sempre maggiore fino a coinvolgere tutto il sistema: è puerile ed ingenuo pensare che risolto il «gravissimo» problema degli stipendi «politici» l'ondata populista si fermi.
Un libero professionista che guadagna 100.000 euro l'anno, per esempio, percepisce troppo o troppo poco? Un commerciante evidentemente abile e capace che porta a casa 15.000 euro al mese puliti guadagna il giusto? E quei duemila (2000) pubblici dipendenti e consulenti che lavorano per il Quirinale con cosa crediamo che siano pagati? Buoni sconto e caramelle? E per certe «grandi firme», ora defunte, del giornalismo italiano che percepivano, da una sola testata, 600.000 Euro l'anno (e fin qua, denaro «privato») cui si sommavano buonuscite milionarie da parte della Rai (e quello invece è denaro pubblico...) come la mettiamo?
E per quanti oggi godono di una pensione di 4000 euro mensili, guadagnata fino all'ultimo centesimo attraverso ineludibili versamenti all'Inps e, magari, avendo pure profumatamente pagato il riscatto degli anni universitari, che facciamo?
Suscitare ed incendiare l'invidia sociale a scopi dissimulativi ovvero al fine di individuare un capro espiatorio in coloro che sono mediaticamente sovraesposti è facile ed induce automaticamente allo step successivo, cioè a chiedersi con puntiglioso giacobinismo se il proprio vicino di casa, il proprio salumiere, il proprio avvocato o la propria colf guadagnino il «giusto».
E il «giusto» è, in base a questa logica perversa, sempre qualcosa in meno per gli altri e tanto di più per me.
Non solo: la retorica «castista», l'antipolitica becera e urlata, la mitizzazione dell'evasione fiscale inducono in marchiani errori di valutazione, quali ad esempio il pensare che i tagli alla politica risistemino in un battibaleno i nostri conti pubblici.
Doppiamente falso: in prima istanza poiché il ridimensionamento degli stipendi dei parlamentari avrebbe un incidenza assolutamente trascurabile sulle casse dello Stato; in secondo luogo perché l'insistenza su questo tema mediaticamente appetibile, nulla da dire, distoglie l'attenzione dai reali problemi che pesano in maniera determinante sulla nostra economia.
Su tutti: l'eccessiva pressione fiscale e la pletorica macchina burocratica.
Un esempio concreto tra i tanti disponibili: l'abolizione per decreto delle province.
Ebbene, se tale provvedimento poteva avere un senso qualora debitamente modulato e soggetto ad una disciplina transitoria che consentisse un graduale ed efficace assorbimento di tale ente territoriale, la soppressione d'amblé prevista per il 2013 è atto puramente demagogico che, anziché generare un risparmio per lo Stato, aumenterà paradossalmente i costi correnti.
Vediamo conti alla mano perché.
La Provincia di Genova, per esempio, costa ogni anno circa 270 milioni di euro.
Gli emolumenti per il personale politico, ovvero gli stipendi per Presidente e membri della Giunta, più il «ricco» gettone di presenza per i Consiglieri (60 euro netti a seduta...), ammontano complessivamente a circa 700.000 euro.
Ora, se l'abolizione dell'ente e il prepensionamento dell'odiata «casta» provinciale consentiranno il «cospicuo» risparmio dei suddetti 700.000 euro, le restanti spese correnti ammontanti a circa 269 milioni e 300.000 euro rimarranno invariate nella migliore delle ipotesi, aumenteranno sensibilmente nella peggiore.
Questo perché l'incidenza maggiore (infinitamente maggiore) delle province sul bilancio dello Stato è determinata dagli stipendi dei pubblici dipendenti degli uffici tecnici e delle realtà correlate all'ente. Dipendenti pubblici che, in quanto tali, non possono essere licenziati o messi in mobilità ma, al limite, trasferiti ad altro incarico che preveda il rispetto del livello retributivo (se non una maggiorazione del medesimo) e della dignità di ruolo. Una mole colossale di pubblici dipendenti che si dovrà pertanto riversare in altro contesto amministrativo come, ad esempio, la Regione, nella quale è ipotizzabile saranno creati nuovi appositi uffici per lo svolgimento delle competenze assorbite dalla Provincia. Quindi dal punto di vista dell'ottimizzazione dei costi la repentina abolizione per decreto delle Province risulterà addirittura controproducente. Senza contare il nefasto effetto politico, ovvero la disintegrazione di una rappresentanza intermedia che, nel bene o nel male, ha svolto e svolge un ruolo interlocutorio importante tra elettori ed istituzioni.
A fronte del dato oggettivo, pertanto, solo chi ha un approccio demagogico può gioire per un provvedimento che riesce contemporaneamente ad essere inefficace (se non dannoso) sul piano del contenimento dei costi e a diminuire sensibilmente i diritti politici del cittadino, legittimi e costituzionalmente tutelati.
In ultimo una quisquilia di cui tanti «Maràt» in erba paiono dimenticarsi: tra gli stipendi dei parlamentari e quelli degli alti magistrati esiste una connessione funzionale. Diminuendo i primi vengono automaticamente rimodulati i secondi.
Vuoi vedere che un ipotetica revisione retributiva a danno di Onorevoli e Senatori riuscirebbe ad essere qualificata «giusta ed equa» e contemporaneamente «attacco ingiustificato alla magistratura e delegittimazione della medesima»?
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